venerdì 12 giugno - Pressenza - International Press Agency

Le statue abbattute. La valanga antirazzista iniziata negli Stati Uniti

Le statue vengono abbattute. La valanga più recente è iniziata negli Stati Uniti dopo l’omicidio di George Floyd per mano della polizia e l’insurrezione che ne è scaturita. A Filadelfia, la città ha rimosso la statua del precedente capo della polizia Frank Rizzo; il sindaco ha concordato con i manifestanti che ne avevano richiesto l’immediata rimozione, affermando che “la statua è un deplorevole monumento al razzismo, al fanatismo, alla brutalità della polizia contro i membri della comunità nera, della comunità LGBTQ e molte altre.”

di Independent Media Institute

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Manifestanti a Bristol, in Inghilterra, gettano nel fiume la statua del trafficante di schiavi Edward Colston.

Nel Sud degli Stati Uniti, i dimostranti hanno preso di mira statue di confederati, in particolare generali come Robert E. Lee a Montgomery, Alabama e Williams Carter Wickham a Richmond, Virginia.

Domenica 7 giugno la protesta ha attraversato l’Oceano Atlantico per arrivare a Bristol in Inghilterra, una delle città chiave nella tratta degli schiavi. Qui i manifestanti hanno abbattuto la statua di Edward Colton e poi l’hanno gettata nel fiume Avon. Colston si era arricchito con il commercio di esseri umani.

La Society of Merchant Venturers a Bristol, emersa dalla tratta degli schiavi, ha risposto così alla rimozione della statua: “Continueremo ad istruirci sul razzismo sistemico” e “non ci dimenticheremo mai dei 12 milioni di esseri umani ridotti in schiavitù.”

Lo stesso giorno, un manifestante si è avvicinato alla statua di Winston Churchill a Westminster, Londra e ha scritto “era un razzista” sotto il nome dell’ex primo ministro. La scritta è stato rimosso poco dopo. A Bruxelles, in Belgio, i dimostranti hanno scritto “vergogna” sulla statua di Leopoldo II, il “macellaio” del Congo.

E’ chiaro che nessuna società dovrebbe celebrare persone come Robert E. Lee, Winston Churchill e Edward Colston, uomini che hanno difeso schiavitù e colonialismo; non c’è più alcun dubbio al riguardo. Nel corso degli anni, persino la famiglia di Robert E. Lee ha richiesto che la statua non fosse più esposta in un luogo pubblico. Nel 2017 uno dei discendenti di Lee ha dichiarato che la statua del suo antenato a Charlottesville, in Virginia era “diventata un simbolo di cattivo nazionalismo.” Il 7 giugno, un altro discendente di Lee ha scritto un editoriale nel Washington Post richiedendo la rimozione della statua del suo antenato a Richmond, in Virginia.

Fine della discussione riguardo alle statue.

Il debito

La storia non è scritta da gente come i manifestanti che hanno abbattuto le statue; sono gli uomini raffigurati nelle statue ad avere il potere. La tragedia è questa.

Tutte le crisi all’interno degli Stati Uniti colpiscono gli afro-americani in modo sproporzionato: la crisi finanziaria di più di dieci anni fa lo dimostra, così come la pandemia del coronavirus e la recessione post-coronavirus. Tutti soffriamo, ma gli afro-americani soffrono ancora di più. Il tasso di debiti è più alto tra di loro e la perdita di un’entrata finanziata in tempo di crisi li colpisce più profondamente.

La rimozione di una statua è importante perché la sua esistenza è un costante rimprovero nei confronti dell’umanità delle persone che ci passano davanti ogni giorno. Ma questo non basta: bisogna eliminare anche tutte le cose che gli uomini raffigurati nelle statue sono riusciti a imporre nel mondo.

L’abbattimento della statua di Calston è significativo, ma dietro di esso si nasconde un’atroce verità.

Nel 1833, quando il Parlamento britannico approvò l’abolizione della schiavitù, promise una “ricompensa” non agli esseri umani liberati da quel brutale sistema, ma ai loro “proprietari”. Dal 1835 al 2015, la tesoreria nazionale britannica ha versato ai “proprietari” e ai loro discendenti l’esorbitante somma di 17 trilioni di sterline. Furono i francesi a stabilire un precedente in questo senso. Quando Haiti conquistò l’indipendenza dalla Francia, nel 1825, i francesi mandarono le loro navi da guerra per ordinare che la nuova repubblica pagasse una ricompensa per la perdita degli schiavi. Dal 1825 al 1947, Haiti pagò alla Francia 21 bilioni di dollari per l’emancipazione del suo popolo.

E intanto paesi come Haiti e Giamaica dovevano prendere soldi in prestito da governi e banche in Europa per finanziare la loro sopravvivenza. Il prestito è aumentato nel corso degli ultimi decenni e questi paesi hanno affrontato problemi enormi, inclusi disastri naturali e colpi di stato promossi dagli Stati Uniti. Lo stato miserevole delle loro finanze continua.

Ad oggi, una ragionevole stima del debito estero di questi paesi in via di sviluppo – molti dei quali erano piantagioni che impiegavano schiavi – corrisponde a 11 trilioni di dollari, di cui 3,9 da restituire quest’anno. I tentativi di rimandare o cancellare il debito sono falliti, perché i governi e le banche statunitensi ed europei vogliono i loro soldi. Questi soldi, però, non dovrebbero venir risucchiati dalle vecchie colonie; dobbiamo usare quelle risorse per soddisfare i disperati bisogni delle nostre società.

Una cosa è buttare giù una statua; un’altra è ridurre il debito.

Nel suo libro del 1961 “I dannati della terra” Frantz Fanon scrisse: “Colonialismo e imperialismo non hanno ripagato il loro debito dopo che si sono ritirati dai nostri territori. La ricchezza delle nazioni imperialiste è anche la nostra ricchezza. L’Europa è stata letteralmente creata dal Terzo Mondo.”

Abbattete le statue, certo; ma ancora di più, cancellate il debito e offrite riparazioni alle vecchie colonie per secoli di furti e brutalità.

Vijay Prashad

Questo articolo è stato prodotto da Globetrotter, un progetto del Independent Media Institute.

Traduzione dall’inglese di Asia Butti

Vijay Prashad è uno storico, redattore e giornalista indiano. E’ uno scrittore e principale corrispondente per il Globetrotter, un progetto del Independent Media Institute. E’ il capo redattore di LeftWord Books e il direttore di Tricontinental: Institute of Social Research. Ha scritto più di venti libri, tra cui “The Darker Nations and The Poorer Nations”. Il suo ultimo libro si intitola Washington Bullets, con un’introduzione di Evo Morales Ayma.




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