martedì 22 agosto - UAAR - A ragion veduta

Migranti: tre problemi che impediscono una discussione laica e razionale

Nei giorni scorsi è stata diffusa la notizia che don Mussie Zerai, sacerdote cattolico eritreo già candidato al Nobel, ha ricevuto un avviso di garanzia dalla Procura di Trapani. Secondo l’accusa avrebbe segnalato l’arrivo di barconi con migranti in una chat segreta riservata ai capitani delle navi delle organizzazioni non governative.

La notizia è stata riproposta, in modo assolutamente asettico e senza commenti, sulla pagina Facebook dell’Uaar. Tanto è tuttavia bastato per scatenare reazioni che sarebbe eufemistico definire effervescenti. Paolo Samuel Gazzola chiede: “ditemi che ve la prendete solo perché è un prete”. Claudio Dianelli commenta: “Riuscire a distinguere tra le cazzate teologiche predicate dalla chiesa e il suo concreto aiuto in favore dei meno ambienti? No eh?” Fulvia Mah dà all’Uaar dei “boccaloni”.

Ovviamente, poiché da cosa nasce cosa, ci sono anche commenti di segno opposto. Ivan Bazzani Navi manda “a fan culo” il “prete di merda”. Marco Sironi si domanda: “e a noi che tutti sti parassiti dobbiamo mantenerli e sopportarli chi ci aiuta???” Stefano Gizzarone gli replica: “da chi sei pagato?” Gazzola chiude infine il cerchio dandogli del nazista e dello stupratore, e dei “fasciomafiosi” ai procuratori di Trapani.

Dalla maggioranza dei commenti trapela una posizione aprioristicamente refrattaria alle argomentazioni contrarie. Per certi versi è inevitabile, visto il modo con cui sono usualmente (mal) poste: i dubbi sono inversamente proporzionali alle offese. Curiosa soprattutto l’accusa di anticlericalismo inveterato, visto che in contemporanea la stessa Conferenza Episcopale ha posto l’attenzione sulla necessità di rispettare la legge, invitando a non fornire alcun “pretesto di collaborare con i trafficanti di carne umana”.

In fondo si trattava soltanto di una delle tante notizie date sulla pagina Uaar. Pochissimi però consultano la pagina Uaar e si formano quindi un’opinione complessiva, perché Facebook segnala loro soltanto le notizie basate sui loro ipotetici interessi. Mi si risponderà: ma Facebook è esattamente questo. Già. Un posto dove si clicca “mi piace” su articoli di cui non si leggono nemmeno i contenuti: basta che il titolo sia accattivante. Un posto che non va però preso troppo sottogamba, visto che, grazie anche a Facebook, pare che ci si vincano ormai anche le elezioni Usa.

Il vero problema, tuttavia, non risiede soltanto nei social network: è la tendenza alla polarizzazione di gruppo, che dilaga ormai in ogni ambito. Ci porta a difendere le nostre opinioni in modo fideistico, a non riflettere nemmeno per un istante sulle ragioni degli altri, a fare affermazioni apodittiche e offensive, a non discutere in modo logico e argomentato, a non basarci sui fatti (figurarsi a fare fact-checking). Sono comportamenti ben poco laici e ben poco razionali (è altamente improbabile che gli insulti facciano cambiare idea a qualcuno).

E dire che ci sarebbe bisogno come il pane di una discussione laica e razionale su un tema deflagrante come quello dei migranti, perché sono tante le domande che non trovano ascolto. Alcuni banali esempi: la carità è o non è una soluzione di corto respiro? Perché non si promuovono politiche de-nataliste, quando in molti paesi l’emigrazione è – come ammette anche l’Onu – l’inevitabile e comunque non risolutiva conseguenza della crescita della popolazione? Quanta parte del bilancio statale sono disposti a destinare all’accoglienza i politici che la sostengono “senza se e senza ma”? E quanta parte stanzierebbero i sostenitori della linea “aiutiamoli a casa loro”?

Vogliamo poi parlare dei molti risvolti etici che restano sotto il tappeto? Insistere, come fa il presidente dell’Inps Tito Boeri, sul fatto che “gli immigrati ci pagano le pensioni”, non è un atteggiamento strumentale quanto sottopagarli in nero? Cos’ha da offrire la nostra scuola a un bambino che non parla l’italiano affinché possa studiare in condizioni adeguate, in un periodo in cui sono già a rischio di taglio gli stanziamenti per il sostegno agli alunni disabili? E cos’avrà da offrirgli la nostra società, dopo la scuola, al posto di un lavoro “che gli italiani non vogliono più fare”? Lo si vuole condannare, per mera origine etnica, a svolgere lavori di serie B, e con lui i suoi figli e i suoi nipoti (che è poi una delle cause principali che ha portato, in altri paesi europei, alla radicalizzazione islamica anche tra le seconde e terze generazioni)?

In tutto questo, l’interventismo ideologico degli esponenti ecclesiastici, piaccia o no, sia ritenuto giusto o no – non è questo il tema – porta a modifiche della legislazione nel senso che auspicano. Perché il governo non sembra in grado di muoversi se non di concerto con i vescovi, facendo propria la loro politica in una materia in cui c’è un enorme conflitto d’interesse, in un paese in cui l’assistenza sociale è stata di fatto esternalizzata alle Caritas (cioè ai vescovi stessi).

Per cui, a chi ha legittimamente chiesto il senso della pubblicazione della notizia su don Zerai su Facebook, occorre rispondere che “sì”, è lecito e doveroso che un’associazione che si batte per la laicità dello Stato apra una discussione sulle violazioni della legge da parte di esponenti ecclesiastici. O forse non lo deve fare quando la violazione è, secondo alcuni, giustificabile? O lo dovrebbe fare soltanto quando le violazioni sono riprovate da tutti anche se non hanno diretti impatti istituzionali, economici e sociali, come con le condanne per pedofilia?

Ci sono inoltre due ulteriori problemi che dovrebbero allarmare chiunque sia impegnato in un orizzonte laico-razionalista, perché possono mettere in discussione le ragioni stesse di tale impegno. Il primo è che ragione e laicità, in queste discussioni, fanno un po’ troppo spesso la figura dei gol della bandiera, segnati a partita scaduta quando se ne sono già presi cinque dall’altra squadra. Perché si è sempre un po’ troppo pronti ad accantonare alcune convinzioni “deboli” in nome di convinzioni più forti. Siano esse politiche o morali, nell’epoca della polarizzazione di gruppo le convinzioni deboli sono perdenti in partenza.

Un ulteriore problema, inevitabilmente collegato, è che ragione e laicità rischiano di essere deboli non solo perché ritenute meno importanti, ma anche perché prive di forza propria. Beninteso, qualche risultato, e pure notevole, l’hanno anche raggiunto. Pur tra mille difficoltà la laicità avanza (quantomeno nel mondo occidentale, quantomeno nel diffuso auspicio che la religione non si immischi nelle questioni istituzionali e nelle scelte personali) e avanza anche l’uso della ragione (quantomeno per il fatto che anche i più irriducibili irrazionalisti sono spinti ad argomentare (?) citando fonti e prove). Ma c’è il concreto rischio che non si vada oltre, che tutto si fermi a una dimensione minimale.

L’incapacità di discutere in modo laico e razionale sembra dilagare a ogni livello e su ogni tema apparentemente controverso. Dilaga ovunque. Dilaga non solo su Facebook, ma persino negli spazi che alla laicità e alla ragione fanno esplicito riferimento. I troll ci fanno schifo, ma non ci rendiamo conto di quanto spesso sembriamo a nostra volta troll agli occhi altrui. Il mondo è però diventato troppo complesso per tornare indietro di diecimila anni, alle tribù preletterate. Questo è il momento in cui è più che mai indispensabile un salto di qualità, se si vuole davvero cambiarlo, il mondo. Per chi è convinto che laicità e ragione non siano affatto convinzioni deboli, praticarle in ogni circostanza è sempre più necessario. A cominciare dai propri spazi, perché siamo i primi a sapere che non si deve mai predicare bene e razzolare male. Ma poi occorre portarle ovunque e su qualunque questione, proprio perché sono strumenti sempre più indispensabili per cercare di governare al meglio un mondo che – è questa è una buona notizia – è sempre più plurale.

Raffaele Carcano




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