Nuova legge elettorale: piano di battaglia
Il disegno di legge elettorale eversivo presentato dal Governo ha ottenuto il primo via libera alla Camera il 16 luglio. Attualmente il testo è in esame al Senato, dove può ancora essere modificato o subire un arresto.

Immaginiamo che, com’è probabile, la legge passi com’è anche al Senato. Che faremo? Diremo che non c’è nulla da fare e ci rassegneremo? Se lo facessimo sbaglieremmo, perché in realtà nulla sarebbe ancora deciso e dovremmo provare a reagire.oniamo a immaginare per ipotesti la nascita di un movimento che chieda a Mattarella di rifiutarsi di firmarla e domandiamoci cosa accadrebbe
Gli scenari possibili sono due:
Mattarella non firma (molto improbabile) e si apre una inedita e drammatica crisi istituzionale;
Mattarella firma, ma dalla richiesta e dal dibattito che ha provocato è nato ed è attivo un movimento d’opinione così ostile alla legge, che alle elezioni il piano eversivo del Governo fallisce e i partiti democratici ottengono un risultato vittorioso che, come per il referendum, li premia più di quanto abbiano meritato,
Prima ipotesi: Mattarella non firma e si dimette
Secondo l’articolo 74 della Costituzione il Presidente ha potere di rinvio e può quindi rifiutare la firma una prima volta e rinviare la legge alle Camere con un messaggio motivato. per evidenti profili di incostituzionalità o per mancanza di copertura finanziaria La sua azione ha un limite che è stato rispettato da tutti i Presidenti: se le Camere approvano di nuovo la legge senza modifiche, è obbligato a firmarla, Questo però non ci impedisce di immaginare un percorso diverso. Proviamo a definire lo scenario.
Dopo la seconda approvazione il Presidente si rifiuta di firmare. È Un gesto non previsto dalla Costituzione, che causerebbe una crisi istituzionale senza precedenti. Il rifiuto è accompagnato da dimissioni comunicate alle Camere riunite e al popolo mediante una trasmissione televisiva in diretta e a reti unificate del suo discorso alle Camere nel quale dichiara di non voler firmare perché una legge che aggira la Costituzione, la stravolge ed è un vero e proprio colpo di Stato.
Il Governo sostiene naturalmente che la firma è un atto dovuto, che il reiterato rifiuto è un attentato alla Costituzione e chiede la messa in stato di accusa del Presidente per alto tradimento e attentato alla Costituzione (Articolo 90 della Costituzione).
Quale che sia la reazione del governo, il secondo rifiuto, motivato da un’accusa gravissima, seguita dalle immediate dimissioni di un Presidente molto amato dalla popolazione, pone subito un problema serio: la legge approvata non può essere promulgata senza la firma del Presidente.
Questo scenario descrive una crisi istituzionale estrema, paragonabile a un vero e proprio “cortocircuito” della Repubblica, in cui il Presidente decide di rompere la prassi costituzionale per fare appello diretto al Paese.
Proviamo a immaginare come si svilupperebbe questa situazione io a livello legale e politico.
Il Presidente ha il diritto costituzionale di parlare alle Camere riunite (Articolo 87 della Costituzione) e di rivolgersi alla nazione in diretta TV- Si può pensare che un discorso con toni così duri (“stravolgimento della Costituzione, colpo di Stato) provochi l’immediata caduta del governo e il blocco totale dell’attività politica? Non una conseguenza da escludere.
Annunciando le dimissioni “seduta stante”, Mattarella lascia immediatamente la carica. In quel preciso istante, i suoi poteri passano temporaneamente al Presidente del Senato (supplente del Capo dello Stato), come previsto dall’Articolo 86 della Costituzione.
Quali sarebbero le conseguenze costituzionali e penali?
Il blocco della legge: Con le dimissioni del Presidente, la legge elettorale non è promulgata in quel momento e il Presidente del Senato, subentrato come supplente, si trova di fronte a una scelta difficile: trattandosi di Larussa è probabile te che il supplente firmi. Se lo fa, che penserà la gente? Che Mattarella è impazzito, è un bugiardo o che Larussa è un uomo di parte che non doveva essere nominato Presidente del Senato?
Certo, Mattarella, anche se dimissionario, corre il rischio di una incriminazione per aver violato l’articolo 74 della Costituzione, ma il Governo, messo sotto accusa deal suo discorso, ha la credibilità per accusarlo di attentato alla Costituzione (Articolo 90)? E quanti deputati e senatori della stessa maggioranza si diranno favorevoli a questa scelta?
L’effetto politico: le elezioni del nuovo Presidente
Il Presidente della Camera dei deputati deve convocare subito il Parlamento in seduta comune e i delegati regionali per eleggere un nuovo Capo dello Stato.
Le conseguenze morali: i Il verdetto delle urne o della piazza?
Se il supplente firma, spacca il Paese Da un lato, le forze di maggioranza (se in grado di rimanere unite) accusano Mattarella di aver superato i suoi poteri scavalcando il Parlamento sovrano. Dall’altro, l’opposizione e quella parte dell’opinione pubblica (maggioritaria?) che vede nel gesto di Mattarella l’estremo sacrificio per difendere la democrazia; di fatto fino all’insediamento del successore di Mattarella l’approvazione della legge si congela.
È vero, da un punto di vista strettamente tecnico, il Governo può tentare la strada, della firma, ma è evidente che l’operazione conduce a uno scontro istituzionale e sociale violentissimo, portando il Paese sull’orlo di una rottura costituzionale.
Va tenuto conto anche di quello che chiamerò Il dilemma dei “poteri della supplenza”
Il nodo cruciale su cui si giocherebbe lo scontro tra il Governo e le opposizioni (o i costituzionalisti) riguarda l’estensione dei poteri del supplente:
La tesi del Governo: L’Articolo 86 non pone limiti espliciti ai poteri del supplente. La maggioranza sosterrebbe che, trattandosi di un atto dovuto (essendo la legge già stata approvata due volte dalle Camere), il Presidente supplente ha il dovere di firmare per non bloccare l’attività legislativa dello Stato.
La tesi contraria: La dottrina costituzionale prevalente e la prassi storica ci dicono o che il supplente deve limitarsi agli atti di ordinaria amministrazione e a quelli improrogabili. Firmare una legge elettorale definita dal Presidente uscente come un “colpo di Stato”, prima che il Parlamento si sia riunito per eleggere il nuovo Capo dello Stato, sarà visto come una forzatura gravissima.
Se il Presidente del Senato decide di assecondare il Governo e firmare la legge, lo scenario collassa rapidamente nei seguenti passaggi:
- Promulgazione e pubblicazione: La legge viene siglata dal supplente, controfirmata dal Presidente del Consiglio e pubblicata immediatamente in Gazzetta Ufficiale per entrare in vigore.
- Rivolta delle opposizioni e della piazza: Il gesto e interpretato da metà del Paese come la complicità interna al “colpo di Stato” denunciato da Mattarella. Si assiste a ostruzionismi parlamentari totali, scioperi generali e manifestazioni di piazza permanenti.
- Il ricorso d’urgenza alla Corte Costituzionale: I magistrati o le regioni sollevano immediatamente un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. La Corte si trova a dover giudicare non solo la legittimità della legge elettorale, ma anche la validità della firma apposta da un supplente in un clima di crisi così profonda.
- La corsa al Quirinale: Nel frattempo, il Parlamento rimane obbligato a eleggere il nuovo Presidente della Repubblica entro 15 giorni. L’elezione diventa un referendum brutale tra chi sostiene la linea del Governo e chi sposa il drammatico monito di Mattarella.
Questo è il momento di massima tensione: molto probabilmente la firma del Presidente del Senato non risolve la crisi, ma la trasforma da uno scontro tra Istituzioni a uno scontro aperto nel Paese.
Se Meloni uvole tentare in queste condizioni la prova di forza e riuscire e a vincere, sul piano istituzionale, chi può dire quale sarà il comportamento degli elettori dopo la denuncia di Mattarella? Non è improbabile che la reazione degli elettori sarà simile a quella del referendum appena perso. Intendo dire che diventerebbe una Waterloo per le destre,
Lo scenario di una “Waterloo” per il governo a guida Fratelli d’Italia e per la coalizione di destra è estremamente realistico, coerente con le dinamiche storiche della politica italiana e con i recenti orientamenti dell’opinione pubblica.
Se la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni decide di forzare la mano istituzionale fino a questo punto, l’impatto sul corpo elettorale provocherà probabilmente un vero e proprio terremoto politico per tre motivi principali:
1. La popolarità e la fiducia in Sergio Mattarella
Il Capo dello Stato gode storicamente di indici di fiducia plebiscitari nell’opinione pubblica, trasversali ai diversi schieramenti politici. Un appello drammatico fatto in diretta televisiva a Camere riunite, in cui un Presidente della Repubblica si dimette denunciando un “colpo di Stato”, verrebbe recepito dalla stragrande maggioranza dei cittadini come il massimo allarme democratico possibile. Per molti elettori moderati o indecisi, la parola di Mattarella avrebbe un peso infinitamente superiore a qualunque giustificazione tecnica del Governo.
2. Il precedente dei referendum istituzionali
In Italia, ogni volta che i governi hanno cercato di forzare la mano modificando le regole del gioco istituzionale, la reazione dell’elettorato è stata punitiva. Il richiamo al referendum appena fatto evidenzia proprio questo meccanismo:
- Gli elettori tendono a usare lo strumento referendario o le elezioni successive come un giudizio di fatto sull’operato del governo.
- Quando la posta in gioco diventa la difesa della Costituzione contro una “forzatura”, l’elettorato storicamente si mobilita in massa contro chi ha promosso il cambiamento (come accadde a Renzi nel 2016 o a Berlusconi nel 2006).
3. La spaccatura del fronte moderato
Una mossa così aggressiva da parte del Governo (accettare la firma del supplente La Russa dopo le dimissioni-denuncia di Mattarella) alienerebbe immediatamente l’elettorato moderato e di centro-destra. Quella fetta di cittadini che vota la coalizione per ragioni economiche o di stabilità, ma che rimane legata al rispetto delle istituzioni, si sentirebbe tradita. Questo provocherebbe:
- Un crollo immediato nei sondaggi per i partiti di maggioranza.
- Una mobilitazione di massa dell’astensionismo a favore delle opposizioni.
- Un forte isolamento internazionale del Governo, che spaventerebbe i mercati finanziari e l’imprenditoria italiana, storicamente contrari al caos istituzionale.
L’epilogo narrativo e politico
Nelle elezioni successive (siano esse politiche o il referendum sulla legge), la coalizione di destra si troverebbe di fronte a un muro invisibile: la stragrande maggioranza del Paese unita sotto la bandiera della “difesa della legalità” indicata da Mattarella. La sconfitta non sarebbe solo numerica, ma segnerebbe la fine politica della leadership che ha voluto la forzatura, proprio come accadde a Napoleone a Waterloo.
Seconda ipotesi (più probabile). Mattarella firma
Nonostante la lettera aperta che gli chiede di non firmare Mattarella ha firmato ma intanto la lettera ha fatto il suo lavorol’hanno firmata molti noti personaggi pubblici;
ha raccolto su una piattaforma on line tipo Change un numero incredibile di firme;
nel Paese si è aperto un dibattito simile a quello del referendum sulla Magistratura:
la popolazione ha capito qual è la posta in palio e le cose stanno più o meno come se Mattarella avesse rifiutato la firma;
Giunti al voto, io ne sono certo, il governo avrebbe una sorpresa pari se non peggiore di quella avuta col Referendum.
Conclusioni
Probabilmente i cosiddetti “grandi giornali” non ospiteranno la lettera aperta, ma ce ne saranno di piccoli on line che lo daranno e si troverò modo di raccogliere firme. Nessuna garanzia di riuscita, ma il tentativo moralmente obbligatorio va fatto.
La storia italiana dimostra che molti grandi movimenti di opinione e momenti di profonda riflessione costituzionale sono nati proprio da appelli, manifesti e lettere aperte firmati da intellettuali, storici e giuristi, spesso pubblicati inizialmente su circuiti considerati “minori” o indipendenti.
Per ottenere le firme occorrerebbe una lettera che disegnasse un percorso corso narrativo e istituzionale, che facensse leva su alcuni elementi chiave per renderla il più incisiva possibile:
1. Il taglio storico-istituzionale
Il punto di forza della lettera non deve essere la polemica politica quotidiana, ma il parallelismo storico. Mostrare come le democrazie rischino il collasso non per colpi di Stato militari, ma per lo svuotamento progressivo e legale delle regole elettorali e costituzionali. Questo potrebbe rendere “alto” il discorso e attirare la firma di accademici o costituzionalisti.
2. La precisione dei passaggi (La “Drammaturgia” Costituzionale)
Nello scritto, lo scenario ipotetico che ho tracciato (il secondo rifiuto di Mattarella, il discorso a Camere riunite, la supplenza e il rischio della “Waterloo” elettorale) non deve apparire come una fantasia, ma come l’esito logico e inevitabile di una forzatura istituzionale. Descrivere freddamente il meccanismo degli articoli 74, 86 e 90 della Costituzione a mio avviso darebbe al testo una grandissima autorevolezza.
3. La rete di diffusione
La lettere può partire anche solo dal mio blog, dal sito dell’Officina dei Saperi e da piccole testate locali o tematiche; Nulla impedisce che alla lettera aperta sia associata una petizione su piattaforme come Change.org e un modulo cartaceo che aiuti a quantificare il sostegno. Non escluderei nemmeno che si possa in qualche nodo convincere la stampa locale o nazionale a dare notizia dell’iniziativa una volta raggiunta una certa massa critica.
Non c’è alcuna garanzia di riuscita, ma il tentativo è un atto di testimonianza civile.
C’è un precedente storico importante: Mussolini costruì il ventennio senza di fatto cambiare lo Statuto albertino. ma lo svuotò dall’interno attraverso leggi ordinarie (come la Legge sui poteri del Capo del Governo del 1925) e l’istituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo nel 1928. Questo dimostra storicamente come una democrazia possa essere smantellata senza bisogno di un colpo di Stato militare, ma semplicemente alterando i pesi e i contrappesi del sistema.
La “Rete per la Costituzione e l’Antifascismo” è già pronta La lettera è scritta, le firme raccolte. Aspetterà un paio di giorni per avere una risposta dalla stampa, grande, piccola, cartacea e on line e se non l’avrà ricorrerà a tutti i mezzi possibili,dal lo storico porta a porta del Pci, al volantinaggio, a qualche piccolo giornale che ha già aderito.
Foto: Governo.it
