martedì 20 luglio - UAAR - A ragion veduta

Non si devono indottrinare i poveri con la scusa di aiutarli (usando fondi pubblici)

L’esternalizzazione di servizi pubblici su enti terzi non è tema di competenza delle associazioni laiche. O meglio, lo è soltanto quando gli enti terzi hanno un carattere religioso. Il fenomeno, da noi, è tuttavia così frequente da portarci a pensare che sia un problema tipicamente italiano. Peraltro, non sono pochi quelli che ritengono che non sia nemmeno un problema, «perché la Caritas fa del bene». Dipende come e a chi. In ogni caso, anche all’estero troviamo situazioni simili.

Nel Regno Unito, per esempio. Dove negli anni scorsi l’intergruppo parlamentare che si occupa di “fede e società” ha redatto e promosso un faith covenant che individua le buone pratiche a cui dovrebbero attenersi i gruppi religiosi quando erogano servizi pubblici, al fine di evitare potenziali conflitti di interesse e discriminazioni nei confronti di fruitori “sgraditi”. Uno dei punti centrali era il divieto di proselitismo verso chi la pensa diversamente – e magari è persino demonizzato, come può capitare agli atei e/o alle persone Lgbt+. Tale divieto, ad alcuni gruppi religiosi, non andava però proprio giù. Risultato: l’intergruppo ha silenziosamente rimosso dalle linee-guida il passaggio sul proselitismo.

I nostri amici della National Secular Society hanno prontamente denunciato il caso, ricordando che, «quando si forniscono servizi al pubblico, la priorità dovrebbe essere il benessere e la dignità del cittadino – e non gli obiettivi missionari dei gruppi religiosi». Anche perché gli assistiti, vivendo nel bisogno, spesso pensano di non avere alcuna concreta possibilità di rifiutare (per esempio) la partecipazione a gruppi di preghiera.

È il medesimo problema che, su scala più ampia, riscontriamo in Italia. La Caritas, che non brilla per la trasparenza dei suoi bilanci, è “organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana” (corsivo mio). Anche scorrendo lo statuto si può notare come la dottrina sia ritenuta più importante di tutto il resto: qualche obiezione sulla coerenza etica si potrebbe quindi opporre. Ciononostante, pressoché ovunque l’assistenza sociale dei Comuni è stata devoluta al mondo cattolico, insieme ai relativi stanziamenti. Le Caritas locali mettono effettivamente a disposizione beni di prima necessità: ma il povero non cattolico è costretto a rivolgersi alla parrocchia, e deve quindi sperare di non essere oggetto di “attenzioni” proselitiste. Non c’è ovviamente possibilità di dimostrare che ciò accada, vista la situazione. Ma resta una situazione imbarazzante per i bisognosi: nessun imbarazzo, invece, per le amministrazioni locali che l’hanno creata.

È sin troppo facile fare del bene con i soldi altrui: se di carità si tratta, dunque, si tratta di carità pelosa. La soluzione, ovviamente, può essere soltanto una: non esternalizzare mai servizi pubblici su gruppi religiosi, a maggior ragione quando è accompagnata dall’erogazione di contributi statali o locali. In nome della sussidiarietà, ormai un dogma della chiesa cattolica, l’intera classe politica italiana sembra purtroppo aver scelto la strada diametralmente opposta.

Raffaele Carcano

 




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