venerdì 2 aprile - Oggiscienza

Microplastiche: negli ecosistemi marini, terrestri e dentro di noi

Queste microscopiche particelle di plastica, formate dalla degradazione dei materiali, sono ubiquitarie. La ricerca si è finora concentrata sugli ambienti oceanici, ma nuovi studi monitorano la loro presenza in quelli terrestri (e nel corpo umano).

di Chiara D'Errico

 

Uno studio condotto all’ospedale Fatebenefratelli di Roma ha recentemente trovato le prime tracce mai riscontrate della presenza di microplastiche all’interno della placenta di alcune donne. Le volontarie, tutte sane e che hanno partorito naturalmente e senza complicazioni al termine previsto di gravidanza, hanno donato la loro placenta che è stata successivamente esaminata tramite una tecnica denominata Spettroscopia Raman, in grado di riconoscere tracce di polimeri anche di dimensioni molto piccole. Le microplastiche rinvenute avevano dimensioni e forme variabili, inoltre alcune di esse presentavano anche tracce di pigmenti colorati, come particolati gialli e rosa spesso usati nell’industria cosmetica o nel tessile. Questa notizia si va ad aggiungere a molte altre nel delineare un fenomeno che si fa sempre più preoccupante e che ha assunto dimensioni difficilmente gestibili.

I numeri delle microplastiche

Le microplastiche sono particelle di dimensioni piccolissime (dell’ordine dei nanometri, cioè un miliardesimo di metro) che si formano dalla degradazione dei materiali plastici. Sono inoltre largamente usate già in questa forma in molti ambiti, come l’industria cosmetica, dove sono state introdotte severe restrizioni sul loro impiego. Eppure, non è che un piccolo passo in avanti in un problema molto più grande. Secondo l’UNEP, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa delle questioni ambientali, più di sessantamila particelle di microplastica per chilometro quadrato sono presenti negli oceani e il Mediterraneo è uno dei mari maggiormente colpiti.

La produzione mondiale di plastica, tuttavia, non è diminuita, anzi, è aumentata arrivando a toccare i 58 milioni di tonnellate di plastica prodotta in Europa nel 2015. La presenza di microplastiche non rappresenta un problema esclusivamente ambientale. Queste, infatti, entrano nella catena alimentare e sono state trovate all’interno di pianteanimali e infine anche nel tratto digerente dell’uomo. Uno studio condotto nell’Università canadese della British Columbia ha stimato che un uomo o una donna adulta assorbono mediamente 100mila microparticelle di plastica ogni anno, di cui una buona parte tramite inalazione dall’aria, ma un’altra parte molto consistente attraverso l’ingestione. I principali responsabili sono proprio l’acqua e cibo come pesce e frutti di mare, ma in generale si può dire che le microplastiche sono presenti in tutto ciò che ingeriamo e respiriamo quasi senza eccezioni.

Le microplastiche e il mondo vegetale

Il focus della ricerca sulla contaminazione da microplastiche è stato per decenni l’ambiente acquatico e oceanico, solo recentemente si è posta l’attenzione sull’ecosistema terrestre. Il motivo di questa mancanza è da ricercarsi nelle difficoltà tecniche, in quanto non è semplice identificare e separare le microplastiche da un campione così diversificato come il terreno, e dalla scarsa sensibilità delle analisi in questo tipo di campioni. Era comunque ragionevole supporre, secondo gli scienziati, che anche il suolo presenti microplastiche in una certa quantità, poiché la plastica è presente in gran numero anche in questo ambiente. Le prime evidenze sono state trovate solo negli ultimi anni in terreni con presenza di acque reflue e, in generale, in aree industriali. La ricerca si è focalizzata, proprio come già avvenuto per gli oceani, nell’analizzare i possibili effetti negativi delle microplastiche sul microbiota, in particolare i lombrichi. Questi animali, oltre a essere importantissimi nell’ecosistema suolo, potrebbero fungere anche da trasportatori, muovendosi da strati superficiali a strati più in profondità.

Ci si è anche interrogati sui possibili effetti delle microplastiche sulle piante, data l’influenza che l’ambiente suolo e il suo microbiota hanno sulla loro crescita. È un campo di ricerca ancora nuovo e i risultati certi non sono molti, tuttavia si lavora su varie ipotesi ritenute verosimili. In particolare, si è studiato molto il modo in cui le microplastiche producono alterazioni nella morfologia del terreno, ad esempio variandone la densità o la composizione in azoto e carbonio. A seconda del tipo di materiale, della forma e delle dimensioni, queste alterazioni possono, secondo uno studio, portare a ripercussioni sulla crescita delle piante, impattando tanto l’ecosistema agricolo che, in generale, la biodiversità.

Tuttavia le microplastiche possono impattare direttamente le piante, che le assorbono dalle acque reflue. Ci sono alcune evidenze di particelle di polistirene e polimetilmetacrilato assorbite dalle radici di piante coltivate come grano e lattuga. Il meccanismo con cui questo avviene non è ancora del tutto chiarito, ma sembra che abbiano utilizzato, come sito di ingresso, fessure che si trovano sulle radici laterali e che poi sono state successivamente trasportate ai germogli.

Gli effetti delle microplastiche sulla salute

Gli effetti delle microplastiche sulla salute umana non sono ancora del tutto chiari. Una recente revisione sistematica ha cercato di riassumere alcuni degli studi principali effettuati negli anni sulle possibili ripercussioni che le microplastiche possono avere sul nostro organismo. In particolare, sembra probabile che queste causino uno stato di infiammazione cronica dovuto al fatto che il sistema immunitario le riconosce come corpo estraneo; gli effetti a lungo termine, così come il meccanismo specifico, rimangono a oggi ancora da verificare.

Un altro possibile problema creato dalle microplastiche è legato alla capacità di queste nanoparticelle di divenire esse stesse vettori di altre sostanze, che possono rivelarsi tossiche se accumulate nell’organismo. In particolare quelle che normalmente non dovrebbero essere ingerite – o inalate – e che quindi sfuggono alla regolamentazione in materia. Gli autori della review, per quanto riguarda questo punto, sottolineano infatti che studiare nello specifico la tossicità delle microplastiche come veicoli di altre sostanze è molto difficile: è strettamente legata al dosaggio specifico per ogni molecola.

Un altro punto ancora non ben chiarito, infine, è quello legato allo stress ossidativo, dovuto sia alle sostanze tossiche veicolate che alle microplastiche stesse, che possono essere di varia natura e quindi avere meccanismi di interazione estremamente diversificati.

La presenza di microplastiche nella placenta umana appena documentata, dunque, rappresenta un fattore ulteriore di rischio: un accumulo di queste particelle estranee, infatti, andrebbe a inficiare la risposta immunitaria sia materna che fetale, alterandone l’efficacia in caso di patogeni esterni e alterando il meccanismo già in periodo pre-natale. Per questo motivo è importante comprendere al più presto i possibili effetti dannosi che le microplastiche hanno sulla salute, e anche il modo in cui queste si dislocano nell’organismo.

Un altro punto oscuro secondo gli autori dell’articolo, infatti, è il come le microparticelle passino dal circolo sanguigno della madre alla placenta e per quale via esse arrivino nel sangue in primo luogo. Cercare di risolvere il problema delle microplastiche è molto difficile, come abbiamo visto sono ormai ovunque ed escluderle dalla catena alimentare, o dall’aria che respiriamo, potrebbe essere un’impresa quasi impossibile. Solo studiandole approfonditamente – e studiando i meccanismi fisiologici con i quali vengono in contatto – possiamo cercare di limitarne i danni.

 

Photo by Ocean Cleanup Group on Unsplash




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