Pat Metheny e Kurt Rosenwinkel a Udine Jazz
Due affermati chitarristi/compositori infiammano il pubblico di Udine Jazz

Giunto alla 36-esima edizione, sempre secondo la direzione artistica di Giancarlo Velliscig di Euritmica, il festival del capoluogo del Friuli (2 – 18 luglio) ha proposto la nuova formazione del Pat Metheny Group, confermando i componenti del trio – il tastierista Chris Fishman e il batterista Joe Dyson - , con i quali il veterano chitarrista si era esibito ancora una volta al Castello di Udine, nell’estate del 2023. Due i nuovi entrati : il contrabbassista Jermaine Paul e il vocalista/cantante Leonard Patton, attorniato da un copioso set di percussioni, che ha riportato alla mente il cantante e chitarrista argentino Pedro Aznar (1959), il quale dal 1982 fece parte per oltre un decennio dello storico organico methenyano.
L’inizio è spettacolare : i musicisti, escluso il leader, scendono da una scala suonando un tamburo da banda militare per un Untitled new opening, mantenendo metronomicamente in perfetta sintonia un penetrante ritmo di marcia. Emergono i vocalizzi di Patton, che conferiscono un ulteriore colore alla musica.
Metheny abbraccia una chitarra modello Jazz per eseguire In on it, un brano che si fa sempre più swingante e che verso la fine è arricchito dai Breaks di Joe Dyson.
Similmente al 2023, Metheny propone un suo classico, Bright Size Life (1975), eseguito e inciso in parecchie versioni, dalla melodia accattivante, ovviamente applaudito appena il pubblico lo riconosce.
E’ il momento di un 6/8, Don’t look down, in cui sono protagonisti i suoni della chitarra Synth.
Il concerto prosegue proponendo, come tre anni fa, Better Days Ahead e Timeline, quest’ultima inizialmente in trio – chitarra, organo e batteria - . E’ un Blues penetrante, arricchito da numerosi Breaks di batteria, in dialogo con gli altri strumenti.
Si passa alla chitarra Jazz in Make a new World, un tema morbido, marchio di fabbrica della penna del leader.
Ritorna protagonista, dopo il brano di apertura, l’Orchestrion, una serie di strumenti meccanici (percussioni, archi, fiati, etc.). pilotati da Metheny, i quali, entrando in risonanza, danno la sensazione di un grande Carillon, secondo la finalità di riprodurre il suono di un’intera orchestra. Il pezzo eseguito è First Circle, per il quale il pubblico viene invitato a battere le mani a tempo.
Un brano molto lento, nel quale trovano spazio i solo dell’organo Hammond e del basso elettrico è Urban and Western.
Un tema latino, affidato alla chitarra acustica è il delicato Mas Alla, in cui Patton si esprime in lingua ispanica.
Non poteva mancare l’omaggio rispettoso ad Ornette Coleman, inserito in una medley Roundtrip/Broad Way Blues, in cui compaiono anche degli effetti distorti, ma si erge a protagonista un incalzante assolo di batteria.
Conclusione affidata, per l’ultima volta, ancora all’Orchestrion con Zenith Blue,
Bastano pochi applausi per far riapparire Metheny, da solo, a proporre una medley che parte dal tradizionale American the beautiful, prosegue con El pueblo unido jamas serà vencido, a rievocare gli anni bui della dittatura cilena e si conclude con un classico del Pat Metheny Group, Last Train Home (1987).
Il pubblico insiste negli applausi. Metheny, generoso come al solito, conclude il concerto, 129 minuti in totale, con un tema in 6/8, seguito dalla morbida James, dall’album Offramp (1981-’82).
La corte di palazzo Morpurgo, capiente quanto un piccolo Jazzclub, ha ospitato il quintetto di Kurt Rosenwinkel, per rievocare, 18 anni dopo, il doppio CD The Remedy. Live at Village Vanguard. Purtroppo, e non ne conosciamo il motivo, i musicisti sono gli stessi, ad eccezione del batterista. Non c’è Eric Harland, pur segnato nel depliant illustrativo del Festival ; alla batteria si siede Jeff ”Tain”Watts, fisicamente pesante, sia nel fisico, che nell’approccio allo strumento.
Gli altri musicisti sono Aaron Goldberg (piano) ; Joe Martin (contrabbasso) ; Mark Turner (sax tenore).
Sette i brani eseguiti, in un unico set durato 91 minuti, disturbato, all’inizio, da un suono ininterrotto d’allarme. Rosenwinkel, paziente, attende, finchè il frastuono si dilegua.
Sono tutte composizioni impegnative, armonicamente soprattutto. Stop e ripartenze da rispettare, mettono a dura prova i musicisti. In una, veloce e intensa per il numero di assolo e i numerosi breaks, una ripartenza viene ripetuta perché un musicista non era in sincronia con i colleghi.
Emerge dalla scaletta A Life Unfolds, una ballad con tanti mutamenti, dall’andamento sognante dopo un inizio della chitarra in solitudine.
Ha l’andamento di una Bossa Nova lenta, Terra Nova, il brano conclusivo. Ispirato, il sax di Turner esegue un assolo sognante, cui segue una lunga, romantica improvvisazione di pianoforte, attenta a non diventare troppo leziosa e alla quale si accosta sfumandola un lungo assolo di chitarra. Ottime le scelte dei cambiamenti di registro, da parte di Rosenwinkel, attento anche ai volumi. Watts inizia il brano percuotendo le pelli con le mani, per poi passare alle spazzole e alle bacchette.
Dopo un inizio libero, senza tempo, parte in maniera veloce, sostenuta dal pulsare del contrabbasso, Flute. Il tempo si fa più veloce, man mano che aumenta il numero degli assolo : chitarra, pianoforte e sax tenore appaiono alquanto stimolanti, mentre dal set di Watts esce un accompagnamento con il campanaccio.
Adotta un tempo che guarda al mondo latino The Remedy. C’è un riverbero nella chitarra. Il tema è lungo e sembra cercare una tra le tante direzioni accennate. I musicisti riflettono sul tipo di assolo da improvvisare, coltivando un’attiva tensione che fa risplendere il brano.
In sintesi, un buon concerto. Affiatamento e stimolazione tra tutti i musicisti.
Un unico neo : non c’era Eric Harland.
In positivo, si era talmente vicini ai musicisti, da poter osservare con attenzione sia le improvvisazioni che la tecnica. E questo, per i musicisti presenti in sala, vale forse più di un monotono studio di patterns.
