giovedì 9 maggio - Gregorio Scribano

Pensioni. Ecco perché "Quota 41" è una grossa fregatura.

Di ‘Quota 41’, il cavallo di battaglia della Lega, se n’era già parlato ad inizio anno con l’obiettivo di introdurla entro la fine della legislatura nel 2027, ma la cosa non aveva avuto più un seguito. Ora non solo se ne ritorna a parlare, ma si sta pensando di fissare il traguardo al 2025.

Quello che aveva sempre frenato l’estensione di Quota 41 era appunto la sua sostenibilità finanziaria, ma adesso a dire di Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro e figura di spicco del partito, la tanto paventata riforma sarebbe possibile: “Studieremo bene tutte le fasi per far entrare la proposta nella legge di bilancio per il prossimo anno. Siccome ormai il sistema contributivo è predominante sul sistema retributivo Quota 41 è anche sostenibile a livello finanziario”.

E Durigon svela il “trucco” di Quota 41: il calcolo contributivo.

Questo sistema, infatti, determina l’importo della pensione in base alla quantità di contributi versati, anziché agli ultimi stipendi percepiti come avveniva con il sistema retributivo. Con il sistema contributivo, l’assegno pensionistico risulterà notevolmente inferiore. La proposta sarebbe quindi quella di adottare Quota 41, anche se coloro che scelgono questa opzione dovrebbero accettare una pensione ridotta.

Insomma Quota 41 sarebbe l’ennesima fregatura rifilata ai lavoratori e futuri pensionati.

In primo luogo, perchè 41 anni di contributi versati non abbassano l’asticella dell’età pensionabile. Considerando che tra impegni di studio e prima occupazione si entra nel mondo del lavoro, se tutto fila liscia, a circa 27 anni, 27 + 41 fa 68, per cui l’età pensionabile verrebbe vieppiù allungata, ben oltre i 67 anni previsti dalla attuale legge Fornero.

In secondo luogo, perchè con il calcolo contributivo, per stessa ammissione del governo, si andrebbe in pensione con un assegno ridotto di parecchie, ma parecchie, centinaia di euro!

Ora una sola riforma chiedono i lavoratori italiani: di andare in pensione ancora da vivi, non oltre i 65 anni, e con un assegno dignitoso pari all’ultima busta paga percepita.




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