lunedì 4 settembre - Aldo Funicelli

Omicidio Dalla Chiesa - Quella convergenza di interessi Stato e mafia

Il generale con gli alamari cuciti addosso. Il generale che aveva sconfitto il terrorismo.
Il super-prefetto mandato a Palermo per sconfiggere anche la mafia. È stato chiamato in tanti modi il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, avendo avuto una carriera nell'arma dei carabinieri intensa e lunga: dalla lotta al bandito Giuliano, a fine anni '40 a Corleone, dove indagò sull'omicidio del sindacalista Palcido Rizzotto per mano della mafia, incrociando per la prima volta la sua strada coi corleonesi.

A Palermo negli anni 70, dove elaborò la prima mappa della famiglie mafiose della provincia.
Al nord, a Torino, a combattere il terrorismo rosso, con quei pieni poteri (che in seguito non ebbe come prefetto a Palermo). Gli arresti dei leader storici Curcio e Franceschini, l'infiltrazione di frate mitra, Silvano Girotto. Il pentimento di Patrizio Peci. L'irruzione nel covo di via Fracchia. Una carriera con tante luci e tante interruzioni. Come quella che lo mandò via da Palermo, negli anni in cui la mafia stava passando dal business degli appalti pubblici a quello della droga. E la seconda interruzioni, quando la sua brigata antiterrorismo fu sciolta. Eravamo alla vigilia dell'attacco al cuore della Stato, col rapimento del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro.
 
Il suo nucleo fu ricreato dopo la morte di Moro. Anche qui, altri successi: la scoperta del covo di via Monte Nevoso e di parte del memoriale del presidente, che i brigatisti (diversamente da quanto avevano promesso) avevano lì nascosto. Una seconda parte di quel memoriale fu poi ritrovata quasi dieci anni dopo, nel 1990: un caso o un mistero. O forse una mano che aveva nascosto parte del materiale, che il popolo italiano non doveva conoscere (Gladio, la guerra sporca contro le sinistre...).
 
Nella sua carriera incrociò la strada con la mafia, col terrorismo rosso: a seguito della morte del segretario comunista siciliano, Pio La Torre, fu rimandato a Palermo, come prefetto con “pieni poteri” per affrontare la mafia. Ad Andreott, a Roma, disse che non avrebbe avuto riguardi per le correnti DC dell'isola. Non ebbe né i pieni poteri né il tempo di fare pulizia sull'isola. Morì in un'agguato della mafia il 3 settembre 1982, in via Carini.
La macchina viene ritrovata con le portiere aperte, il cadavere del generale è riverso su quello della moglie che ha tentato di proteggere col suo corpo. I funzionari di polizia, dei carabinieri e dei servizi segreti che accorrono sul posto - tra di loro c'è uno dei migliori investigatori antimafia, Bruno Contrada – sono d'accordo a coprire decorosamente i corpi massacrati. Agenti vengono quindi inviati a villa Pajno per prendere un lenzuolo. Dichiarano di aver trovato la cassaforte aperta, vuota e senza chiave. La chiave viene ritrovata sette giorni dopo in un cassetto già perquisito.Patria 1978-2008, Enrico Deaglio
 
Una mano dipinse poco lontano dal luogodella strage, la scritta“qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. Un delitto strano, quello del prefetto Dalla Chiesa: era nell'isola da troppo poco tempo per aver dato fastidio veramente alle teste che contano.
E quei super poteri, erano solo chiacchiere. Poteri che arrivano al suo successore, il prefetto De Francesco, messo a capo dell'Alto Ispettorato nella lotta alla mafia.
 
Fu solo mafia?
Oppure Dalla Chiesa fu ucciso da un commando mafioso, ma dietro c'era una “convergenza di interessi” con altri pezzi dello Stato, anzi dell'antistato? Persone, dentro la finanza, dentro i partiti, che ritenevano che il generale fosse ancora troppo ingombrante (come disse il pentito Buscetta a Falcone). I segreti sul rapimento di Aldo Moro, sul memoriale. I segreti sul rapporto tra la mafia in Sicilia e la democrazia cristiana in Sicilia, ovvero Salvo Lima e Andreotti. Dopo la morte di Della Chiesa lo Stato fi costretto (come dieci anni dopo, con le stragi di Capaci e via D'Amelio) a varare la legge Rognoni-La Torre: per la prima volta, veniva riconosciuto il reato di associazione criminale di stampo mafioso. E, cosa più importante, si colpivano i mafiosi nei loro patrimoni, che potevano essere sequestrati.
 
Un passo avanti importante, certo. Ma cosa nostra, il dominio dei corleonesi, andranno avanti per altri dieci anni: fino alla sentenza del maxi processo, alle stragi contro i giudici Falcone e Borsellino (e le rispettive scorte), alla stagione delle bombe. E alla stagione della trattativa stato – mafia. Altri segreti, misteri alla luce del sole.
 
Tornando a Dalla Chiesa, di certo c'è che morì da solo. Ucciso, assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro, nella sua auto mentre girava per Palermo con una scorta ridotta al minimo, l'agente Domenico Russo.
 
Nell'intervista a Bocca, pochi giorni prima di venire ucciso, l'aveva anche detto:
«Credo di aver capito la nuova regola del gioco. Si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso, ma si può uccidere perché isolato»
 
Isolato dallo Stato, che era anche lo stato della DC e di Andreotti che a Tano Badalamenti, il boss mafioso, in un incontro, aveva detto “ci vorrebbero uomini come lei in ogni piazza d'Italia”.
La DC di Salvo Lima e di Ciancimino, dei fratelli Salvo, grandi elettori del partito cristiano e democratico, cui questo partito aveva concesso in Sicilia la riscossione delle tasse con un aggio molto favorevole.
 
Isolato anche dalla Chiesa: non devono confondere le parole del cardinale Pappalardo, al funerale del generale “mentre a Roma si discute ..”. Sono le prime (e di fatto le uniche) parole contro la mafia fatte in pubblico da un alto esponente della chiesa. Peggio l'aborto della mafia, secondo il cardinale. I mafiosi, in fondo, sono buoni cattolici: Riina aveva fatto battezzare tutti i suoi figli... .
 
In dieci anni cosa nostra uccise un prefetto, un presidente di regione, il capo dell'ufficio istruzione, il procuratore capo, il capo della mobile e il capo della squadra catturandi.
I due magistrati più importanti nella lotta alla mafia. I corleonesi non comandano più dentro cosa nostra, i loro capi sono stati arrestati, schiacciati da lunghi ergastoli. Oggi la mafia non uccide più nelle strade, come succedeva nei primi anni '80, gli anni della Mattanza (quasi mille morti in pochi anni a Palermo e provincia, senza che la cosa suscitasse troppa indignazione nel paese).
 
La Chiesa si è schierata contro la mafia (le parole di papa Wojtyla ad Agrigento, dopo l'uccisione del magistrato Livatino). La Democrazia Cristiana e gli altri partiti storici sono spariti: sono rimasti icapibastone, i portatori di voto, i ras locali che, in vista delle prossime elezioni regionali, si stanno mettendo d'accordo per dividersi la torta. Sembra che in Sicilia l'orologio si sia fermato, dai tempi del generale Dalla Chiesa.
 
Nessun partito, coalizione che abbia voluto fare pulizia dal suo interno. Riciclati, indagati, condannati. Ex cuffariani e lombardiani. La parola mafia è scomparsa dall'agenda politica e pure dalla campagna elettorale in regione (perfino dal M5S), in questa campagna tutti i candidati hanno espresso toni morbidi nei confronti delle abitazioni abusive (erano i giorni della scossa a Ischia, che aveva causato un crollo di una palazzina).
 
Siamo ancora alla confusione (o lo scambio) dei diritti coi privilegi e dei favori.
 
Voglio dire, generale: questa lotta alla Mafia l'hanno persa tutti, da secoli, i Borboni come i Savoia, la dittatura fascista come le democrazie pre e post fasciste, Garibaldi e Petrosino, il prefetto Mori e il bandito Giuliano, l'ala socialista dell'Evis indipendente e la sinistra sindacale dei Rizzotto e dei Carnevale, la Commissione parlamentare di inchiesta e Danilo Dolci. Ma lei Carlo Alberto Dalla Chiesa si mette il doppio petto blu prefettizio e ci vuole riprovare."Ma si, e con un certo ottimismo, sempre che venga al più presto definito il carattere della specifica investitura con la quale mi hanno fatto partire. Io, badi, non dico di vincere, di debellare, ma di contenere. Mi fido della mia professionalità, sono convinto che con un abile, paziente lavoro psicologico si può sottrarre alla Mafia il suo potere. Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati".
 



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