P.A. E’ ora di mandare a casa i 65enni (con dignita’) e di fare spazio ai giovani
Il recente decreto della Presidenza del Consiglio che autorizza l’assunzione di 9.300 nuove unità di personale in 33 amministrazioni pubbliche è una notizia che fa ben sperare.
Dopo anni di blocchi del turnover e carenze strutturali, soprattutto in settori strategici come Giustizia, Difesa, Agenzie fiscali e Previdenza, si comincia finalmente a ricostruire l’ossatura della macchina pubblica. Ma mentre applaudiamo a questa timida inversione di tendenza, non possiamo esimerci dal porre una domanda fondamentale: perché continuiamo a tenere in servizio migliaia di ultra-sessantenni, spesso demotivati o stanchi, invece di aprire la porta, con decisione e visione, alle nuove generazioni?
Il paradosso italiano: giovani fuori, anziani dentro
L’Italia è tra i Paesi con il più alto tasso di disoccupazione giovanile in Europa, e contemporaneamente tra quelli con l’età media più alta dei dipendenti pubblici. L’età media nella PA sfiora i 52 anni. Un paradosso tutto italiano, che alimenta due crisi parallele: da un lato l’invecchiamento e l’inefficienza dell’apparato pubblico, dall’altro la fuga all’estero di decine di migliaia di giovani preparati, scoraggiati da un sistema che non offre loro né opportunità né fiducia.
Mandare a casa i 65enni: non una punizione, ma un diritto
L’idea che a 65 anni si possa e si debba restare al proprio posto, magari per “spirito di servizio” o per “mancanza di ricambi”, è ormai insostenibile. Non solo dal punto di vista economico – perché mantenere stipendi pieni per profili a bassa produttività costa più che assumere nuovi talenti – ma anche dal punto di vista sociale.
Serve un’uscita ordinata, incentivata, senza penalizzazioni pensionistiche, che consenta ai lavoratori più anziani di lasciare il posto con dignità e con un trattamento economico che assicuri la continuità del tenore di vita. Non si tratta di prepensionamenti forzati o tagli indiscriminati, ma di costruire un vero patto generazionale: un meccanismo che favorisca il ricambio, tutelando chi esce e valorizzando chi entra.
I giovani non cercano solo un posto fisso: cercano senso, prospettive e stabilità
Le 9.300 assunzioni previste dal decreto sono un buon inizio, ma non bastano. Il rischio è che queste nuove leve si trovino isolate in un ambiente obsoleto, senza formazione, senza carriera, senza strumenti digitali, e soprattutto senza una vera missione. Per trattenere i giovani nella Pubblica Amministrazione, non basta offrire un contratto a tempo indeterminato: occorre trasformare la cultura del lavoro pubblico, renderlo attrattivo, innovativo, orientato al merito, alla competenza e ai risultati.
Il momento è adesso
Con una spesa di 300 milioni, si sta compiendo un passo importante. Ma ora serve coraggio politico. Non si può continuare a rinviare una riforma strutturale delle carriere pubbliche, che liberi spazio in alto, per far salire chi è pronto, e che al tempo stesso costruisca un sistema di pensionamento equo, flessibile, sostenibile.
In un Paese che ogni anno vede emigrare migliaia di giovani laureati e specializzati, continuare a “trattenere” chi ha già dato, per abitudine o per mancanza di alternative, è non solo miope, ma ingiusto.
Non è una guerra tra generazioni. È una chiamata alla responsabilità. Perché senza giovani nella PA, senza energie nuove, senza innovazione, non ci sarà futuro per lo Stato, né per chi lo serve.
