martedì 10 gennaio - La bottega del Barbieri

Lettere dal Sahel III

di Mauro Armanino

La banalità del bene

Niamey, 10 dicembre 2022.E’ quella che si manifesta nelle migliori occasioni e circostanze. Si fanno tante (troppe?) cose a fin di bene. C’è chi giustifica l’accaparamento del potere a tempo indeterminato, chi cerca di intruppare il mondo per salvarlo da una gestibile pandemia, chi fabbrica medicine, malattie, armi, munizioni e guerre per il bene di una causa e chi, a fin di bene, ricorda che c’è un Dio da obbedire e un inferno, da qualche parte, da evitare. Esattamente come il male, le vie dei fautori di bene sono infinite. Le scuole proprio per questo sono state inventate: a fin di bene. Le ideologie e talvolta le religioni, hanno mandato al macello le migliori gioventù della storia e, sempre a fin di bene, si consiglia a migranti e avventurieri di rimanere a casa loro. Morire nel mare, nel deserto o nei campi di detenzione e tortura non è il massimo che la vita possa offrire. Quanto la natura produce abbisogna di correzioni, miglioramenti e aggiustamenti strutturali, come per l’economia.

Sempre a fin di bene, una delle sue creazioni più riuscite è la categoria, ormai universalmente accettata e promossa, delle vittime. A fin di bene, infatti, si creano, organizzano e sostengono le divisioni dei bisognosi in ‘categorie’ umane e sociali. Tutto a fin di bene per rispondere nel modo migliore ai bisogni delle ‘vitttime’. Oggi, il 10 dicembre, si fa memoria della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, avvenuta a Parigi nel 1948. Com’è noto, il documento, nato in seguito alla conclusione della guerra mondiale, era stato concepito per evitare il riprodursi ancora del dramma accaduto. Il ‘nunca mas’ in Argentina, dopo il dramma dei ‘desaparecidos’, pubblicato nel settembre del 1984 era risuonato alla tribuna delle Nazioni Unite ancora prima per la voce del papa Paolo Sesto, col suo ‘Mai più la guerra’!. Era il 4 di ottobre del 1965, si festeggiava San Francesco e i vent’anni della creazione delle Nazioni Unite, naturalmente a fin di bene.

Ci sono le vittime degne e quelle che non meritano alcuna considerazione da parte delle istituzioni appositamente create per riconoscerle. Gli abusi sui diritti umani sono a geometrie variabili a seconda dei rapporti di forza e delle geopolitiche del momento. Perfino le guerre possono essere, a fin di bene, umanitarie se servono a creare democrazia e soprattutto altri mercati per il capitalismo globale. Si riconoscono i diritti di quasi tutte le categorie e nel caso se ne inventano di nuove e coloro che sono del tutto indifesi, inizio e fine vita, per il loro bene, sono soppressi e resi in seguito invisibili. Ci sono poi gli Stati buoni e accettabili e quelli infrequentabili e, quanto al commercio e gli interessi, invece, tutto va bene per il bene di tutti. Magari aveva visto giusto il pensatore- profeta Ivan Illic…’Al diavolo le buone intenzioni. Un detto irlandese dice che di buone intenzioni è lastricato l’inferno, tanto per metterla sul teologico’. Siamo il 20 aprile del 1968 e da allora si è continuato a fare delle ‘buone intenzioni’ la nuova religione.

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Il bracconaggio nel Sahel (e altrove)

Niamey, 18 dicembre 2022, giornata internazionale dei migranti. La caccia illecita di animali è diffusa anche nel Sahel. Più d’uno mette in relazione il bracconaggio col terrorismo. Il Parco del W, condiviso da tre Paesi (Niger, Benin e Burkina Faso), di una superficie di oltre 3 milioni di ettari, è, secondo alcuni osservatori, un esempio eloquente del sistema di bracconaggio. Caccia o pesca illegale di specie o in zone protette, con mezzi non autorizzati, in epoche in cui la caccia o la pesca sono vietate. Oppure manca semplicemente l’autorizzazione formale delle autorità. Etimologicamente bracconaggio deriva dal francese ‘Braques’, nome dei cani guidati per fare il ‘lavoro’.

Il bracconaggio, peraltro, si sviluppa anche in altri ambienti e con diverse modalità di azione. Non cambia invece lo stile e le finalità che lo definiscono. La politica, l’economia e l’immaginario sociale ne rappresentano le aree più appetibili e consone alle prospettive iniziali. I bracconieri, agenti esecutori del bracconaggio, sono figli d’arte e, assai sovente, formati nelle migliori scuole e università di prestigio per futuri ‘leader’ del popolo o delle imprese. Così come la mafia e altre associazioni criminali pervasive e invasive, possiedono contatti, appoggi, complicità e facilitazioni da parte dello ‘stato profondo’.

In ambito politico il bracconaggio, caccia illecita di voti e votanti, si conferma ad ogni elezione presidenziale e nel rinnovo delle assemblee nazionali. Lo stile che contraddistingue questi momenti democratici esprime anche il contenuto e la finalità della politica stessa. Il Bene Comune, orizzonte del ‘politico’ inteso come discorso nella polis che esprime e propone un progetto e modello di società, è fagocitato dalla gestione ‘amministrativa’ del potere. Il bracconaggio, caccia illecita di persone, idee e strategie, è funzionale al perpetuarsi della classe minoritaria che si trova al vertice del sistema di rapina della democrazia.

Non parliamo dell’economia attuale, finanziarizzata fin dove possibile da una parte del mondo e di sopravvivenza e sfruttamento dall’altra, non è che bracconaggio di persone, risorse, beni e servizi. Si assiste alla mercificazione della società e alla ‘dissoluzione di tutto ciò che è solido in aria’, nella versione originale del Manifesto comunista di Karl Marx e Friederich Engels. Questa poi sarebbe l’esperienza della modernità, come scrisse Marshall Bernman nel libro di qualche anno fa che porta questo titolo. Il bracconaggio del tempo, dello spazio, del mercato e delle persone, da liberare, in Africa come altrove nel mondo.

Il più grave, nondimeno, è il bracconaggio dell’immaginario sociale e cioè i simboli, la parola e la cultura che, in fondo, costituiscono l’anima di ogni struttura religiosa. Ed è in questo ambito cruciale perchè in relazione col senso della vita e delle cose, che si sviluppa il bracconaggio più efferato. In prima fila ci sono gli intellettuali di regime, seguono i commercianti di sogni e, in ultimo ma non minori, gli imprenditori religiosi che cacciano di frodo tra le sofferenze e lo spaesamento del nostro tempo. Operano impuniti i bracconieri tra il Katar dei mondiali di calcio e l’Europa degli intrallazzi con le migliaia di Ong e le lobby riconosciute.

Gli unici bracconieri che meriterebbero di essere imitati sono i migranti che, nel loro piccolo, vanno a caccia di nuove frontiere. Solo ‘sconfinando’ con loro daremo un nome nuovo alla politica.

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Natale coi tuoi e in esilio con chi puoi

Niamey, 25 dicembre 2022. Sembrava la santa famiglia di Nazareth aumentata di uno. Perché la vigilia di Natale succede sempre qualcosa di particolare sono arrivati assieme. Francis, Mimì e, appunto, due bambini piccoli. Awa, la bimba, di tre anni e lui, l’ultimo per ora, chiamato Success nato due anni fa in esilio. Erano partiti nel 2019 dalla Liberia che, dopo la guerra civile offre al suo popolo la lotta quotidiana per la sopravvivenza. Il solito amico aveva consigliato a papà Francis, elettricista di professione, di tentare di riaccendere la luce della sua vita in Algeria, dove c’erano improbabili possibilità di lavoro ben remunerato. Una volta in Algeria dell’amico in questione neppure l’ombra e allora Francis lavora per un minimo salario come muratore nei cantieri di Tamanrasset. Sua moglie Mimì, di professione parrucchiera, rimane in casa e inventa acconciature a buon mercato per le donne migranti che popolano e seducono la città algerina. Due anni or sono nasce il piccolo e, per rincuorarsi, lo chiamano Success, nome solo apparentemente inadatto in quel contesto.

Forse per scongiurare la sorte o semplicemente per darsi coraggio l’hanno chiamato con l’unico nome che poteva dare loro un futuro. Il Successo non è solamente l’accaduto ma soprattutto quanto potrebbe accadere: nuove prospettive di vita per loro che si trovavano in esilio lontano da casa. Francis, come buona parte dei migranti e rifugiati in territorio algerino, è stato identificato e, essendo senza permesso di soggiorno, derubato dei suoi avere ed espulso con la famiglia nel deserto adiacente alla frontiera col Niger. Il solito meccanismo di deportazione ed espulsione che, ormai da anni e nell’impunità assoluta, caratterizza la politica migratoria dell’Algeria dei colonnelli. ‘Senza nulla sei venuto in questo Paese e senza nulla lo lascerai’, questo il motto che accompagna le esportazioni della ‘mercanzia migrante’, pur utile quando si tratta di sfruttarla sui cantieri di lavoro. Altre seccature e minacce erano in agguato durante il viaggio di ritorno effettuato su un camion che trasportava cipolle nigerine verso il Benin, sull’Oceano Atlantico.

Non c’era posto per loro da nessuna parte in città e, nell’attesa, sono ospiti da qualche giorno nella stazione principale dei bus Rimbo, una delle compagnie più rinomate della piazza che si sta saturando di nuove e fiorite sigle. Hanno preso inutilmente contatti con l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, OIM, che ha per ora sospeso nuove iscrizioni per i ritorni volontari nei Paesi di partenza dei migranti. Vivono accampati nel salone di aspetto su materassini di spugna rivestiti di plastica offerti dalla ditta di viaggi. Il censimento dei passeggeri volontari avrà luogo a tempo debito quando gli uffici dell’OIM saranno riaperti e funzionali. Success è nato in esilio perché la sua famiglia, onde salvarlo dal Re Erode della miseria che voleva eliminarlo nel suo Paese, l’ha fatto nascere a Tamanrasset. Si trova in salvo nella stazione dei bus bianco-blù Rimbo di Niamey, prima che suo padre decida di tornare a casa.

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Dialogo dal Sahel. Un’intervista scritta sulla sabbia

Niamey, 1 gennaio 2023. Con Abdourahamane Idrissa ci si è conosciuti nel 2015. In seguito alla nota e tragica vicenda della pubblicazione della caricatura del profeta dell’Islam su Charlie Hebdo, inediti vandalismi vennero operati sui luoghi di culto cristiani a Zinder e Niamey. In quel frangente notai un articolo scritto, appunto, da Idrissa su un sito Web, che manifestava, stupore, sconcerto e dolore per quanto accaduto. Scoprii che l’autore in questione, politologo e esperto in islamologia, si trovava in quel momento nella capitale del Niger. Da allora il nostro incontro si è trasformato in dialogo e poi in collaborazione, fino a creare assieme ad altri amici del posto, l’Associazione ‘Università del Bene Comune’. Essa ha come finalità principale di contribuire a ricreare spazi di incontro e di dialogo aperto e libero nella società. Quanto accaduto nel 2015, ha evidenziato, tra l’altro, la carenza di un luogo di scambio e di crescita politica intesa come il vivere bene assieme nell’orizzonte del Bene Comune.

Abdourahamane Idrissa è politologo con orientamento storico. Il suo dottorato in scienze politiche, rivolto ai percorsi democratici e all’Islam politico in Africa, ebbe luogo nell’università di Florida, negli Stati Uniti. Prima di raggiungere il Centro Studi sull’Africa di Leiden in Olanda, Idrissa ha fondato e coordina il think tank EPGA (Economia Politica e Governo Autonomo) che forma studenti e coordina progetti fondati su analisi di economia politica focalizzati sulle migrazioni, il lavoro dei giovani e la demografia. Idrissa è altresì associato al Laboratorio di ricerca Lasdel, basato a Niamey.

Di ritorno da Dubai via Parigi, dove sta scrivendo il suo prossimo libro sull’impero Songhay, Idrissa, dopo aver pranzato assieme, continua volentieri il momento conviviale del quale questo scambio a ruota libera è l’espressione. Per lui, ad esempio, l’Occidente vive ancora e sempre come in una situazione di ‘egemonia’ nei confronti del resto del mondo. Si pensa ancora come ‘centro’. Guarda e giudica tutto a partire da lui, con scarsa capacità di ascolto. Crede di avere molto da dare e poco invece da imparare ma questo non lo sa o non lo vuole sapere. L’idea di superiorità non l’ha abbandonato e favorisce la sua chiusura a capire e ‘sentire’ l’altro.

E, per venire al ‘nostro’ Sahel, Idrissa riconosce che Il discorso è lungo e complesso. Per passare ad un tempo più vicino a noi basterebbe citare quanto accaduto in Libia nel 2011 per opera della Nato…L’uccisione di Gheddafi, l’anarchia nel paese e l’enorme quantità di armi in circolazione. Evidentemente nel Sahel sedimentava già un ‘combustibile’ pronto a bruciare o esplodere. Possiamo citare, tra le altre cose: la grande povertà per la gente, il conflitto soprattutto economico tra agricoltori e allevatori, l’assenza dello stato in molte zone periferiche. Per lui i conflitti a carattere etnico di cui si molto parla, hanno soprattutto radici economiche o in reazione al timore di ulteriori esclusioni sociali e politiche come nel caso dei Peuls soprattutto nel Mali.

Per quanto riguarda il fattore religioso, preso in ostaggio da una parte dei gruppi armati terroristi, Idrissa rileva che in origine si è trattato di militanti djhadisti di origine maghrebina esiliati soprattutto dall’Algeria nel nord del Mali e ancora esterne sono state le influenze dell’Arabia Saudita dell’Islam di matrice wahabista. Questi fattori hanno operato particolarmente nelle zone rurali e dunque nei villaggi…Come detto sopra le popolazioni Peuls, già marginalizzate, si sono sentite ulteriormente minacciate dalla ribellione dei tuareg in cerca di maggiore autonomia politica ed economica. Ciò ha condotto alla nascita di un movimento di reazione armata che ha coinvolto una parte di Peuls…in seguito si è fatto, soprattutto nel Mali e nel Burkina Faso d’ogni erba un fascio, condannando in blocco i Peuls come ‘terroristi’. A questo punto il conflitto diventa anche etnico.

Per quanto riguarda, invece, il Niger a lui sembra che le prospettive sembrano francamente inquietanti. Ogni nuova generazione di uomini politici in questo Paese sembra dimenticare la storia delle generazioni precedenti. Accade in ambito politico come un abbassamento nel livello di competenza e motivazione. L’attuale classe dirigente deriva dai movimenti degli anni ‘50 e ‘60 ma senza lo spirito di quell’epoca. Si assiste alla nascita di generazioni di elite politiche senza ideali! Non si distingue alcune direzione apprezzabile, tutto appare molto opaco. Le classi dirigenti passate, con tutti i limiti del caso, possedevano comunque alcuni ideali o valori sui quali orientare la politica, per esempio il ‘progresso’ o la costruzione dello ‘stato’. Terminata la modernità si è giunti alla profetizzata ‘postmodernità’ nella quale questi ‘valori’ sono stati spazzati via. Nel Niger ciò non l’abbiamo assimilato!

Per quanto riguarda il ruolo possibile, la ‘missione’ dell’Africa, essa, più ancora che l’Occidente e altre regioni, ha fatto esperienza, anche drammatica, di pluralismo culturale, di diversità ed ha mostrato una grande capacità a con-vivere con la diversità, a modo del ‘rizoma’ di cui parlava, tra gli altri, l’opera di Edouard Glissant, della Martinica. La colonizzazione, l’Islam, il Cristianesimo…altrettante componenti che hanno messo piede e radici nel continente africano. L’Africa potrebbe rappresentare un ‘laboratorio’ della diversità come convivialità. Proprio per questo Idrissa sottolinea il ruolo decisivo degli intellettuali. A loro, appunto, spetterebbe contribuire alla realizzazione di questo grande cantiere. Purtroppo mancano tra loro, progetti reali di società. Lo stesso tanto decantato panafricanismo appare piuttosto come un patetico e acritico ritorno al passato, con gli idoli di sempre. Kwame Nkrumah o Thomas Sankara, senza d’altra parte alcuna traccia di spirito critico della loro storia. Gli intellettuali sembrano più interessati a piacere al potere di turno. L’intellettuale non possiede la vocazione a trasformarsi in adulatore!

E, infine, a suo parere le religioni, per loro natura, dovrebbero sprigionare ‘energia spirituale’, motivazioni etiche e spirito di unificazione. Quando una religione arriva a dividere con la violenza e magari a cercare il potere, allora tradisce la sua missione. Ben venga un politico che, per la sua appartenenza religiosa, opera onestamente per il bene di tutti!

Il nostro scambio si conclude con una semplice ed essenziale considerazione: per cambiare le cose occorre lavorare!

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