mercoledì 27 novembre - Pressenza - International Press Agency

Paesaggi balcanici: Prizren, la «città d’arte» del Kosovo, un ponte che guarda al futuro

«Una città romana a 76 km a sud-ovest di Prishtina, sul fiume Bistrica, nella regione del Kosovo. Si trovava sulla rotta da Lissos in Macedonia a Naissus nella Moesia Superiore. La città continuò ad esistere tra il IV e il VI secolo, ma ebbe risonanza di gran lunga maggiore nel periodo medievale e fu anche capitale della Serbia, per un breve periodo, nel XIV secolo».

di Gianmarco Pisa

Questa è l’origine della bellissima Prizren, in Kosovo, secondo l’Enciclopedia Princeton dei luoghi della classicità. È una città splendida: la città della bellezza, ma anche la città d’arte per eccellenza in Kosovo e allo stesso modo una città importante, con un vasto passato, soprattutto se si volge lo sguardo all’età classica, al periodo bizantino e poi all’età contemporanea, tra la seconda metà del XIX secolo e la prima metà del XX secolo.

Nel Medioevo, in effetti, Prizren era uno dei luoghi più rilevanti nel regno serbo, prima e nell’impero serbo poi: questa storia ebbe inizio nella seconda metà del XII secolo, quando, nel 1180, il principe serbo Stefan Nemanja conquistò la città; poi, all’inizio del XIII secolo, tra il 1208 e il 1216 Stefan Nemanja riprese il controllo di Prizren e all’inizio del XIV secolo Stefan Dušan ne fece la capitale di un Impero che durò dal 1346 al 1371. La stagione ottomana iniziò presto: l’epica battaglia di Kosovo Polje fu combattuta nel 1389; nella prima metà del XV secolo ebbero corso nuove invasioni e nel 1455 Prizren divenne conquista ottomana.

Prizren fu così, prima, la capitale del Sanjak omonimo e poi, sotto la nuova organizzazione dell’Impero, capitale del Vilayet del Kosovo, una riconfigurazione significativa, poiché il Sanjak era uno dei distretti all’interno di un Vilayet o di un Elayet (il Sanjak di Prizren fu istituito come uno dei Sanjak dell’Impero Ottomano, fondato subito dopo la conquista ottomana da quello che era il Despotato serbo, nel 1455. Il resto del Despotato fu conquistato dopo la caduta di Smederevo, nel 1459 e venne a sua volta suddiviso in altri tre ripartizioni, il Sanjak di Vučitrn/Vushtrri, il Sanjak di Kruševac e il Sanjak di Smederevo). Il Vilayet di Prizren avrebbe preso forma tra il 1871 e il 1877, unendo il Sanjak di Prizren con il Sanjak di Dibra, il Sanjak di Skopje e il Sanjak di Niš in un unico Vilayet, poi parte del Vilayet del Kosovo, istituito nel 1877.

Per la sua posizione strategica e per la sua vasta eredità, storica e culturale, Prizren divenne una delle città più rilevanti del potere ottomano nella regione e nei Balcani e può essere considerata non solo come uno dei nuclei dell’eredità serba, ma anche come centro culturale e intellettuale degli ottomani e della popolazione albanese del Kosovo. Nel periodo a cavallo tra il XIX secolo e il XX secolo, Prizren fu infatti anche un importante centro culturale albanese e il centro del coordinamento politico, culturale e intellettuale degli albanesi del Kosovo. Nel 1871 vi fu aperto un seminario serbo, in cui si discusse della possibile unione dei territori storici della Serbia con il Principato Serbo, mentre sei anni dopo, nel 1877, la Lega Albanese di Prizren prese corpo nella città vecchia.

Prizren acquisì un ruolo storico e politico notevole tra il 1877 e il 1912 e dal 1878 fu capitale del movimento irredentista albanese, sin dalla Lega di Prizren, formata per l’unificazione nazionale e la liberazione delle popolazioni albanesi sotto il potere ottomano. La sollevazione dei Giovani Turchi fu un crinale decisivo nel processo di dissoluzione dell’Impero e uno dei precedenti delle Guerre Balcaniche.

Una seconda Lega di Prizren fu formata nel corso della Seconda Guerra Mondiale, come parte del progetto di dominio nazista sulla regione: la Germania nazista dalla Bulgaria e l’Italia fascista dall’Albania invasero il Regno di Jugoslavia il 6 aprile 1941. Prizren cadde in mano fascista e presto si sviluppò, nella città e nella regione, una significativa resistenza anti-fascista. Prizren e gran parte del Kosovo furono annessi al protettorato fascista di Albania e le forze collaborazioniste albanesi istituirono un battaglione nero a Prizren. Fu in questo scenario che, nel 1943, Bedri Pejani, con il supporto della Wehrmacht, contribuì a creare la Seconda Lega di Prizren. L’orrore del fascismo nei Balcani si estese ben presto anche al Kosovo, ma dal 1944 Prizren fu attraversata dalla resistenza, guidata da Tito e dai partigiani comunisti e le forze tedesche furono cacciate dal Kosovo. Il nuovo potere socialista della Jugoslavia prese poi il controllo della regione e nel 1946, la città fu integrata nella Regione Autonoma del Kosovo all’interno della Serbia nel quadro, appunto, della Jugoslavia Socialista.

Nella capitale dell’arte e della storia, a Prizren, in questo singolare mix di culture e di memorie, è possibile attraversare e connettere, a ridosso delle sponde della Bistrica, dieci meravigliosi «luoghi della memoria»: lo Shadervan (Şadırvan), nucleo simbolico della città, la cui antica fontana monumentale è bene culturale protetto; il Ponte di Pietra (Ura e gurit) uno dei simboli di Prizren; la Chiesa di Nostra Signora di Ljeviš (Bogorodica Ljeviška), chiesa ortodossa del XIV secolo tutelata dall’UNESCO; la Moschea di Kuklibeu, nota anche come Moschea Kukli Bej, del 1534; la meravigliosa Moschea Sinan Pasha, edificata nel 1615 da Sinan Pasha, che domina lo skyline cittadino; il minareto della moschea di Arasta; il monumento e il complesso della Lega di Prizren; la Cattedrale di Nostra Signora del Soccorso, cattedrale cattolica, del 1870 e la superba Fortezza di Prizren, nota come Kaljaja o Forte di Dušan, fortezza medievale eretta dai Bizantini, poi ampliata da Stefan Dušan, negli anni del suo regno, tra il 1331 e il 1355.

In città, il messaggio che tale patrimonio culturale svela non è dunque solo suggestivo o episodico, ma denota una traccia vasta e profonda: una città dal profondo significato storico e culturale, propriamente universale, tanto per i Serbi quanto per gli Albanesi, come si è visto, ma anche un contesto in cui alla presenza albanese si affiancano le presenze bosgnacca (10%), turca (5%), rom (2%) e una limitatissima (poche centinaia) presenza serba (1%).

Una varietà storica che si trasferisce anche nei patrimoni immateriali, dei saperi e delle arti, a partire dal patrimonio artigianale. Alla fine del XIX secolo si racconta che si contassero in città 120 tipi di artigianato, diffusi in 1300 laboratori, per la lavorazione della pelle e del cuoio, il tessuto e l’intarsio, la lavorazione delle gemme e soprattutto dei metalli preziosi, una delle «arti di tradizione» per le quali Prizren è giustamente famosa. Un crocevia di storie lunghe e di vicende concorrenti, unite, però, dall’universalità di questa «pluralità delle culture»: questa «città d’arte», di pietre, di ponti e di memorie, è un ponte che guarda al futuro.

Fiume Bistrica, Prizren, 1913 (Foto di Auguste Léon)




Lasciare un commento