venerdì 8 settembre - Giovanni Greto

Mostra Lyda Borelli primadonna del Novecento (Casa Museo di Palazzo Cini)

Un’occasione per entrare in uno storico palazzo sul Canal Grande, a due passi dall’Accademia e dalle Zattere

E’ stata da poco inaugurata al secondo piano della Casa-Museo di Palazzo Cini a San Vio, una mostra indiscutibilmente necessaria per dare il giusto risalto a Lyda Borelli, grande attrice di teatro e di cinema. Come ha sottolineato Pasquale Gagliardi, segretario generale della Fondazione Cini, nel corso dei saluti di rito, “pochi sono a conoscenza che Lyda Borelli è stata moglie del conte Vittorio Cini “ dal 1918, allorchè a soli 31 anni abbandonò le scene per dedicarsi alla famiglia. Darà alla luce quattro figli, Giorgio, Mynna e le gemelle Yana e Ylda. Giorgio, morto in un incidente aereo, diede il nome alla Fondazione, situata nell’isola di San Giorgio.

Responsabile della mostra è l’Istituto per il Teatro e il Melodramma della Fondazione Cini, il quale, in occasione del decennale della propria nascita (2007-2017), ha abbandonato la denominazione originaria, “Centro Studi per la ricerca documentale sul Teatro e il Melodramma europeo”. L’esposizione è stata curata dalla direttrice dell’Istituto, Maria Ida Biggi, la quale, nel ringraziare un eccellente staff di collaboratori, ha ricostruito la carriera teatrale e artistica dell’attrice a 130 anni dalla nascita (La Spezia, 22 marzo 1887 – Roma, 2 giugno 1959), dando altresì alle stampe un volume, “Il teatro di Lyda Borelli”, in collaborazione con ‘Fratelli Alinari, Firenze’, curato assieme a Marianna Zannoni, con l’intento di restituire all’artista il ruolo di una tra le maggiori dive italiane del primo Novecento, nel campo della prosa e del cinema.

Il percorso espositivo ricostruisce, attraverso una ricca selezione di fotografie d’epoca, di materiali inediti ed originali e di rari documenti d’archivio, la vita della Borelli, sia come attrice, sia come musa ispiratrice dei più grandi artisti e fotografi del primo Novecento. Inoltre, accanto alla vicenda artistica, la mostra fornisce un quadro generale della sua personalità. La Borelli incarnava perfettamente la modernità di inizio secolo. Era una donna a un tempo sensuale ed elegante, semplice e misteriosa, che amava dare di sé l’immagine di donna emancipata – guidava l’automobile e l’aereo! – costruita attraverso il carattere dei personaggi che interpretava e alla forza del suo proprio nella vita reale, contribuendo a creare una icona liberty e di donna d’avanguardia. Tra le oltre 100 stampe originali visibili, c’è una foto in cui indossa una Jupe culotte, - la prima forma di pantalone femminile, nata a Parigi – durante la rappresentazione de “Il marchese di Priola” al teatro Politeama di Firenze, il 24 febbraio 1911, diventando, per così dire, la madrina del nuovo indumento.

Buona parte dell’esposizione è dedicata alla fotografia, il mezzo principale, in quegli anni, di diffondere l’immagine di un’artista, attraverso gli scatti di Mario Nunes Vais, Arturo Varischi e Giovanni Artco, Emilio Sommariva e Attilio Badodi, per i quali la Borelli ha posato sia in abiti di scena, sia dando sfoggio alle sue celebri toilettes. Come ha rivelato Maria Ida Biggi, non esistendo più i vestiti originali, l’Istituto, assieme all’atelier Nicolao, ha voluto produrre, appositamente per la mostra, tre abiti. Il costume di Favetta, in occasione della prima rappresentazione assoluta nel 1904 de ‘La figlia di Iorio” di Gabriele D’Annunzio ; quello della protagonista di “Salomè”, la principessa d’Israele, di Oscar Wilde, indossato durante la “Danza dei sette veli”. Questo personaggio, soprattutto grazie alla trionfale tournee sudamericana (Argentina, Messico) nel 1909-1910, diventerà il suo cavallo di battaglia e la consacrerà nell’olimpo del teatro, diventando per tutti un’attrice divina, una diva; un abito borghese, scelto per documentare la sua eleganza nella vita quotidiana. Accanto a fotografie tradizionali, in mostra è presente anche una selezione di rare e inedite stereoscopie su lastra di vetro, realizzate con un apparecchio fotografico di proprietà di Lyda Borrelli, raffiguranti momenti della tournèe in Sudamerica e scatti privati. La fotografia stereoscopica cerca di riprodurre la percezione della tridimensionalità grazie all’uso di due immagini apparentemente identiche, ma riprese da una determinata distanza (detta interpupillare), per mezzo di una camera stereoscopica. Molte le pagine appartenenti a una serie di album di ritagli stampa d’epoca, relativi alla tournee sudamericana e ad altri spettacoli, visibili in parte nelle teche, ma sfogliabili grazie ad un voltapagine interattivo che li riproduce, realizzato da Stefano Bergonzini.

Nella sezione dedicata all’immagine pittorica della divina, si possono ammirare alcuni ritratti in uno stile “Art Noveau”, eseguiti da noti esponenti della pittura italiana della Belle Epoque: splendidi i dipinti di Arturo Noci, di Giuseppe Amisani, di Ettore Maria Bergler, uno dei maggiori rappresentanti del Liberty siciliano, di Maria Vinca, raffigurante la Borelli nel 1925 con i due figli Giorgio e Mynna. C’è anche un disegno di Antonio Argnani, proveniente dalla Pinacoteca Comunale di Faenza, che ritrae l’attrice nel costume di Salomè, documentando la fama ottenuta dopo aver interpretato questo ruolo. Nella seconda sala, protette da teche, si possono ammirare e leggere lettere autografe che documentano la corrispondenza tra Lyda Borelli e i maggiori esponenti della cultura dell’epoca, conservate in collezioni private e negli archivi SIAE- Biblioteca e Raccolta Teatrale del Burcardo di Roma. Tra i corrispondenti : Sem Benelli, Gabriele D’Annunzio, Guido Gozzano, Ada Negri, Dario Niccodemi, Enrico Prampolini, Adolfo Re Riccardi, Giorgio Rosso di San Secondo, Matilde Serao, Renato Simoni, Arturo Toscanini, Annie Vivanti.

Ci sono anche due busti : uno in antimonio realizzato da Peko (Pier Antonio Pegoraro), proveniente dall’Archivio Carlo Montanaro; l’altro, marmoreo, realizzato da Pietro Canonica, proveniente dalla Fondazione Casa Lyda Borelli di Bologna, per artisti e operatori dello spettacolo, che ha fornito, assieme alle raccolte SIAE-Biblioteca e Raccolta Teatrale del Burcardo, locandine e programmi di sala d’epoca.

Anche se essenzialmente la Borelli è un’attrice di teatro – debutterà nel cinema nel 1913 interpretando 14 film negli ultimi cinque anni di carriera – che si lamentava perché nel fare cinema le mancava il contatto con il pubblico, il palazzo riserva una piccola stanza nella quale in una ventina di minuti scorrono le immagini montate di vari film , a cura della Fondazione Cineteca Italiana di Milano. Un breve excursus sulle interpretazioni cinematografiche dell’attrice, fondamentali nella costruzione della sua immagine di “Diva”: dal debutto con “Ma l’amor mio non muore”(1913) di Mario Camerini a “La donna nuda”(1914), “La falena”(1916) e “Malombra”(1917) di Carmine Gallone, con la quale la Borelli litigava tantissimo perché il regista non la lasciava libera di recitare come si sentiva, a “Rapsodia satanica”(1917) di Nino Oxilia e “Carnevalesca” (1918) di Amleto Palermi. E proprio la pellicola “Rapsodia satanica”, proiettata nelle sale Apollinee del teatro la Fenice,- con il commento musicale di Pietro Mascagni eseguito dal vivo da Francesca Badalini, pianoforte , Aurora Maria Mistica Bisanti, violino, Giulia Monti, violoncello- ha aperto la rassegna “Lyda Borelli diva cinematografica”, un ciclo di proiezioni che documenta l’influenza che la diva ha avuto nell’ambito del cinema di inizio secolo. Prima di far partire la proiezione, il mediometraggio (circa 50 minuti) è stato introdotto da Matteo Pavesi, direttore della Fondazione Cineteca Italiana di Milano, nata giusto 70 anni or sono, che ha restaurato la pellicola – 850 metri rimasti rispetto agli originali 905 – partendo da un nitrato conservato presso l’Archivio storico dei Film della Fondazione stessa. “Rapsodia satanica” è tratto da un poema di Fausto Maria Martini del 1915 ed è diretto da un giovane torinese, Nino Oxilia, appassionato di teatro e di letteratura, che poi si innamorò del cinema. Sarà l’ultimo dei suoi tre film, perché a soli 27 anni nel 1917 troverà la morte sul fronte di Caporetto. Terminata nel 1915, la pellicola venne proiettata solo per un ristretto numero d’invitati, che ne scrissero in termini entusiastici. Per ragioni tuttora ignote, il film fu ritirato e ottenne il visto censura due anni dopo, in una versione fortemente rimaneggiata e tagliata . La sua prima proiezione pubblica, nel 1917, passerà misteriosamente in sordina presso la stampa specializzata del tempo. Questa la trama. L’anziana contessa Alba d’Oltrevita (Lyda Borelli) in un momento di sconforto stringe un patto con Mefistofele (Ugo Bazzini) per tornare ad avere vent’anni, promettendo di rinunciare per sempre all’amore. Contesa però da due fratelli, Tristano e Sergio, la contessa non resiste ai corteggiamenti del primo. Si abbandona all’amore, anche se in un bigliettino fattole pervenire l’altro fratello minacciava il suicidio sulla soglia della sua casa se Alba non si fosse affacciata alla finestra a mezzanotte in punto. Alba, sentendo il veleno d’amore insinuarsi nel suo cuore, non accontenta Sergio che pone fine alla sua esistenza. Con una tristezza sconfinata per il rimorso, chiusa nel castello di illusioni, vede ritornare Mefistotele, il quale, tradito, le restituisce la sua vera età. Alba morirà nel giardino del castello, tormentata dai sensi di colpa, distrutta dal dolore.

La mostra è visitabile tutti i giorni dalle 11 alle 19 (ultimo ingresso alle 18 e 15) tranne il martedì, fino al 15 novembre.

Indirizzo : Venezia, San Vio, Dorsoduro 864.




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