Nell’era dell’intelligenza artificiale, chi ricorderà per noi
Una fotografia conserva un volto, una registrazione trattiene una voce. Ma ricordare significa qualcosa di più: scegliere, raccontare, dare un senso a ciò che è accaduto. Oggi anche l’intelligenza artificiale partecipa alla costruzione delle immagini e delle storie attraverso cui guardiamo il passato. Può dare forma a memorie frammentate, ma può anche trasformarle fino a rendere incerto il confine tra ricordo e invenzione.
È da questa tensione che prende forma 2030: Collective Resonance. Human, AI, Rituals and Virtual Memory, la mostra collettiva dedicata alla scena artistica digitale taiwanese, curata da Hsin-Chien Huang e ospitata al MEET Digital Culture Center di Milano fino al 25 ottobre 2026. Realtà virtuale, video, proiezioni immersive e immagini generate dall’AI diventano modi diversi di interrogare una stessa questione: come si trasmette la memoria di una cultura quando cambiano gli strumenti con cui la rappresentiamo?
Il titolo guarda al 2030, un futuro abbastanza vicino da sembrare già presente. Nelle opere, la tecnologia attraversa gesti familiari, racconti tramandati, pratiche collettive e modi di abitare il proprio corpo. In A Sea of Polyphony, Hsiao-Yue Tsao parte dalla letteratura taiwanese per dare spazio a storie dimenticate o mai affidate alla scrittura. Attraverso immagini, suoni e proiezioni, il mare diventa il luogo in cui le memorie di donne appartenenti a generazioni diverse possono incontrarsi.
L’opera suggerisce che un archivio contiene soltanto ciò che qualcuno ha potuto o voluto conservare. Molte esperienze sopravvivono invece in una voce, in un oggetto, in un ricordo condiviso. Portarle in uno spazio immersivo non significa recuperarle una volta per tutte: significa trovare una nuova forma per ascoltarle.
Anche Heart of Charcoal Fire, realizzata da Lin Yun-Si, Chen Po-Kuei, Lan Ke-Chen e Hsieh Yu-Ling, parte da una pratica condivisa: la camminata sul fuoco del Tempio di Baoyuan a Xinzhuang. La realtà virtuale permette al pubblico di avvicinarsi a questo universo di fede e partecipazione. Ma che cosa passa da un rituale vissuto insieme alla sua ricostruzione digitale? Le immagini possono raccontarne i simboli e aprire l’esperienza a nuovi spettatori. Il calore del fuoco, la presenza degli altri e il significato che quel gesto assume per la comunità appartengono però anche al luogo e ai corpi che lo compiono.
Il rapporto fra AI e ricordo diventa più intimo in See You in Three Days di KUA KEE SENG. Ispirata alla morte di due sorelle a tre giorni di distanza, l’opera intreccia immagini generate dall’intelligenza artificiale, gesti quotidiani e tradizioni familiari legate al lutto. Nella sequenza finale le due donne riappaiono bambine. È un’immagine capace di commuovere e, insieme, di porre una domanda difficile: quando una persona scomparsa torna davanti ai nostri occhi grazie a una ricostruzione, stiamo custodendo un ricordo o creando una nuova immagine di lei? Forse le due cose possono convivere, purché non si dimentichi che quell’immagine nasce dal desiderio e dall’interpretazione di chi resta.
In ZipRush: Riders of Ekholux, lo stesso curatore Hsin-Chien Huang immagina invece la cultura come qualcosa che continua a esistere grazie ai movimenti e alle invenzioni dei partecipanti. I giocatori attraversano e modificano uno spazio virtuale, creando percorsi che altri potranno riprendere. La memoria prende così la forma di un’esperienza che si trasmette e cambia, anziché di un oggetto chiuso in un archivio.
È forse questa l’idea più fertile della mostra. Le tecnologie possono conservare tracce, ampliare l’accesso alle storie e dare forma a ciò che era difficile raccontare. Ma una memoria collettiva vive solo se qualcuno continua a confrontarsi con quelle tracce, a interpretarle e a passarle ad altri. La domanda, allora, non è soltanto «chi ricorderà per noi?». È anche: quale parte vogliamo avere nel ricordare insieme?
2030: Collective Resonance. Human, AI, Rituals and Virtual Memory è al MEET Digital Culture Center, Viale Vittorio Veneto 2, Milano, fino al 25 ottobre 2026. Apertura da giovedì a domenica, dalle 14.30 alle 19.30.
