Perché gli italiani votano sempre meno?
Il referendum costituzionale sulla giustizia è stato considerato da tutti i media come un grande bagno di partecipazione popolare. Quasi il 56% degli aventi diritto al voto (considerando anche gli italiani all’estero) è andato a votare, un dato molto superiore rispetto agli ultimi referendum che si sono tenuti in Italia.

In verità, se si analizza bene la situazione, si capisce che questo risultato ci dice l’esatto contrario di quello che hanno ripetuto i giornali: quasi 1 italiano su 2 ha scelto di non esercitare il suo diritto democratico di voto. I dati sulle affluenze vanno messi a confronto con quelli di tutte le altre consultazioni simili, per avere un quadro chiaro. E il trend che emerge da questo confronto ci dice che sempre più italiani scelgono di non avvalersi del proprio diritto a decidere sulla cosa pubblica. Guardiamo le percentuali delle affluenze dei vari referendum che si sono tenuti in Italia:
- Referendum del 1946 (monarchia-repubblica): 89%;
- Referendum del 1974 (sul divorzio): 88%;
- Referendum del 1978 (sull’aborto): 79%;
- Referendum del 1985 (sull’abolizione del provvedimento che tagliava la scala mobile): 78%;
- Referendum del 1989 (sul conferimento del mandato costituente al Parlamento europeo): 81%;
- Referendum del 1993 (sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti): 77%.
Dopodiché si ha un gran numero di referendum che non hanno raggiunto il quorum necessario per essere validi. Bisogna considerare il fatto che, nei referendum in cui è necessario raggiungere un quorum per poter essere validi, spesso i cittadini scelgono consapevolmente di non votare per farli fallire: è dunque, tutto sommato, una scelta che rientra nell’esercizio della pratica democratica. I referendum costituzionali non prevedono un quorum da raggiungere. E difatti nel referendum costituzionale sulla Riforma Boschi-Renzi del 2016 è andato a votare poco più del 65% degli aventi diritto al voto: più di dieci punti in meno rispetto al referendum del 1993. Oggi questo numero si è ridotto ulteriormente di quasi 10 punti percentuali, arrivando al 56%.
Se guardiamo le elezioni nazionali, il trend risulta pressoché identico. Dal 1946 al 1992, l’affluenza degli italiani alle elezioni si è sempre assestata tra l’87% e il 94% degli aventi diritto al voto: 9 italiani su 10 hanno sempre espresso il loro diritto di scelta ai propri rappresentanti. Dal 1994, anno in cui nasce la Seconda Repubblica, la percentuale degli italiani che va a votare è andata via via a diminuire. Tra 1994 e 2008, questa percentuale era tra l’81% e l’86%. Alle elezioni del 2013, è stata del 75%; alle elezioni del 2018, del 73%; fino ad arrivare al 64% nelle elezioni del 2022. Il che significa che oggi più di un terzo degli italiani non ritiene di dover esprimere la sua opinione per scegliere da chi essere governato. A cosa si deve ciò? Si dice generalmente che dipende dalla disillusione che gli italiani hanno avuto progressivamente per la politica, per via della scarsa qualità della classe politica stessa che si è affermata nella Seconda Repubblica. Ciò è vero, ma solo in parte. Bisogna tenere in considerazione altri fattori che normalmente non vengono analizzati.
Innanzitutto, in molti casi il voto durante la Prima Repubblica non era individuale, ma per famiglie. Molte donne votavano per il partito che diceva loro di votare il marito. Se poi questo marito aveva una certa influenza anche al di fuori della famiglia, quel voto si estendeva ai parenti, ai vicini di casa, agli amici, ai colleghi e a tutte le persone vicine che di fatto si disinteressavano alla politica ma che venivano convinte a votare da persone influenti.
Ma soprattutto, durante la Prima Repubblica il paese era diviso ideologicamente. Esistevano famiglie cattoliche, famiglie comuniste, famiglie socialiste, famiglie liberali e famiglie fasciste. Certo, un figlio poteva ribellarsi al padre, considerando anche che il padre non poteva seguirlo in cabina elettorale. Ma questa ribellione era veicolata sempre dal fattore delle ideologie: ripudiava un’ideologia per abbracciare quella opposta. Queste cinque ideologie in cui era divisa la nostra repubblica erano come delle grandi gabbie che dispensavano le masse dalla fatica del pensare. Ogni ideologia aveva i suoi intellettuali, i suoi dogmi, il suo catechismo; rispondeva a qualsiasi problema con delle affermazioni nette di principio. Si aderiva ad un’ideologia più o meno come si aderisce ad una religione, semplicemente perché si viene da una famiglia di quella tradizione.
Si aggiunga che l’ideologia comunista era estremamente polarizzante. Per alcuni individui essa costituiva un sogno da realizzare: la società comunista era ciò che aveva sostituito l’idea del paradiso cristiano, spostandolo dalla vita ultraterrena a quella terrena. Per altri, più realisti, il comunismo era un incubo, la perdita della libertà. I primi dunque votavano ciecamente il PCI per ideologia, i secondi votavano la DC non tanto perché fossero ideologicamente cattolici, quanto per non far prendere il potere ai comunisti.
Negli anni ’90, però, le ideologie si dissolvono. Il crollo dell’Unione Sovietica e gran parte dei regimi comunisti sancisce la sconfitta pratica del comunismo e la fine del Partito Comunista Italiano. Nel 1994, crollano anche la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista e il Partito Liberale, sotto il peso della loro corruzione. L’anno dopo anche il Movimento Sociale Italiano si dissolve in un partito “post-fascista”. I partiti che prendono il posto di quelli della Prima Repubblica non sono più partiti ideologici. Alcuni sono partiti personali, basati sul culto del leader di turno; altri sono partiti che rivendicano interessi regionali o di certi settori della società; altri ancora propongono idee generali di “destra” o di “sinistra” che vengono aggiornate continuamente ad ogni nuova elezione sulla base della situazione concreta del paese. Le idee che questi nuovi partiti portano avanti sono molto più sfumate e particolareggiate delle ideologie dei partiti della Prima Repubblica. Tutta questa offerta di idee disorienta il popolo contemporaneo, che non ha più nessuna guida ideologica che lo aiuti a districarsi. Il cittadino della Prima Repubblica era dispensato dal leggere i programmi e dal seguire i dibattiti e i comizi politici: l’aderenza ad una ideologia era abbastanza per poter votare. Oggi che le ideologie non esistono più, il cittadino della Seconda Repubblica deve fare un grande sforzo intellettuale per potersi formare un’opinione; uno sforzo che non tutti hanno voglia di fare. Da qui si ha la crescita di una massa di italiani che non si interessano di politica e tendono a non votare. Contrastare questo fenomeno non è affatto semplice, visto che il ritorno delle ideologie non è possibile. Se il sistema politico italiano evolvesse nel senso di un sistema all’americana, ovvero con due soli partiti, uno di destra e uno di sinistra (con al limite la correzione “europea” di un partito di centro), forse il contesto politico diventerebbe abbastanza semplice da poter far tornare a votare un certo numero di elettori. Tuttavia ritengo che questa non sia la strada giusta. La politica del XXI secolo è diventata più complessa di quella del secolo scorso proprio perché è il mondo contemporaneo ad essere più complesso di quello del ‘900; e la complessità delle scelte politiche che oggi bisogna fare non si può ridurre a nuove gabbie ideologiche, ideologie più “leggere” di quelle del passato ma non per questo meno dogmatiche. Anche i referendum rispondono a questa logica. Il referendum sulla scelta tra monarchia e repubblica del 1946 era estremamente semplice e lineare; il referendum sull’abolizione della scala mobile del 1985 era già molto più complesso; ma finché esistevano le ideologie forti, i partiti potevano ancora dispensare indicazioni di voto che portavano i cittadini affiliati a votare anche quando non capivano il contenuto del quesito referendario. Con la fine della Prima Repubblica viene via anche questo effetto. La Riforma Boschi-Renzi del 2016 era una riforma estremamente complessa dal punto di vista istituzionale; e ancora più tecnica e complessa era la riforma della giustizia del Governo Meloni. Tant’è che in entrambi i casi abbiamo avuto un’alta percentuale di cittadini non hanno votato nel merito delle riforme (che non avevano compreso), ma in base al loro gradimento dei Presidenti del Consiglio che le proponevano. La complessità delle scelte politiche nel nostro tempo è inevitabile, perché tempi complessi richiedono riforme complesse.
Ciò che auspico quindi non è la semplificazione del sistema politico, ma l’esatto opposto. Il sistema politico deve sbarazzarsi dei residui delle ideologie e diventare totalmente pragmatico. Occorre che i cittadini votino i candidati politici sulla base di ciò che essi dicono e di ciò che essi vogliono fare, non sulla base dell’appartenenza a contenitori ideali quali destra, sinistra e centro. Quanto all’astensionismo crescente, per combatterlo c’è bisogno 1) di offerte politiche serie, che partano da un’analisi concreta dei problemi del paese e che individuino le soluzioni; 2) che queste offerte politiche vengano spiegate in modo semplice in televisione, sui giornali, sui social media, nei comizi. Solo in questo modo si potrà convincere la massa dei non-votanti che vale la pena scomodarsi alle elezioni per scegliere dei candidati che possano realmente cambiare le cose. Altrimenti, l’astensionismo continuerà a crescere e gli italiani saranno sempre meno affezionati alla democrazia liberale, cosa che potrebbe gettare delle ombre per il futuro.
