giovedì 7 luglio - La bottega del Barbieri

Morti sul lavoro: dove lavorare uccide

Morire a 72 anni – di Carlo Soricelli (*).

A seguire Stanislao Loria ricorda suo padre “due volte vittima del lavoro” 

Nell’immagine: «Morte di un metalmeccanico» di Carlo Soricelli (quadro del 1979)

Morti sul lavoro: già 719 da gennaio 2022

Con grande sconcerto, gli italiani hanno appreso della morte di Donato che a 72 anni è morto cadendo dall’alto. Ma per me che monitoro da 15 anni i morti sul lavoro in Italia non è una novità.

Da quando ho iniziato il monitoraggio ho visto che muoiono tanti lavoratori anziani, con una forte recrudescenza in questi ultimi anni. Donato lavorava perché non riusciva con la magra pensione a mantenersi e mantenere i propri cari.

 Morte di un metalmeccanico di Carlo Soricelli (1979)

In questi anni la legge Fornero (ma non solo) ha obbligato gli anziani, anche quelli che svolgono lavori pericolosi a lavorare 4 o 5 anni in più. Ma non è solo questa la causa delle morti. Un altro motivo è quello che chi è in pensione non ha nessun adeguamento della pensione dell’inflazione: vi faccio un esempio pratico: mio fratello di dieci anni più vecchio è andato in pensione ovviamente molti anni prima, io che lavoravo ancora ci sono andato dopo. Seppur facevamo lo stesso lavoro ed eravamo nel campo metalmeccanico e la categoria era la stessa, io prendo duecento euro di pensione in più e questo perché con i contratti si è avuto degli aumenti che hanno coperto dall’inflazione, mentre lui che era già in pensione non ha percepito se non in modo irrisorio l’aumento della pensione.

Poi ci sono categorie quali Agricoltori e Artigiani che prendono pensioni molto basse e sono costretti a continuare a lavorare, spesso in nero per arrotondare le pensioni divorate dall’inflazione; molti lavoratori, soprattutto al sud, hanno avuto lavori discontinui le pensioni sono molto basse, come nel caso di Donato.

Ma quanti di voi sanno che ogni due giorni e mezzo muore un agricoltore schiacciato dal trattore spesso anziano che continua a lavorare per le pensioni molto basse? Soni già 81 i morti schiacciati dal trattore quest’anno. 

Da quando ho aperto l’Osservatorio nel 2015 ne sono morti oltre 2100 e nessuno in questi anni si è occupato di questa strage nella strage. Neppure i Ministri delle Politiche Agricole che si sono succeduti in questi 15 anni. Complessivamente è un’ecatombe quest’anno: rispetto all’anno scorso siamo a +7%. INAIL parla di cali, ma ci sarà tra i suoi assicurati, poi tra l’altro non fa nessun monitoraggio delle morti, ma raccoglie solo le denunce che gli arrivano dal territorio, ricordiamo che non tutti i lavoratori italiano sono assicurati all’INAIL, oltre 4 milioni di lavoratori non lo sono, poi ci sono tra i morti i tantissimi anziani tra gli agricoltori e i morti in nero.

Nel 2008 dall’inizio dell’anno al 20 giugno ci furono 270 morti sui luoghi di lavoro contro i 359 morti del 2022, con lo spaventoso aumento del 25%.

Spero che con la morte del vecchio Donato costretto a lavorare ci sia un risveglio come per la morte della povera Luana D’Orazio e si prendono provvedimenti concreti per i lavoratori anziani, che dovrebbero fare i nonni (come me) e non morire lavorando.

Dall’inizio del 2022 sono morti 719 lavoratori, 355 di questi sui luoghi di lavoro, i rimanenti in itinere e sulle strade. In questi “numeri” ci sono anche i morti sul lavoro non assicurati all’INAIL (oltre 4 milioni di lavoratori) in più i morti in nero e i milioni di agricoltori, spesso pensionati che continuano a lavorare per le magre pensioni.

(*) Carlo Soricelli è il curatore dell’«Osservatorio Nazionale di Bologna morti sul lavoro» http://cadutisullavoro.blogspot.it

Oggi è il centenario della nascita di mio padre: DUE VOLTE vittima del lavoro

di Stanislao Loria – Medicina Democratica Napoli (*)

30 giugno 2022. Oggi è il centenario della nascita di mio padre, due volte vittima del lavoro… Era ferroviere, operaio specializzato TORNITORE nella storica Real Officina di Pietrarsa.
Aveva 47 anni quando, nel 1969, fu coinvolto in un gravissimo incidente sul lavoro: un pezzo metallico, sfuggito alla presa del tornio, lo colpì alla testa. 10 giorni di coma, con trauma cranico, commozione cerebrale, fratture al temporale, alla mascella, alla mandibola e perdita di tutti i denti; questo il gravissimo danno immediato.
La prognosi gravissima indusse i rianimatori a consigliare di portarlo a morire in casa; mia madre non volle, ché noi 3 figli eravamo troppo giovani per quella prova.
Io avevo 14 anni; e cominciai a capire quanta fatica e quanto sangue ci volevano per fare andare quei treni, che sembravano invece tanto comodi e sicuri.
A dispetto delle previsioni mediche, miracolosamente, mio padre volle vivere. Riprese conoscenza e, dopo mesi di degenza, fu riportato a casa. Ma non era più lui! Era invecchiato di 20 anni, incapace di stare in piedi, una voce diversa, tremolante e cavernosa, forse anche per gli effetti di una tracheotomia fatta in emergenza.
Mia sorella, appena 6 anni, ne aveva paura; lui la chiamava, la voleva vicina, le sorrideva … ma lei piangeva, si teneva lontana: “Quello non è papà!” …Io mi facevo forza; ma ero annichilito dalla sconosciuta, inimmaginabile, drammatica portata di quell’evento, l’INFORTUNIO sul LAVORO …
Tante volte ne avevo sentito parlare; era frequente nella periferia urbana in piena espansione. Ma solo ora che mi aveva investito … ne comprendevo il significato …
Furono anni difficili, tra medici legali e specialisti di varie branche, accertamenti e ricoveri, terapie, riabilitazione, protesi e l’insorgenza improvvisa di una devastante epilessia …
Ogni volta che si andava a controllo medico, si accendeva una SPERANZA; ma non sempre le indicazioni dei luminari erano di AIUTO e di CURA. Un “importante neuro-psichiatra”, direttore di manicomio, sostenne che l’epilessia poteva essere precedente all’incidente … e propose di “indurla, per meglio studiare il caso”; fu per dissuaderlo da questa sua disumana “pretesa scientifica” che mia madre gli lanciò addosso il contenuto del calamaio in mostra sulla sua scrivania imperiale.
Peccato che non fossi presente alla scena … Ma, immaginare la faccia e il camice dell’illustre professore che colavano inchiostro mi strappò l’unico sorriso di quel periodo, subito represso dalla preoccupazione per mio padre, spaventato dalle minacce di denuncia profferite con rabbia dalla SCIENZA imbrattata …

Che strano; la LEGGE, fino allora assente e incurante dell’offesa al lavoratore e alla sua famiglia, si accorgeva di essere vilipesa solo quando veniva invocata a intervenire dalla scienza e dal potere, giusto il tempo per ristabilire il principio della loro autorità … e per ripulire facce e camici imbrattati, in vece del sapone e della lavatrice.
Alla fine dell’indagine medicolegale, lucidamente umiliante, mio padre fu collocato in pensione. Le Ferrovie dello Stato sostennero che l’incidente era scaturito da una sua disattenzione, ma gli riconobbero il massimo dei contributi, il massimo della pensione … e il libero percorso sulla rete ferroviaria.
Uno SCAMBIO conveniente …, visto che il corpo e l’anima del lavoratore erano ormai compromessi. A lui andavano la responsabilità e le conseguenze dell’incidente, ma anche i “benefici previdenziali e assicurativi”, peraltro accantonati con il contributo dei lavoratori. Alle Ferrovie, che ne uscivano indenni, immuni … andava la possibilità di prendere, e consumare, un altro lavoratore.
Le Ferrovie, un MITO straordinario, che da sempre unisce i lavoratori in un saldo patto di appartenenza, e di lotta, erano state “disponibili e generose”, commentarono i suoi compagni di lavoro che, passo dopo passo, sostenevano mio padre.
E l’INAIL, nel riconoscergli l’85 % di invalidità da lavoro, gli attribuì la qualifica di “grande invalido del servizio”, e un corposo assegno mensile, che divennero la sua onorificenza, la sua medaglia … e la sua “sicurezza economica”, sostitutiva della NEGATA “sicurezza sul lavoro”.


Il dono a me più gradito sarebbe stato quel convincente ed eroico CALAMAIO, che oggi riconosco come l’unico strumento terapeutico efficace dell’intera vicenda; ma nessuno mi interpellò …
Protetto e curato dalla sua famiglia, lentamente mio padre recuperò una parte della sua fisionomia e delle sue funzioni, ma divenne abulico, solitario e scontroso; confinato in casa …, tormentato dai dolori post traumatici e impaurito dall’epilessia sempre in agguato …, fu progressivamente abbandonato dai compagni di lavoro, nel frattempo colpiti dagli acciacchi e dalla stanchezza dell’età.
Ma per fortuna, il LAVORO non provoca solo dolore e disperazione, e nemmeno solo cinismo e profitto … per gli individui. Il lavoro PRODUCE anche ricchezza, sviluppo, cultura, relazioni … VERE, in quanto SOCIALI.
Così, con il drammatico ma valoroso contenuto della sua esperienza, forse inconsapevolmente, mio padre stava partecipando al futuro, in forma di progetto della mia vita. Il suo sacrificio, sfociato in un contesto sociale favorevole alla classe lavoratrice, creava nuove opportunità, arrivando a mutare il mio destino di proletario.
Opportunità da cogliere, per assicurare il cambiamento delle condizioni sociali; di questo c’era traccia già nel mio piano di studio a Medicina.
Mancandomi quel calamaio da scagliare, non certo per intingere inchiostri diagnostici e prescrittivi, cercai ALTRE soluzioni, e mi orientai necessariamente alla difesa della salute e non alle tecniche di ripristino delle capacità produttive o di quantificazione del danno …; nel collettivo studentesco questo si chiamava prevenzione e tutela dei lavoratori, nelle aule dell’Università corrispondevano ai corsi di Igiene e di Medicina del Lavoro.
Così avvenne il secondo miracolo … ed io divenni medico.

Ma … a 78 anni, nel 2000 mio padre morì, in seguito ad un tumore polmonare, tanto subdolo nell’insorgenza quanto rapido nell’evoluzione …
Era troppo chiedergli un altro MIRACOLO; le sue forze, e le sue aspettative, si erano ormai esaurite … e non ci fu nulla da fare.
L’INAIL subito gli revocò l’assegno mensile, negandone la reversibilità; ci fu spiegato che l’avrebbero potuta concedere solo se il decesso fosse sopraggiunto per crisi epilettica; così, la morte del lavoratore diventava motivazione per la PRESCRIZIONE definitiva, non solo delle colpe e del danno, ma ora anche del risarcimento …
L’ONORIFICENZA evaporò, senza lasciare nebbie, e la MEDAGLIA cadde, senza fare rumore, nemmeno un tonfo …
Per noi, un dolore nuovo si sovrappose a quello vecchio. Ma non cancellò la MEMORIA …, che anzi riprese vigore, alimentata da un caleidoscopio di immagini che, evocate dai miei ricordi d’infanzia e derivate dai suoi racconti, erano in me rimaste impresse …: mio padre, prima di diventare operaio specializzato tornitore, era stato CALDERAIO, addetto alla manutenzione degli impianti generatori e distributori di calore; una mansione infernale, dalla quale era riuscito a scappare …
Una mansione che lo aveva certamente esposto ad AMIANTO …, la causa del tumore polmonare …
Avvalendomi delle mie competenze di medico del lavoro e dell’influenza derivatami dal mio ruolo istituzionale, intrapresi ogni iniziativa per riavere l’onorificenza e la medaglia cui mio padre tanto teneva, seppure solo in forma di assegno mensile per mia madre …
Andai, da figlio di lavoratore, alle Ferrovie dello Stato per chiedere lo stato di servizio …; ma non servì. Ottenni solo che un impiegato, ottuso e insensibile per mansione, subdolo e bavoso per vocazione, mi prese la tessera del libero percorso e, incurante della foto di mio padre, la tagliò e la cestinò … “ché ormai non serviva più!” Indignato, raccolsi i pezzi della tessera, informandolo che, a tempo debito, anche la sua tessera sarebbe finita lì, ma nessuno l’avrebbe raccolta.
Pressai il Servizio Medico delle Ferrovie dello Stato, dove lavorava una mia compagna di studi, anch’essa figlia di un operaio ferroviere, e recuperai lo stato di servizio di mio padre e, addirittura, la scheda di sorveglianza sanitaria per il rischio amianto.
Da Medico del Lavoro, incalzai il Sindacato, ed ottenni la certificazione medico legale INCA, attestante il nesso di causalità tra mansione e morte.
Da Dirigente Pubblico misi alle strette l’INAIL, finché un ispettore medico, convinto dalla mia forte motivazione e rispettoso della mia funzione pubblica, si occupò della pratica …
Fu una esperienza di LOTTA, dura e faticosa, certo meno degli scioperi che mi aveva raccontato lui. Ma la spuntai: e ottenni il riconoscimento della MALATTIA PROFESSIONALE.
Stavolta sembrava che la Scienza e la Legge fossero state coerenti con il loro ruolo … Certo, non mi erano apparse con il volto autoritario e minaccioso che avevo conosciuto da ragazzo …; ora si presentavano con la identità accomodante e servile che alimenta la fase costruttiva “della trama di complicità e di alleanze istituzionali”, propedeutica e funzionale ad un più efficiente esercizio del potere, forte con i deboli e debole con i forti. Ma, perso il tratto comico, vagamente umano, di quelle imbrattate e vilipese, ora diventavano ancora più odiose o, forse, semplicemente disgustose.
Così, stavolta non mi venne da ridere. E allora piansi; mi parve di riportare in vita mio padre.
E, mentre mi battevo, pensavo: se è così difficile per me, munito di competenze tecniche e di appoggi istituzionali, per tanti lavoratori inermi sarebbe stato impossibile!
Quanti lavoratori, soli, anziani e malati, senza sostegno e senza aiuto, vengono DIMENTICATI, mentre invece vorrebbero raccontare la loro storia personale e occupazionale …, le mansioni svolte, le sostanze chimiche usate, i disturbi accusati …, per sperare di ottenere una onorificenza, una medaglia che li conforti, li gratifichi, e riconosca la loro utilità … Ma si accontenterebbero anche solo di ascolto, di comprensione … magari di ammirazione …, e di restituzione del RISPETTO dovuto.

Cento anni fa nasceva un lavoratore che ha ricevuto DUE onorificenza e DUE medaglie al valore del lavoro …
Se non fosse che … gliele hanno conferite i padroni e le sovrastrutture burocratiche che ne sostengono il dominio, come CONTROPARTITE per i danni inferti alla sua salute.
Non sono premi! Sono RISARCIMENTI, per lo meno DOVUTI …; e sono anche palesi “ammissioni di COLPA” …
Per i lavoratori, l’accettarli non è un segno di debolezza, e nemmeno il riconoscimento della sconfitta; essi li usano come segnaletica del pericolo, per mappare i punti più critici di un percorso, lungo e tortuoso, di sofferenza e di lotta …, come un terreno non ancora sminato, come le stazioni della loro VIA CRUCIS …
Ed in questo percorso, i lavoratori usano segnare in tutt’altro modo le vittorie e gli avanzamenti …; stavolta in forma di PREMI preziosi che si imprimono nel cuore e nell’animo di chi li sostiene e non li abbandona. Possono consistere in una sentita stretta di mano, in un sincero convinto sorriso, in una commossa lacrima …, che sono gratifiche, e compensi, sia per chi li elargisce che per chi li riceve.
È allora che si diventa … COMPAGNI, si costruisce un LEGAME di LOTTA …, certamente più efficace di una RELAZIONE di CURA, e si vince l’ingiustizia e si guarisce dalla malattia … tutti insieme.
Io sono stato fortunato, perché sono stato premiato più volte.
Primo, perché sono figlio di un lavoratore …; secondo, perché ho potuto studiare con la guida e la spinta affettiva, economica e culturale della condizione operaia …; terzo, perché tutto questo mi ha insegnato a lottare!
Ma il PREMIO più prezioso che ho ricevuto è una vera, importante eredità: sono ora depositario di questa STORIA!

Stanislao Loria – Medicina Democratica Napoli

TESTO RIPRESO DA www.medicinademocratica.org




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