mercoledì 20 gennaio - UAAR - A ragion veduta

Ora all’università si insegna anche la storia dell’omosessualità

La professoressa Maya De Leo insegna in un corso di Storia dell’omosessualità all’Università degli studi di Torino, il primo in Italia che si propone di trattare centralmente la tematica. L’abbiamo intervistata sull’ultimo numero della rivista Nessun Dogma.

La professoressa Maya De Leo ha un dottorato di ricerca in storia conseguito presso l’Università di Pisa con una tesi dal titolo Frammenti di un discorso morboso. Rappresentazioni dell’omosessualità tra Otto e Novecento, che le ha regalato ben due riconoscimenti: il premio “Maria Baiocchi” e il premio del Comitato pari opportunità dell’Università di Pisa. Si occupa di diverse tematiche sulle quali ha pubblicato saggi e volumi: storia culturale, storia di genere e della sessualità, rappresentazioni dell’omosessualità nell’età contemporanea, storia dei movimenti omosessuali e Lgbt+, teoria queer. Ha insegnato storia di genere presso il corso di laurea magistrale in Scienze storiche dell’Università degli studi di Genova.

Nonostante l’ostruzionismo inizialmente dimostrato da gruppi politici di estrema destra con miseri atti di protesta e da sproloqui critici quali quello di Adinolfi – che ha (stra)parlato di una potente, fantomatica «lobby gay» – la professoressa De Leo insegna dall’anno scolastico 2017/18 in un corso di Storia dell’omosessualità all’Università degli studi di Torino, il primo in Italia che si propone di trattare centralmente la tematica.

Innanzitutto le chiederei un bilancio di questi tre anni: qual è stata l’accoglienza del suo corso da parte dei fruitori finali, gli studenti dell’Università di Torino?

La risposta è stata molto positiva, il corso è stato frequentato in media da circa 130 persone ogni anno, tutte molto interessate. In generale, i feedback hanno testimoniato una grande “fame”, da parte de* studenti, di materiali e suggestioni provenienti dagli studi di genere, ancora purtroppo poco presenti nei corsi di laurea universitari. In particolare, è molto avvertita l’esigenza degli strumenti storici, teorici e linguistici per una corretta messa a fuoco delle identità e sessualità Lgbtqia+. Tutt* desiderano imparare a utilizzare un linguaggio rispettoso ed essere mess* al corrente degli orizzonti teorici e politici dell’attivismo. Per la maggior parte di loro, che non sono studenti di storia, scoprire le tracce dell’attivismo omosessuale o della sottocultura Lgbtqia+ già nel tardo ottocento, ad esempio, è sorprendente. Più in generale, la prospettiva storica consente loro di osservare da vicino quanto possano cambiare le convinzioni sul genere, i linguaggi utilizzati, le pratiche agite, mettendo in crisi l’associazione tra l’ambito della “sessualità” e quello della “naturalità”, ovvero di ciò che sarebbe sempre uguale attraverso le epoche e i contesti.

In un’intervista su Vice ha dichiarato che una decina di anni fa un corso come quello che tiene non avrebbe potuto avere luogo. Secondo lei perché si è arrivati solo nel 2017 alla decisione di istituire questo insegnamento?

In quell’intervista sottolineavo quanto negli ultimi anni molte delle rivendicazioni Lgbtqia+ siano entrate pienamente nel dibattito pubblico, certamente grazie alle richieste portate avanti dall’attivismo – oltre alle tutele legali dalle discriminazioni omotransfobiche di cui si sta discutendo in parlamento proprio in questi giorni, il diritto al matrimonio egualitario, alla genitorialità, all’autodeterminazione delle persone transgender e intersex. Inoltre, determinante è stata la battaglia per ottenere una maggiore visibilità, che negli ultimi dieci anni è cresciuta in termini quantitativi e qualitativi mai registrati prima: le rappresentazioni al cinema e nelle serie tv, nello spazio mediatico in generale, non solo si sono moltiplicate, ma si sono anche notevolmente diversificate. Tutto questo ha contribuito, da un lato, a solidificare nella percezione collettiva la presenza dei soggetti Lgbtqia+ e, dall’altro, a sollecitare la richiesta di informazioni sulla comunità Lgbtqia+.

 

Parlando di storia dell’omosessualità, come collocherebbe la posizione dell’Italia di oggi rispetto al passato? Che cosa è cambiato da quando lei si è avvicinata alla tematica?

Io ho cominciato a occuparmene in termini di ricerca storica all’inizio degli anni duemila, quando gli studi Lgbtqia+ sembravano ormai accreditarsi accademicamente in altri contesti (Stati Uniti, Inghilterra, Francia) e anche in Italia comparivano le prime pubblicazioni di studios* appartenenti a diverse discipline. Il numero di coloro che si occupano di queste tematiche si è certamente allargato in questi venti anni, tuttavia, probabilmente anche a causa della precarietà che caratterizza sempre di più il lavoro universitario, si fa fatica a fare rete, a consolidarsi accademicamente e quindi a incidere nella programmazione e nell’offerta dei percorsi di studio, che restano troppo avari di studi di genere.

Nel numero 3 della nostra rivista abbiamo intervistato il deputato Zan, relatore della legge contro l’omotransfobia che è stata approvata alla Camera all’inizio di novembre. Zan ci ha detto che «Nel nostro paese esiste a priori una presunzione di eterosessualità, esattamente come esiste una presunzione di fede cattolica». Ecco, ci interesserebbe sapere se e in che termini lei scelga di parlare di questi temi ai suoi studenti.

A lezione cerco di mostrare le radici storiche di tali presunzioni: l’“italianità” – ovvero quell’insieme di caratteristiche che garantirebbero l’appartenenza nazionale – viene concepita sostanzialmente come bianca, cattolica ed eterosessuale per effetto di tante esperienze diverse. Hanno giocato un ruolo senz’altro decisivo il nazionalismo e il colonialismo ottocentesco, la dittatura fascista, il monopolio della Chiesa sulle questioni della sessualità, pressoché indiscusso fino a tempi recentissimi.

Più in generale, l’obiettivo del corso è proprio quello di abbandonare le “presunzioni”: quando si adotta una prospettiva storica, infatti, è necessario mettere in discussione proprio tutte quelle convinzioni che ci fanno dare per scontato che “le cose siano andate sempre così”.

Se si prende ad esempio l’eterosessualità, non solo non è corretto presumerla nelle persone che incontriamo, come in quelle che hanno vissuto in epoche passate, ma non è nemmeno un concetto storiograficamente utile: il concetto di “orientamento sessuale” così come lo intendiamo oggi, infatti, è straordinariamente recente, così come la netta dicotomia etero/omosessualità. Solo con l’età contemporanea, infatti, e con il processo ottocentesco di medicalizzazione delle sessualità Lgbtqia+ viene messa a punto questa concezione, tanto che la storiografia parla di “invenzione dell’eterosessualità” per l’età contemporanea. Questo non significa ovviamente che le epoche precedenti fossero più “aperte” o “tolleranti”, ma semplicemente che avevano altri schemi e altri linguaggi per la descrizione delle esperienze sessuali, nonché altre norme di genere e altri interdetti.

L’11 ottobre si è celebrato, come ogni anno dal 1988, il Coming Out Day, che ricorda il diritto di ogni persona a una vita di dignità e libertà di espressione, fuori da ogni finzione. Che cosa significa per lei “libertà di espressione” e quali pensa siano le sue maggiori minacce?

Il coming out rappresenta un momento importantissimo per le soggettività Lgbtqia+, o meglio, i molti coming out che si affrontano tutti i giorni, in famiglia, sul lavoro, nello spazio pubblico, rappresentano momenti importanti: certo, esporsi in un contesto che non sia un safe space comporta il rischio di subire discriminazioni, ostracismi, mobbing o conseguenze anche molto più gravi, e dunque per molte persone ancora oggi non è possibile farlo – e per questo il ddl Zan. Dall’altro lato, dichiarare e vivere la propria identità di genere e il proprio orientamento sessuale non solo migliora la qualità della vita, ma aumenta la visibilità generale delle persone Lgbtqia+, scardinando le presunzioni di eterosessualità e offrendo alle persone non dichiarate un ancoraggio identitario importantissimo. In questo senso, ogni “libertà di espressione” ha come precondizione la possibilità, per i soggetti Lgbtqia+ di affermare la propria presenza, nello spazio pubblico, mediatico, nella storia, nei libri di testo, senza censure e senza rischi.

La minaccia maggiore alla “libertà di espressione” proviene dalla messa in questione della legittimità dei soggetti Lgbtqia+: in altre parole, la loro esistenza non è un argomento che può essere ridotto a oggetto di dibattito, non è una questione divisiva o etica, ma semplicemente una realtà.

Questo tipo di impostazione, che riduce corpi ed esperienze a questioni “etiche”, si traduce in una forte ipoteca sull’autodeterminazione, ad esempio, delle persone transgender, gender nonconforming e intersex, cui è negato il diritto a vedere riconosciuta la propria identità e a decidere sul proprio corpo: un prerequisito che invece – così come nel caso del diritto all’autodeterminazione per le donne cisgender – è fondamentale per il riconoscimento di una piena cittadinanza.

Al pari dello spazio ricavato dall’Università di Torino per il suo insegnamento, che cosa si augurerebbe venisse fatto negli altri atenei italiani o nelle istituzioni scolastiche?

Il patrimonio di riflessioni elaborato dal femminismo, dagli studi di genere, dai movimenti e dagli studi Lgbtqia+, è ricchissimo e prezioso: ritengo un vero peccato che non sempre riesca a uscire da ambiti accademici molto circoscritti o dagli spazi della militanza. Molte delle persone che hanno seguito il mio corso, studenti della triennale, mi hanno espressamente detto che avrebbero avuto bisogno di alcuni di questi strumenti teorici già a scuola, alle superiori o ancora prima. In effetti, il genere norma le nostre esistenze a partire dai primi anni di vita. Sarebbe opportuno ricevere degli strumenti di “difesa” quanto prima: per fare un esempio, degli studi hanno mostrato come, già intorno ai 6-7 anni, le convinzioni riguardo al genere impediscano alle bambine di percepirsi come esseri creativi, intelligenti e brillanti. Inoltre, spesso la scuola non è un safe space per que* studenti che sfuggono alle aspettative di genere, di fatto minando il loro accesso all’istruzione. È per questo che sarebbe molto importante integrare gli studi di genere nei libri scolastici, nei programmi e nel percorso formativo de* docenti.

In direzione opposta, purtroppo, negli ultimi anni l’allarme sociale creato attorno alla fantomatica “teoria del gender” (formula che non significa nulla ma che allude – demonizzandoli – ai saperi di genere) ha reso molto più complessa e difficoltosa l’approvazione e la realizzazione di percorsi formativi di questo tipo nelle scuole.

All’università, incontrare gli studi di genere resta ancora un’opportunità troppo rara, spesso dettata dal caso. Nella maggior parte delle situazioni le persone si ritrovano a crearsi da sole questa opportunità, costruendosi spesso con fatica percorsi ad hoc, alla ricerca di docenti, corsi, materiali e programmi che affrontino, anche tangenzialmente, temi di storia di genere, ma non tutt* sono in grado di farlo.

Quale pensa che possa essere la funzione civile di un corso come quello di storia dell’omosessualità, oggi?

Con la sua stessa esistenza, il corso testimonia come le esperienze dei soggetti che si chiamano fuori dall’eteronormatività non solo siano degne di essere ricostruite e raccontate, ma soprattutto come siano utili a illuminare processi storici di carattere generale: il successo delle retoriche nazionaliste, colonialiste e razziste, ad esempio, è legato alla loro capacità di nutrirsi di credenze attorno al genere e alla sessualità. La storiografia Lgbtqia+, che ha ormai almeno quaranta anni, ha mostrato quanto sia riduttivo immaginare questi studi come “di nicchia”.

Inoltre, ricevere quelli che sembrano semplici suggerimenti bibliografici o spunti di riflessione, per alcun* studenti Lgbtqia+ significa moltissimo: trovare validazione in un’aula universitaria, scoprire strumenti e linguaggi non stigmatizzanti per riflettere sulla propria identità di genere o il proprio orientamento sessuale, avere accesso alle voci di teoric* e militanti del passato e del presente, è un’esperienza che in molt* mi hanno descritto come decisiva per la propria crescita non solo culturale. In questo senso, il corso mi sembra abbia una funzione di giustizia riparativa: un piccolo antidoto alla violenza dell’eteronormatività.

Micaela Grosso


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