martedì 25 agosto - Lorenza Morello

Obbligo di madre, facoltà di padre

Vannacci, l'aborto come "non diritto" e la donna picchiata in nave: quando la cultura del controllo fallisce proprio dove dovrebbe proteggere.

C'è un filo che lega due notizie che sui social sembrano lontanissime. Da una parte il generale Roberto Vannacci che torna a rivendicare la sua idea di famiglia e firma convintamente il manifesto valoriale di Pro Vita & Famiglia, mettendo al primo punto del programma del suo Futuro Nazionale la difesa della vita e il contrasto all'aborto come diritto, con la sua frase ormai nota: l'aborto è una condizione infelice ma non può essere un diritto perché togliere la vita non può essere un diritto. Dall'altra una donna picchiata in barca dal fidanzato, che scopre sulla sua pelle che la denuncia rischia di finire archiviata per difetto di giurisdizione perché eravamo in acque internazionali e la nave batteva bandiera panamense, come già accaduto alla donna di Ascoli Satriano che ha dovuto scrivere al Presidente Mattarella per chiedere giustizia.
Due storie diverse. Stessa radice: la crassa ignoranza di chi parla di donne senza conoscere le donne, di diritto senza aver mai aperto un codice, di vita senza essersi mai chiesto che vita.
Mettiamo i punti legislativi, visto che tutti parlano di legge.

In Italia l'interruzione volontaria di gravidanza non è una concessione morale. È la legge 22 maggio 1978, n. 194. Una legge di compromesso altissimo, nata dopo il referendum sul divorzio, dopo le battaglie di Adele Faccio e di Emma Bonino, che non istituisce un capriccio ma bilancia due beni costituzionali: la tutela della vita e l'autodeterminazione della donna, la sua salute fisica e psichica sancita dall'articolo 32 della Costituzione. La Corte Costituzionale, con la sentenza 27/1975, lo disse con eleganza spietata: non esiste equivalenza tra il diritto alla vita di chi è già persona e la tutela di chi persona deve ancora diventare. Il corpo è della donna che lo abita.

E qui sta l'ipocrisia feroce che non si vuole mettere all'indice.
Sul corpo della donna decide la donna. Non è uno slogan. È l'unico principio giuridico compatibile con uno Stato laico. Perché non è giusto, non è mai stato giusto, che una donna sia obbligata alla genitorialità e un uomo no.

Prendiamo le due ipotesi che i moralisti non fanno mai, perché rovinano il sermone.
Ipotesi uno: l'incontro fortuito. Una notte. Lui sparisce. Lei resta con due linee rosa su un test. Lui non è obbligato a nulla. Non c'è legge che gli impianti un feto, che gli blocchi la carriera, che gli laceri il corpo. Lei sì, dovrebbe essere obbligata dallo Stato a portarlo avanti.


Ipotesi due: la coppia consolidata. Stanno insieme da anni. Lei resta incinta. Lui cambia idea, o la lascia, o dice semplicemente "non me la sento". La legge italiana non lo obbliga a diventare padre a sua insaputa. Può non riconoscere il figlio. Può sottrarsi. Lei no. Lei deve diventare madre per forza.

Dov'è la parità? Dov'è la responsabilità condivisa? C'è solo un obbligo unilaterale sul corpo di una sola. E poi c'è la domanda che in questi consessi di soli uomini non si fa mai, perché richiederebbe un briciolo di immaginazione e di pietà: che vita avrà un figlio che viene al mondo non voluto? Che vita avrà un bambino che nasce come punizione, come conseguenza, come obbligo di Stato? Simone de Beauvoir lo scriveva ne Il secondo sesso nel 1949: costringere una donna a essere madre è fabbricare insieme una madre infelice e un figlio colpevolizzato per il solo fatto di esistere. È la più spietata delle violenze, perché si traveste da amore per la vita.

Questa è la cultura che andrebbe messa all'indice. La cultura che vuole la donna madre per forza, ma sola quando viene picchiata.
E arriviamo alla barca. Perché è lì che la maschera cade.

Finché si tratta di vietare, di controllare l'utero, lo Stato deve entrare ovunque, anche nelle lenzuola. Quando si tratta di proteggere quella stessa donna dalle botte del fidanzato in cabina, improvvisamente lo Stato non c'è, siamo in acque internazionali, bandiera panamense, articolo 4 del Codice della Navigazione, Convenzione di Montego Bay, competenza dello Stato di bandiera, articoli 7 e 10 del codice penale che richiedono la richiesta del Ministro della Giustizia per procedere per reato commesso all'estero, archiviazione per difetto di giurisdizione. Tutto vero, tecnicamente. Tutto cinicamente perfetto.
Ma è esattamente la dimostrazione di quanto questo sistema sia elegante solo quando deve punire e sprovveduto quando deve proteggere.

Se vuoi davvero tutelare una donna in crociera, le insegni che deve farsi refertare dal medico di bordo, far annotare il diario nautico, prendere nomi di testimoni, coordinate, nome e bandiera della nave, e denunciare alla prima autorità portuale con assistenza legale. Non le dici "eh, acque internazionali, nessuno interverrà". Le dici come si interviene.

Ecco perché le due notizie sono la stessa notizia. Si vuole decidere sul corpo delle donne senza conoscere il corpo delle donne. Si vuole legiferare sulla loro vita senza aver mai ascoltato la loro vita.

Sul corpo della donna decide la donna. Il resto è letteratura maschile. Elegante, a volte. Spietata, sempre.

Foto wikimedia




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