Milazzo (ME) - La vicenda Lopresti e la fragilità nella tutela dei lavoratori
L’episodio di Sergio Lopresti, marittimo licenziato mentre era in congedo parentale ed oggi coinvolto in un procedimento penale per diffamazione, è una di queste. Non si tratta soltanto d’un dramma personale; ma d’un segnale inquietante per l’intera comunità.

Lopresti aveva segnalato presunte irregolarità interne alla società, per cui lavorava, convinto che fosse suo dovere tutelare la correttezza dei processi e la trasparenza nei confronti dei colleghi; invece di ricevere ascolto e protezione, si è trovato isolato e punito. Il paradosso è evidente: chi sceglie la via della trasparenza viene trasformato in un capro espiatorio. A seguito dei controlli INPS del 2023, altri lavoratori si sono trovati nell’identica situazione amministrativa; ma solo nei confronti di Lopresti è stata avviata un’azione tanto gravosa, disparità, che mina la fiducia nelle istituzioni e rafforza la percezione d’un sistema più attento a difendere le aziende, che a tutelare le persone. Questa storia ci obbliga a farci una domanda cruciale: quale cultura del lavoro vogliamo costruire?

Una cultura, che premia il silenzio e punisce chi denuncia, o una cultura che riconosce la dignità dei lavoratori e li protegge quando scelgono la strada della correttezza? La sicurezza e la giustizia sul lavoro non possono essere ridotte a meri adempimenti burocratici. Sono valori civili, fondamenti di una società, che mette al centro la persona. È compito delle istituzioni e delle parti sociali vigilare con imparzialità, garantire controlli efficaci ed impedire che la buona fede diventi motivo di persecuzione. Il caso Lopresti non è solo una vicenda giudiziaria: è un monito. Se non si rafforza la cultura della trasparenza e della responsabilità, ogni lavoratore rischia di trovarsi esposto a conseguenze ingiuste per colpe non proprie. Difendere chi lavora con serietà e rispetto delle regole significa difendere la civiltà stessa del lavoro.
Foti Rodrigo
