giovedì 28 gennaio - UAAR - A ragion veduta

Oltre le identità, per la convivenza

Un vento identitario soffia da Oriente a Occidente, da destra a sinistra. La laicità ci salverà? Ne abbiamo parlato con l’antropologo Francesco Remotti nel numero 2/2020 della rivista Nessun Dogma.

Tra i decani dell’antropologia italiana, Francesco Remotti ha alle spalle una lunga carriera accademica e numerose ricerche etnologiche, in particolare tra le popolazioni dell’Africa. Per esplorare i complessi fenomeni che caratterizzano l’umano lo strutturalismo di Claude Lévi-Strauss ha rappresentato la base delle sue indagini, che l’hanno portato anche a contatto con l’etnia congolese dei BaNande. Ha insegnato antropologia culturale, ha diretto il Dipartimento di scienze antropologiche, archeologiche e storico-territoriali dell’Università di Torino e ha presieduto il Centro studi africani. Oltre alle pubblicazioni accademiche, il suo contributo intellettuale entra nel dibattito pubblico affrontando i temi scottanti e quanto mai attuali dell’identità, della convivenza, del concetto di famiglia, del relativismo culturale. Quando Ratzinger è al soglio pontificio, nel 2008 pubblica Contro natura. Una lettera al papa, dedicato alla questione delle unioni non “tradizionali”. Una parte rilevante della sua riflessione si concentra sulla critica radicale al concetto di identità, che si delinea tra Contro l’identità(1996) e L’ossessione identitaria(2010). Il suo ultimo libro è Somiglianze. Una via per la convivenza.

A dieci anni dalla pubblicazione de L’ossessione identitaria ma la sua riflessione parte da più lontano – sembra che i timori sulla degenerazione identitaria si siano avverati. Montano xenofobia, umori sovranisti e populisti, retorica delle “radici” e della purezza religiosa. Come si è evoluto il quadro in questi anni?

Direi che il quadro si è evoluto in peggio. Del resto, per quali motivi avrei potuto o dovuto pensare in un’evoluzione verso il meglio? Quali fattori di speranza sarebbero emersi per una visione un po’ meno cupa? Non so se esagero in una visione eccessivamente tetra, ma mi sembra di poter dire per un verso che l’identitarismo è una mentalità dalle radici profonde, per un altro verso è un modo di pensare molto attraente, in quanto taglia la realtà con separazioni dicotomiche (per esempio “noi” e gli “altri”) di indubbia efficacia, per un altro verso ancora assistiamo a un sempre più esteso impoverimento culturale. Aggiungo che, mentre un tempo mettevo in guardia circa i pericoli dell’identitarismo considerandolo nella sua struttura concettuale e negli scoppi di violenza a cui può dare luogo, oggi sottolineerei di più il carattere per così dire quotidiano e quasi ininterrotto delle manifestazioni di odio. Insomma, non è più soltanto questione di ideologia (l’identitarismo inteso come ideologia), è questione di comportamento diffuso: qualcosa di più oscuro, profondo, incontrollato, meno “discutibile”, se così posso dire. Perciò anche di più preoccupante.

Se le destre conservatrici fanno spesso dell’identità religiosa uno dei cavalli di battaglia, a sinistra il sostegno di istanze sociali delle minoranze rischia di favorire altre forme di identitarismo. Abbiamo qualche strumento per disinnescare questa corsa al riarmo identitario?

Mi sembra di poter dire che il pensiero definito di sinistra non abbia mai o quasi mai fatto i conti con l’identitarismo. Il pensiero identitario – proprio perché è un’eredità che ci portiamo dietro da secoli, persino da millenni – è così incorporato nella nostra mentalità che non conosce differenze tra destra e sinistra, nel senso che può essere usato – ed è usato – tanto a destra quanto a sinistra. Con una differenza però: la destra lo usa meglio, trova meno impacci; l’identitarismo di destra è più chiaro, lineare, oserei dire più onesto intellettualmente. Pensiamo all’istigazione alla paura e all’odio verso l’altro: l’identitarismo offre una base chiara e solida a questo tipo di atteggiamento e di politica. La sinistra invece fa spesso dei pasticci, perché se da una parte non è capace di liberarsi dalla mentalità identitaria, dall’altra deve però salvare certi valori – come la solidarietà, l’apertura verso l’altro, la messa in discussione di certe differenze – che richiederebbero un altro tipo di impostazione, cioè un pensiero chiaramente non-identitario. Perduto il significato e la portata universalistica di concezioni come il marxismo, la sinistra si è acconciata ad adottare quello che il mercato delle idee offriva nella seconda metà del novecento: e il mercato offriva ciò che di più tradizionale avevamo a disposizione, cioè appunto l’identitarismo. Del resto, parlare e pensare “identitario” è anche un modo per farsi capire, per non rimanere esclusi dal discorso comune. La gente ti capisce meglio se parli identitario. Ma poi il prezzo si paga. E il prezzo – sul versante della sinistra – è un discorso più confuso, meno attraente, meno convincente di quello della destra.

L’Italia vive un periodo di transizione. Da una parte, il ripiegamento di stampo tradizionalista cattolico; dall’altra tendenze verso secolarizzazione e superamento di retaggi tradizionali. Mentre migranti e islam suscitano dibattiti e timori. Quali sfide ci attendono?

Intanto direi che si vive sempre in un periodo di transizione. Ma, a parte questa precisazione, se vogliamo uscire dalle secche in cui ci troviamo e se mi è consentito fare un discorso semplificato, sottolineerei i seguenti punti. Proprio in un periodo in cui assistiamo al risorgere di nazionalismi, sovranismi, populismi, proprio ora che la Brexit rischia di imporsi come un modello, come una via da seguire, si avverte il bisogno di un pensiero che, concentrandosi sull’Europa, prendendo come base e come riferimento esplicito l’Unione Europea, sappia far vedere la validità di una visione ampia, globale: una visione programmaticamente contro-corrente. In giro per il mondo (e anche da noi in Italia) mi pare che affiorino movimenti che esprimono l’esigenza di una visione non solo ampia e globale nel presente, ma una visione che sappia addentrarsi nel futuro e programmare un futuro vivibile non solo per “noi”, italiani o europei, ma per tutti. Mi rendo conto che nuotare contro corrente di questi tempi è estremamente difficile. Ma, per esempio, per quanto riguarda l’islam, perché non pensare a un rovesciamento di prospettiva? Perché non promuovere sistematicamente un recupero dei significati più profondi e fruibili della civiltà islamica: uno sforzo conoscitivo da non riservare soltanto alla ristretta cerchia degli specialisti, bensì un modo per proporre basi di confronto anche sul piano politico attuale. Sarà – anzi, senz’altro è – difficile, ma se si insiste sulla contrapposizione, spesso alimentata da pregiudizi e da ignoranza, che cosa rimane se non la diffidenza e lo scontro? Mentre, intanto, i problemi del mondo – il mondo di tutti – si fanno sempre più urgenti e impellenti. Intendo riferirmi ai problemi della Terra, ai problemi climatici ed ecologici, ai problemi che sempre più diventeranno determinanti per il fenomeno delle migrazioni e degli spostamenti di popolazioni. Anche qui, i discorsi della paura e dei respingimenti sono discorsi dalla visione estremamente corta, discorsi che non si rendono conto del fatto che siamo tutti nella stessa barca. E anche qui, sarebbe bello pensare che l’Unione Europea fosse in grado di sviluppare una politica a livello mondiale decisamente più forte e coraggiosa di quanto finora abbia promesso di fare. I discorsi identitari sono ciechi non solo nei confronti degli altri, che vengono da fuori; sono ciechi persino nei confronti degli altri che nascono nei “noi”, cioè i nostri figli. Quante volte dobbiamo sentirci chiedere quale futuro riserviamo ai nostri discendenti, quale Terra lasciamo loro da vivere?

In Contro natura metteva in discussione la fallacia naturalistica della dottrina cattolica – incarnata allora da Benedetto XVI – nei confronti della pluralità delle forme di famiglia. Neanche Francesco sembra però essersi discostato molto da quell’approccio, poiché in questi anni contribuisce ad agitare lo spauracchio del “gender”. Cosa scriverebbe oggi in una ipotetica “lettera” al nuovo papa?

In Contro natura mi ero soffermato non soltanto sulle diverse forme di famiglia che gli antropologi, per loro professione, studiano nelle diverse parti del mondo. Mi ero anche soffermato su quel tipo stranissimo di famiglia che è la stessa chiesa (è il pensiero cristiano a proporre questa interpretazione). Sinceramente, sono rimasto un po’ deluso che quegli spunti e quelle analisi non abbiano dato luogo a un dibattito, a partire dal seguente paradosso: la Chiesa parla tanto di famiglia “naturale”, ed essa si presenta in diversi momenti come una famiglia; ma se c’è una famiglia tanto poco naturale è appunto la chiesa. Se dovessi riscrivere quella “lettera al papa”, forse riprenderei quelle considerazioni, e analizzerei di più i significati storici, culturali, sociali e simbolici (oltre che teologici) del celibato dei preti per un verso e della marginalizzazione delle donne all’interno della chiesa per un altro verso: senza dimenticare del resto i temi della sessualità, che sono emersi così vistosamente in questi anni. Sotto il profilo antropologico, siamo in effetti di fronte a una costruzione veramente curiosa e strana, una costruzione però che, nonostante la sua stranezza, vanta una persistenza storica impressionante. Ma qui rischio di muovermi su un terreno così affollato di specialisti da fare paura.

La valorizzazione di un approccio laico può essere (e in che modo) uno degli antidoti per arginare questa deriva identitaria che investe il mondo da oriente a occidente?

Ovviamente, bisognerebbe capire cosa intendiamo per laico. Se per laico intendiamo non soltanto – come si fa oggi – una persona o un comportamento aconfessionale, che quasi sfiora l’ateismo, ma anche il significato originario (il popolo in quanto contrapposto al clero), e quindi un livello o uno strato inferiore, oserei dire che sì un approccio “laico” può contribuire ad arginare la deriva identitaria. Il laicismo, in questo senso, come visione dal basso e tipicamente bassa, potrebbe fare vedere, al contrario, come l’identità, nelle sue origini, sia qualcosa che ha a che fare con il divino. Gira e rigira, l’identità indica sempre qualcosa di permanente, qualcosa che si sottrae al tempo, qualcosa che “rimane” al di sopra del flusso, del divenire, delle variazioni. Nel pensiero antico l’identità veniva attribuita a qualcosa di divino. Chissà, forse le identità a cui si fa appello ai nostri giorni sono brandelli ormai scuciti di un lontano pensiero non solo ontologico, ma anche teologico: le nostre sono identità democraticamente distribuite, distribuite e regalate a tutti. Dico “democraticamente” in maniera provocatoria. Ciò che dovrebbe essere democraticamente distribuito e acquisito o conquistato non sono le identità (le finzioni, le illusioni di identità): molto banalmente, e più terra terra, sono i mezzi conoscitivi e pratici per vivere un po’ meglio in questo mondo.

Le sue analisi volte a destrutturare il concetto di identità hanno creato ampio dibattito nell’ambiente accademico e non solo. Come si può fare antropologia senza “sacralizzare” le culture?

In diverse occasioni mi sono battuto per contrastare una pericolosa tendenza di alcuni miei colleghi antropologi, i quali se per un verso utilizzavano (e utilizzano) a piene mani l’identità, per l’altro verso avevano preso di mira il concetto di cultura, considerato come un ferro vecchio, da buttare via non soltanto perché scientificamente vetusto, ma perché infido, ideologicamente compromesso, qualcosa cioè che rischiava di essere avvicinato a razza, sostituito a razza: culturalismo al posto di razzismo. Ho cercato di fare notare loro che ciò avviene quando le culture sono appunto concepite come identità. Ho cercato di fare vedere che il problema non è in “cultura”, ma in “identità”. Non ho esitazione ad affermare che le culture ci sono in questo mondo, mentre le identità sono soltanto rappresentazioni illusorie. Si assiste alla sacralizzazione delle culture quando appunto vengono investite dall’aura dell’identità. Senza l’identità, le culture appaiono per quelle che sono. Le definirei “aree di condivisione” – condivisione di strumenti, idee, simboli, in generale di comportamenti appresi, trasmessi non geneticamente, ma socialmente –, aree inoltre dai confini incerti, porosi, aree di condivisione non soltanto di “noi”, ma anche di “altri”, visti i fenomeni di scambio e di travaso tra le diverse aree. Niente di sacro dal punto di vista dell’antropologo. Poi però può succedere che i “noi” che si formano in quelle aree di condivisione provvedano a “sacralizzare” – tanto o poco – i propri simboli, le proprie istituzioni, anche con il concetto di identità. L’antropologo si può dunque ritrovare tra i piedi l’identità, non perché egli attribuisce identità ai “noi” che studia, ma perché – e questo può succedere storicamente (noi ne siamo la dimostrazione) – alcuni “noi” decidono di auto-attribuirsi forme di identità.

In quali termini è possibile porre le basi per la convivenza civile in un “noi” e cosa significa valorizzare le “somiglianze” di cui parla nel suo ultimo libro?

Il mio ultimo libro (Somiglianze. Una via per la convivenza) è un libro senza dubbio ambizioso: ambisce a fare vedere come l’identità sia una finzione, una rappresentazione illusoria (l’abbiamo già detto), ma soprattutto ambisce a fare vedere come ci sia una rappresentazione un po’ meno illusoria, una rappresentazione più congrua, che è quella delle somiglianze. È un libro lungo e impegnativo, perché ho dovuto – anche qui nuotando contro-corrente – risalire indietro e fare vedere come il pensiero identitario abbia oscurato l’intrico delle somiglianze e delle differenze in cui normalmente viviamo. Ho voluto fare emergere la forza e la resilienza delle somiglianze e delle differenze. Ho voluto dimostrare come, se per un verso le identità tagliano le somiglianze (per esempio, tra noi e gli altri), per l’altro verso queste somiglianze rispuntano, facendo capire che per quanto noi cacciamo gli altri nell’alterità più lontana, e persino li cacciamo nel nulla (eccidi, genocidi ecc.), le somiglianze continuano a rispuntare da qualche altra parte. E beninteso, non si tratta soltanto delle somiglianze tra noi e gli altri (altri umani): si tratta anche delle somiglianze tra noi e la natura. La tesi di fondo del mio libro è che la convivenza è impossibile in un regime di identità: la convivenza è resa possibile soltanto dal riconoscimento e dal trattamento delle somiglianze. Si convive tra i simili. Partendo di qui, il problema è di imparare un’arte del convivere, di inventare e mettere in pratica tecniche di convivenza. Sempre che vogliamo vivere in questo mondo, garantendo stili di vita accettabili: non solo per “noi”, qui, in questa parte di mondo e in questo momento storico, ma anche per altri, anche per quelli che dovrebbero venire dopo di noi. Purtroppo, l’identità, eliminando le somiglianze, ha contribuito molto ad accorciare la nostra vista e ad annullare il nostro senso di responsabilità verso le forme di vita al di là di un ristretto e misero “noi”.

La redazione


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