venerdì 11 gennaio - Roberto Bortone

Le sfide del 2019 secondo Zuckerberg (e Facebook)

Ogni inizio d'anno porta con se bilanci, non sempre positivi, e nuovi propositi, questi ultimi, in genere, "buoni". E se a farli - scrivendoli nel suo blog - è Mark Zuckerberg, l'ottavo uomo più ricco del mondo con un patrimonio stimato di 53 miliardi di dollari, fondatore della terza azienda per fatturato al mondo, dargli un'occhiata potrebbe apparire interessante. 

Oltre ad aver costruito un sistema di intelligenza artificiale per la sua casa, aver corso per 365 miglia, visitato ogni stato degli Stati Uniti, letto 25 libri e imparato il mandarino, scopriamo, tra le righe, che per Zuckerberg il 2018 è stato un anno piuttosto duro, forse il peggiore degli ultimi dieci. Tanto da fargli dire che "Facebook è oggi un’azienda molto diversa da quella che era un paio di anni fa”. Gli scandali che hanno coinvolto Facebook – da Cambridge Analytica alle fake news passando per la proliferazione incontrollata dell'hate speech sulla sua piattaforma - lo hanno costretto a misurarsi con una realtà diversa da quella agognata e sintetizzata nel suo celebre slogan: perchè, se resta vero per alcuni (forse anche la maggioranza, chissà) che «Facebook aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita» appare oggi senza veli una realtà per molti differente, fatta di propaganda politica, manipolazione per fini commerciali e uso disinibito dei dati personali. Senza dimenticare loro, le vittime dell'odio che a migliaia sono state fatte bersaglio di campagne violente che hanno "sconfinato" (accade più spesso di quanto si pensi) uscendo dal mondo virtuale per entrare dolorosamente in quello reale. 

E i buoni propositi per l'anno appena iniziato? Ve ne sono parecchi, anche se preferisce definirli "sfide" e porli come interrogativi ai quali cercare di rispondere. E allora, eccone alcuni: «Vogliamo che la tecnologia continui a dare più voce alla gente, o lasceremo i gatekeeper tradizionali a controllare quali idee possono essere espresse? Dovremmo decentralizzare l'autorità attraverso la crittografia o altri mezzi per mettere più potere nelle mani delle persone? In un mondo in cui molte comunità fisiche si stanno indebolendo, quale ruolo può giocare Internet nel rafforzare il nostro tessuto sociale? Come possiamo costruire un Internet che aiuti le persone a unirsi per affrontare i problemi del mondo che richiedono una maggiore collaborazione su scala globale? Come costruiamo una tecnologia che crea più posti di lavoro anziché costruire semplicemente l'intelligenza artificiale per automatizzare le cose che fanno le persone? Che forma prenderà tutto ora che lo smartphone è maturo? E come manteniamo il passo del progresso scientifico e tecnologico in tutti i campi?». Fin qui le sfide, tutte pertinenti e certamente decisive, tanto per la sua "Società" quanto per la nostra. Le risposte andranno cercate però, secondo Zuckerberg, in un modo che (a lui) appare decisamente nuovo: ovvero nell'incontro e nel dialogo con chi quelle comunità a rischio disgregazione le conosce veramente e qualche soluzione può aiutare a tirarla fuori. Esperti, politici, persone rilevanti per la comunità che Zuckerberg incontrerà ogni mese, non sappiamo ancora dove, come e quando. Certo è che il commento al suo post fatto da Derek Andersen, risulta particolarmente azzeccato: "Dear Mark, I am literally your neighbor, I live five doors down from you. Why don't you start a conversation with the people closest to you? We can host it at my house".




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