giovedì 20 giugno - Gregorio Scribano

Ma dove porta l’Astensionismo?

Ormai la stragrande maggioranza dei cittadini italiani, oltre il 50 per cento degli aventi diritto, sceglie di non votare perché si sente disilluso dalla politica e ritiene che nessun candidato o partito rappresenti i propri interessi o valori.

Il ‘non-voto’ è una forma di protesta, un rifiuto dell’offerta politica disponibile, un messaggio forte e chiaro che nessuna delle proposte politiche presenti è ritenuta valida o adeguata.

C’è, inoltre, chi non vota più perchè crede che i sistemi sovranazionali impongano le loro regole ai singoli stati e che il proprio voto non faccia alcuna differenza, soprattutto in sistemi elettorali dove i candidati vengono scelti unicamente dai partiti e soltanto in certi ambienti a loro amici.

L’astensionismo, quindi, può essere visto come una forma di protesta passiva contro l’attuale sistema politico.

I cittadini sperano, così, che il loro ‘non-voto’ venga interpretato da chi di dovere come un segnale di insoddisfazione, di protesta e di sfiducia verso il sistema politico attuale generando in questo una reazione positiva nei confronti della cittadinanza, dei più deboli e di chi non ha voce.

Insomma, chi si astiene lo fa perchè desidera un cambiamento radicale, sperando che l’astensione di massa spinga i politici a riformare il sistema o ad adottare nuove politiche che riaccendano l’interesse per il sociale e per il bene comune.

Ma la politica è sorda al grido di protesta lanciato dall’astensionismo e va dritta per la sua strada anche con una sola manciata di voti!

Quindi anche il ‘non voto’ alla fine risulta inutile. E non solo. Il non partecipare al voto può portare a diverse conseguenze negative, spesso ancora peggiori di chi – nonostante lo schifo di questa politica – continua a votare turandosi il naso, per chi ritiene essere il ‘meno peggio’.

Un’elevata astensione può, infatti, portare ad un governo o a rappresentanti eletti che non riflettono la volontà della popolazione nel suo complesso, ma di una sola parte. Infatti, quando una fetta significativa dell’elettorato non vota, i gruppi organizzati e motivati, come le lobby, possono avere un’influenza sproporzionata sui risultati elettorali.

Altro aspetto negativo dell’astensionismo è che questo può spesso essere più alto tra gli elettori moderati, lasciando che elettori più estremi, siano essi di destra o di sinistra, abbiano un peso maggiore nelle elezioni, portando ad una maggiore estremizzazione della politica.

Inoltre una percentuale di partecipazione elettorale sempre più bassa può erodere il senso di cittadinanza attiva, il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini nella vita pubblica, indebolendo, nel lungo termine, la tenuta democratica del paese.

In conclusione, l’astensionismo alla fine non porta da nessuna parte, se non da quella di una concentrazione del potere nelle mani di un ristrettissimo numero di persone che continueranno indisturbati a fare soltanto i propri interessi.

Quindi una volta, due, tre, che si disertano le urne, per lanciare il segnale che questa politica e questi partiti non soddisfano le istanze della gran parte della gente, va pure bene.

Ma poi i cittadini dovrebbero voltare pagina, rimboccarsi le maniche entrare in prima persona nei partiti e nei sindacati, riprendersi la ‘res pubblica’ per cambiare dal di dentro un sistema che ormai è del tutto autoreferenziale.

Altrimenti il ‘non-voto’ rischia di diventare un ‘al lupo al lupo’!




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