martedì 25 giugno - UAAR - A ragion veduta

Ora di religione, anche i sindacati confederali in ginocchio dai vescovi

Sedici anni fa la laicità della scuola pubblica segnò un deciso passo indietro. Con la legge 186/2003 il secondo governo Berlusconi regalò il posto fisso agli insegnanti di religione cattolica, che fino a quel momento, essendo la loro una materia opzionale, avevano al massimo contratti annuali. 

L’anno successivo ne furono assunti in ruolo circa 14mila, con quello che si può definire il più grande concorso per raccomandati mai visto in Italia. Per partecipare, infatti, occorreva avere il benestare del vescovo. È una delle clausole capestro del Concordato: chi è privo del nulla osta vescovile non può insegnare religione cattolica nella scuola pubblica.

A distanza di quindici anni c’è chi si sta battendo per un nuovo concorso per assumere a tempo indeterminato altri 5mila insegnanti di religione cattolica. Sono i sindacati confederati della scuola, Flc-Cgil, Cisl-scuola e Uil Scuola Rua, che unitariamente hanno deciso di ricorrere anch’essi alle raccomandazioni: hanno infatti chiesto il sostegno della Conferenza episcopale italiana, che li ha ricevuti il 4 giugno scorso organizzando per loro un incontro con il responsabile del Servizio Nazionale per l’Irc don Daniele Saottini. Dalle organizzazioni sindacali ci si aspetterebbe una dura battaglia contro le discriminazioni nei processi di selezione per le assunzioni nella Pubblica amministrazione. I sindacati confederali cercano invece nella Cei un alleato, sorvolando sul fatto che saranno i vescovi a selezionare i candidati al concorso. La conseguenza più evidente è un clientelismo che si innesta nella scuola pubblica, con l’immissione di docenti aderenti alla dottrina cattolica che saranno riconoscenti alla Chiesa che gli ha permesso di ricevere uno stipendio fisso, garantito e pagato dallo Stato fino alla pensione. Altra conseguenza, non meno grave, è legata ai criteri con cui i vescovi concedono il nulla osta necessario per partecipare al concorso. Si tratta di un vero e proprio controllo di moralità religiosa, con intromissioni nella vita privata dei cittadini volte a escludere candidati non graditi alle gerarchie ecclesiastiche.

Il posto pubblico viene così negato a chi non è battezzato, a chi non è credente, alle ragazze madri, a chi si è sposato in comune, a chi è unito civilmente o ha partner dello stesso sesso, a chi sostiene l’importanza diritti civili quali l’aborto, il divorzio, l’accesso ai contraccettivi e alla contraccezione d’emergenza. In altre parole, a chi ha condotte morali pubbliche in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa. Non sono regole codificate in circolari del ministero dell’istruzione: sono criteri che si rintracciano nei documenti diocesani che trattano dell’ottenimento e del mantenimento dell’idoneità all’Insegnamento della religione cattolica (Irc). Il ministero si limita a recepire il verdetto dell’autorità ecclesiastica. Una situazione surreale, che ricorda regimi che impongono l’osservanza dei precetti della religione dominante. E che vede tutti gli attori della scuola voltarsi dall’altra parte: ministro, dirigenti scolastici, docenti e gli stessi sindacati preposti alla difesa dei diritti dei lavoratori. Non si è voltata da un’altra parte l’Uaar, che quando ne ha avuto la possibilità ha presentato ricorso contro bandi di concorso ad hoc per soli insegnanti di religione: il caso risale al 2017, quando la Giunta Raggi riservò 50 posti nelle scuole dell’infanzia di Roma a docenti preventivamente scelti dal vescovo. Il ricorso è ancora pendente, ed è volto a tutelare i diritti degli insegnanti generici per questi alunni dai 3 ai 5 anni di età. Insegnanti entro i quali il Vicariato avrebbe comunque potuto individuare, in un secondo tempo e secondo le norme vigenti, quelli disponibili a insegnare anche la religione cattolica.

Roberto Grendene

Articolo pubblicato su Left n. 24, del 14 giugno 2019




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