lunedì 2 dicembre - Simona boenzi

Legge Madia: l’articolo 1393 del Codice dell’Ordinamento Militare

Nessuno ne parla, eppure è davanti agli occhi di tutti. Si chiama legge Madia, in particolare quell’ articolo 1393 del codice dell’ordinamento militare (modificato nel 2015 dalla legge Madia) che autorizza provvedimenti disciplinari anche a giudizio non concluso.

 Il codice però prevede pure la possibilità di reintegro dei militari, a conclusione dell’iter processuale, nel caso di un’assoluzione piena e definitiva da quei crimini ritenuti «particolarmente gravi o infamanti». Occorre ricordare il caso delle due ragazze americane che denunciarono per stupro due carabinieri a Firenze la notte fra il 6 e il 7 settembre 2017. Licenziati, ancor prima di essere giudicati da qualsiasi tribunale: a conclusione di un’indagine disciplinare interna infatti, l’arma dei carabinieri ha deciso di destituire i due accusati dalle studentesse. Marco Camuffo è stato poi condannato a 4 anni e 8 mesi di reclusione con rito abbreviato l'11 ottobre 2018. Si è costituto parte civile invece il ministero della Difesa nel processo a carico di Pietro Costa l’altro carabiniere, partito a ottobre scorso presso il tribunale di Firenze. Costa venne subito trasferito fuori sede in una caserma nelle sperdute campagne fiorentine.     

La legge Madia però non è stata applicata già nel 2009 ai carabinieri che massacrarono di botte Stefano Cucchi. Al contrario, il maresciallo Roberto Mandolini venne promosso. Non sospeso, non destituto ma promosso a maresciallo capo. Per chi lavora nell’ Arma, il cambio di grado è quasi un fatto automatico: solo che in questo caso ad usufruire della promozione è stato proprio uno dei carabinieri indagati per falsa testimonianza sul caso Stefano Cucchi dalla Procura di Roma e il reparto di Mandolini si occupa principalmente di ordine pubblico, impiegato a Roma soprattutto nei controlli a San Pietro e nelle altre zone ritenute sensibili, quindi in questo momento in pieno servizio per il controllo dell’ordine pubblico.

Eppure l’articolo 1393 dell’ordinamento militare parla chiaro: “Il procedimento disciplinare, che abbia ad oggetto, in tutto o in parte, fatti in relazione ai quali procede l’autorità giudiziaria, è avviato, proseguito e concluso anche in pendenza del procedimento penale. Per le infrazioni disciplinari di maggiore gravità, punibili con la consegna di rigore di cui all’articolo 1362 o con le sanzioni disciplinari di stato di cui all’articolo 1357, l’autorità competente, solo nei casi di particolare complessità dell’accertamento del fatto addebitato al militare ovvero qualora, all’esito di accertamenti preliminari, non disponga di elementi conoscitivi sufficienti ai fini della valutazione disciplinare, promuove il procedimento disciplinare al termine di quello penale.” 

In tutti questi dieci anni dunque, Roberto Mandolini, ha continuato non solo a lavorare, a differenza di Camuffo e Costa – ma ha beneficiato anche di uno scatto di livello. Vale infine la pena di ricordare che nella sentenza Cucchi, La corte ha disposto il pagamento di una provvisionale di 100mila euro ciascuno ai genitori di Cucchi e alla sorella Ilaria. Di Bernardo, D’Alessandro, Mandolini e Tedesco, a vario titolo, dovranno risarcire, in separato giudizio, le parti civili Roma Capitale, Cittadinanzattiva e i tre agenti della polizia penitenziaria e intanto sono stati condannati al pagamento delle loro spese legali per complessivi 36mila e 500 euro. Di Bernardo e D’Alessandro sono stati inoltre interdetti in perpetuo dai pubblici uffici, mentre un’interdizione di cinque anni è stata disposta per Mandolini. Da anni ormai, l’appuntato scelto Riccardo Casamassima, l’uomo grazie al quale ci fu la svolta del caso Cucchi, si batte sui social esponendosi in prima persona, per far conoscere la verità e ottenere giustizia. Finora, nonostante le quattro istanze presentate, non è stato ricevuto dal comandante generale.

Foto di Daniel Bone da Pixabay 




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