mercoledì 10 ottobre - La bottega del Barbieri

McDonald’s: in sciopero per aumenti salariali e contro le molestie sessuali sul lavoro. Il “silent pickening”di "I’m not in the menu"

di Lanfranco Caminiti (*)

Kalamazoo è una cittadina del Michigan, quel Michigan una volta parte del polmone produttivo del paese e ora rusted, arrugginito. Qui si producevano auto, carta e ricavati, mulini, chitarre – è qui che fu fondata la Gibson, poi trasferitasi al sud – e corsetti. All’inizio del Novecento, quando le “donne per bene” si strizzavano in bustini stretti stretti per avere una silhouette alla moda, la Kalamazoo Corset Company era l’impresa più grande della città e il più grande produttore di corsetti da donna al mondo. Fu anche il luogo del primo grande sciopero delle lavoratrici nella regione di Kalamazoo.

Al suo apice, la fabbrica produceva un milione e mezzo di corsetti all’anno e impiegava più di 800 lavoratori, per lo più donne. Producevano corsetti con piume di tacchino, e il colpo di genio dell’imprenditore fu usarne l’ossatura per la costolatura invece delle stecche di balena. Facilità di reperire il materiale, grande disponibilità, prezzi bassi, persino un anticipo di pensiero ecologico. Le linee di corsetti erano disponibili in molti stili diversi e richiedevano 40 operazioni specializzate di produzione.

Il 2 marzo 1912 inizia uno sciopero indetto dalla International Ladies Garment Workers Union (ILGWU). Bassi salari, lunghe ore di lavoro e condizioni insalubri. E molestie sessuali. Le lavoratrici si lamentavano delle continue molestie sessuali da parte dei capisquadra maschi. Il sindacato mandò da New York Josephine Casey e altri per aiutare a organizzare i lavoratori. Casey, che aveva lavorato a Chicago come bigliettaia sui tram e aveva poi costituito un’organizzazione sindacale delle bigliettaie e era passata a occuparsi delle lavoratrici di corsetti, parlando durante un’assemblea disse: «Questa è una lotta per i nostri diritti e resterò qui fino alla fine».

Iniziarono i picchetti – le operaie si misero davanti la fabbrica con slogan e cartelli, le tensioni aumentarono – e il proprietario ottenne un ordine del tribunale per fermarli. A quel punto gli scioperanti iniziarono “silent picketing”, picchetti silenziosi, oppure si mettevano a pregare insieme. Ottennero così l’attenzione dei quotidiani nazionali per questo modo insolito di picchettaggio. Poi, iniziarono a boicottare i prodotti della Kalamazoo Corset Company. Il 30 marzo un corteo di 1500 manifestanti sfilò per le strade della città dando sostegno allo sciopero. Ripresero i picchetti e diverse persone furono arrestate e imprigionate, inclusa Josephine Casey. A giugno, il nuovo sindaco progressista Hays insieme al reverendo Puffer presentarono una proposta di compromesso ai lavoratori e il 15 giugno 1912 il contratto fu approvato dal sindacato. Non c’erano aumenti significativi di salario, ma per le lavoratrici che richiedevano un trattamento “giusto ed onesto” fu una vittoria.

Perché raccontare la storia del primo sciopero delle lavoratrici dei corsetti a Kalamazoo? Perché quel “silent pickening” è stato ripreso dalle lavoratrici dei McDonald’s in sciopero pochi giorni fa, sfilando con dei nastri di carta adesiva che attraversavano la bocca su cui avevano scritto #metoo. Perché questo è l’altro elemento che ricorda oggi lo sciopero di Kalamazoo: il fatto che queste lavoratrici sono scese in sciopero per aumenti salariali e contro le molestie sessuali sul lavoro.

Intanto, quest’anno l’Emmy Award per la miglior attrice nella categoria “comedy” è andato a Rachel Brosnahan per il suo ruolo in The Marvelous Mrs. Maisel. La serie, prodotta da Amazon, ha trionfato portandosi a casa le cinque statuette più importanti (miglior serie tv, miglior attrice protagonista, miglior attrice non protagonista, miglior sceneggiatura e migliore regia) – ovviamente, nella categoria “drama” ha fatto man bassa di statuette Game of Thrones. Ritirando il premio e ringraziando collaboratori e amici, Rachel Brosnahan ha incoraggiato le donne a votare: «Una delle cose che amo di questo show è che parla di una donna che sta cercando una sua nuova voce. E questo è qualcosa che sta accadendo in questo momento dappertutto in questo paese. E uno dei modi più importanti per trovare e usare la nostra voce è votare. Se non sei registrata, prendi il cellulare e fallo adesso, e poi porta un’amica a iscriversi».

C’è questa questione che sta pesando nel sistema di voto americano – oltre a una generale disaffezione – che si chiama gerrymandering. Viene dalla fusione di due termini, quello di “Gerry” e di “salamander”. Elbridge Gerry fu un governatore del Massachusetts (1812) che per garantirsi la rielezione ridisegnò il collegio elettorale secondo “pezzi” di popolazione a lui favorevoli e escludendo quelli a lui sfavorevoli. Le linee di tale collegio erano così irregolari e tortuose, da farlo sembrare a forma di salamandra. Per capire che effetti produce, basta pensare che nella seconda elezione di Obama, in cui si votava anche per il rinnovo di una parte della Camera dei rappresentanti, i democratici ottennero una strettissima maggioranza nel voto popolare – 48,8 contro 48,47 – ma i repubblicani ottennero una maggioranza di 35 seggi. In Pennsylvania, Obama superò Romney di cinque punti ma, nonostante il grosso vantaggio del loro presidente, i democratici vinsero soltanto 5 dei 18 seggi in palio, mentre i repubblicani ne conquistarono 13. E risultati simili, ci furono in Ohio, North Carolina e Michigan. Non che questa pratica appartenga solo ai repubblicani: è un potere delle assemblee legislative dei singoli Stati. Obama si è più volte espresso contro il gerrymandering. L’unico ostacolo al gerrymandering è il Voting Rights Act, una delle leggi fondamentali contro la segregazione razziale, approvata nel 1965. In particolare, due commi sono importanti: il primo obbliga gli Stati che hanno avuto un passato segregazionista a sottoporre a revisione ogni modifica dei collegi elettorali, mentre il secondo consente a ogni cittadino di appellarsi nel caso che un cambiamento dei confini causi una diluizione del voto delle minoranze (dividendo, a esempio, un quartiere a maggioranza afroamericana in vari collegi a maggioranza bianca).

Intanto, il 18 settembre le lavoratrici del McDonald’s hanno indetto un giorno di sciopero contro le molestie sessuali sul luogo di lavoro. Sono state coinvolte ben dieci città (Chicago, Kansas City, St. Louis, Los Angeles, Miami, Milwaukee, New Orleans, Orlando, San Francisco e Durham). A sostenerle, l’associazione Fight for $15 (la richiesta di paga oraria minima), la Women’s March e altre.

Prima dello sciopero erano state presentate 25 denunce di molestie alla Commissione per le pari opportunità (EEOC), completamente ignorate dai vertici di McDonald’s. I’m not in the menu, Non sono nel menù, è lo slogan utilizzato durante la protesta: le lavoratrici non sono merce in vendita, “molestabile”. Nel manifesto di convocazione dello sciopero è scritto:

«McDonald’s vorrebbe essere una “azienda di hamburger progressista” – ma ha fallito nell’affrontare l’accusa di molestie sessuali nei suoi punti vendita da parte delle lavoratrici. Palpeggiamenti. Commenti volgari. Proposte di sesso. E quando le lavoratrici hanno denunciato i comportamenti inappropriati, la direzione non ha detto nulla – o, ancora peggio, le ha licenziate e si è vendicato. Siamo solidali con le lavoratrici che stanno lottando a livello nazionale il 18 settembre e affermiamo:

È tempo di applicare le regole dell’azienda che proibiscono le molestie sessuali.
È tempo di portare avanti corsi di formazione obbligatori per i dirigenti e i dipendenti sulle molestie sessuali.
È tempo di ascoltare i lavoratori e difendere i gruppi per assicurarsi che nessun* lavoratore/lavoratrice di McDonald’s subisca molestie sessuali sul posto di lavoro».

Intanto, altre due donne, Deborah Ramirez e Julie Swetnick, hanno accusato di molestie sessuali, durante gli anni dell’high school, Brett Kavanaugh, il giudice che Trump vuole alla Corte Suprema. E giovedì Christine Blasey Ford, la donna che per prima ha accusato Kavanaugh, è comparsa davanti alla Commissione giustizia del Senato dicendo poche parole: «I am here today not because I want to be. I am terrified – Sono qui oggi non perché lo voglia. Io sono terrorizzata».

(*) articolo tratto da Comune-Info




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