lunedì 27 ottobre 2025 - Gregorio Scribano

Maurizio Landini e il salario minimo: ecco cosa diceva quando governava il Pd

C’è una vecchia regola non scritta della politica – e della comunicazione – che oggi, nell’epoca dei social, suona più che mai come una condanna: le parole restano. E anche se il tempo passa, il web, ma soprattutto gli italiani non dimenticano.

È quello che sta accadendo anche a Maurizio Landini, segretario generale della CGIL, travolto in queste ore dal ritorno di un vecchio intervento televisivo che sembra smentire clamorosamente la sua posizione attuale sul salario minimo.

Era il 2015, e Landini, ospite di Coffee Break su La7, respingeva con decisione l’idea di introdurre per legge una soglia minima oraria:

La proposta nostra è molto precisa. Noi diciamo... siccome in Italia ci sono i contratti nazionali di lavoro, noi stiamo dicendo che sono i minimi stabiliti dai contratti collettivi nazionali, quelli fatti dai sindacati e dalle imprese che devono diventare quello il salario minimo. Quello che ogni contratto stabilisce. C'è una media, se vogliamo. Però, siccome ci sono già adesso dei trattamenti economici che sono legati al settore e alla categoria... perché se non si fa così il rischio concreto è che le proposte siano che fanno un salario orario minimo che è più basso dei minimi dei contratti. A questo punto vuol dire che tu avresti per legge un salario minimo più basso di quello che la contrattazione ha stabilito.

Un ragionamento coerente con la visione storica della CGIL, che ha sempre difeso la contrattazione collettiva come strumento principe di tutela dei lavoratori.

Oggi però il tono è cambiato e adesso che al governo non ci sono i 'suoi', ma il centrodestra, il segretario appoggia il salario minimo:

Stiamo chiedendo di introdurre il salario orario minimo perché ci sono ancora paghe orarie da fame di 5-6 euro, c'è lavoro nero, c'è caporalato. E allo stesso tempo chiediamo una legge sulla rappresentanza che cancelli i contratti pirata e dia validità di legge ai contratti.

Questo atteggiamento, in perfetto stile due pesi e due misure, spiega la grande fuga dei lavoratori da un sindacato che non li rappresenta più.
Un Sindacato che rinnova i contratti per un pugno di centesimi, rendendosi responsabile del calo del potere d'acquisto dei salari.
Un Sindacato che non muove un dito per cambiare un sistema previdenziale che ha ridotto l'assegno con il calcolo contributivo e ha allungato l'età del pensionamento fino a 70 anni!
Un Sindacato che, a corto di tessere, per certificare la sua rappresentanza deve ripiegare sulle elezioni RSU.




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