martedì 11 agosto - Pressenza - International Press Agency

Morire disperati nelle carceri della Sardegna

Ogni settimana in Sardegna, ma anche nel resto d’Italia, leggiamo di detenuti nelle carceri che muoiono spesso suicidi, o con atti di grave autolesionismo, nel tentativo di attirare l’attenzione del Sistema reclusorio, che dovrebbe rispettare la nostra Costituzione, il quale prevede che il periodo detentivo si deve fare in modo che la persona venga seguita in un percorso di recupero alla vita sociale. Ma questa è fantasia o demagogia, sappiamo tutte/i del sovraffollamento negli Istituti dell’Isola, in particolare ad Uta e Bancali.

di Giancarlo Nonis

Carcere di Uta - Cagliari (foto Facebook)

L’ultimo episodio (ultimo?) avvenuto nella Casa Circondariale ad Uta, è la morte di un giovane di 32 anni affetto da un grave disturbo mentale; non ci interessa il reato per il quale era recluso, ma non è possibile che una persona con problemi psichiatrici debba restare in una cella invece che in un Servizio della Sanità regionale.

Varie associazioni quali Asarp e SDR hanno denunciato in questi anni e pure ultimamente le carenze delle strutture, a partire dalla assistenza sanitaria e psichiatrica, fortemente carente; d’altronde la legge 81 impone allo Stato e alle Regioni di evitare la carcerazione di persone con disturbo mentale.

Gli attuali Istituti penitenziari spesso non hanno neppure gli spazi adatti né tutte le figure professionali necessarie (psichiatri, psicologi, infermieri della riabilitazione psichiatrica, assistenti sociali; pensiamo anche a chi ha problemi di mobilità o non è autosufficiente). Non si può pensare di scaricare la responsabilità delle morti nel personale della Polizia Penitenziaria, che ha altri compiti. E neppure ci si può basare sui volontari, che pure fanno un meraviglioso lavoro di assistenza psicologica. Il Ministro come sempre invierà degli ispettori.

Cosa sta facendo o proponendo l’Amministrazione regionale? Quale assistenza sanitaria è prevista per gli istituti detentivi dell’Isola? Sono domande minime a cui una classe politica deve dare risposte alla società che le avanza. La situazione di Uta è gravissima: su 750 detenuti, molti di più del previsto, quasi 250 presenterebbero una doppia diagnosi, cioè la compresenza di una patologia psichiatrica e di una dipendenza.

È di questi giorni un disegno di legge, già passato nella Commissione del Parlamento, sulla possibilità che le persone con diagnosi di patologie da dipendenza non debbano restare recluse, ma vengano inviate in strutture esterne. Il Ministro dichiara che ci sono 10.000 detenuti che potrebbero usufruirne. A questo proposito ci chiediamo perché le Colonie penali dell’Isola, vere aziende agrarie, siano in gran parte abbandonate, mentre potrebbero svolgere un’utile funzione di recupero, ma con personale adeguato.

In Sardegna stanno per arrivare i detenuti del 41 bis che aggraveranno la situazione per la vigilanza e l’assistenza sanitaria. La Garante regionale per i Diritti dei detenute/i , Irene Testa, denuncia continuamente questo stato di cose, così come don Gaetano Galia, cappellano del carcere di Bancali, che sui giornali ha dichiarato che nel 1978 la legge Basaglia (ottima legge mal applicata) ha chiuso i manicomi, ma in realtà sono stati spostati dentro le carceri. Così come Anna Cherchi, la Garante comunale di Sassari per i detenuti, ha dichiarato anche lei sui giornali che tante vite si potrebbero salvare, se si parlasse meno e si agisse di più; servono più strutture per i servizi psichiatrici.

Non si può morire disperati nelle carceri sarde.

Giancarlo Nonis, presidente ARCADIA Sardegna ETS-OdV




Lasciare un commento



https://merdekakreasi.co.id/buku/pkvgames/https://merdekakreasi.co.id/buku/bandarqq/https://merdekakreasi.co.id/buku/dominoqq/https://merdekakreasi.co.id/tentang-kami/