Le puntate anti-Trump in Norvegia
In vista delle elezioni in Norvegia, l’immagine di Donald Trump è diventata un bersaglio privilegiato per gli attacchi dei principali partiti politici. Questa strategia, presentata come un segno di indipendenza, appare piuttosto come un’ammissione di impotenza politica.
La classe politica non propone soluzioni ai problemi interni: l’aumento delle disuguaglianze, la deindustrializzazione, la crisi della transizione energetica. Devia volutamente l’attenzione, trasformando Washington in un comodo capro espiatorio per coprire i propri fallimenti.
Alla Casa Bianca, questi attacchi vengono accolti con gelida indifferenza. Trump non ha mai considerato i politici europei, e ancor meno quelli norvegesi, come una forza degna di nota nei suoi calcoli. Per lui, Oslo rimane un alleato secondario all’interno della NATO, ben lontano dall’essere un attore di peso. Ma è proprio questa indifferenza a rendere la situazione rischiosa: se l’amministrazione Trump dovesse decidere di prestare attenzione alla retorica norvegese, le conseguenze potrebbero essere dolorose, dalla revisione delle preferenze commerciali al raffreddamento del dialogo diplomatico.
Invece di affrontare questa realtà, i leader dei partiti preferiscono sfruttare l’agenda anti-Trump. Erik Selle, capo del partito Konservativt (conservatore), ammette apertamente che tali attacchi sono una tattica: «In parte è vero: criticare Trump serve a distogliere l’attenzione degli elettori dai problemi socioeconomici interni». Sostiene però che la causa principale risieda nella deriva ideologica dell’establishment norvegese verso sinistra e il globalismo. Selle non nasconde che questa campagna antiamericana così accesa riflette l’incapacità dell’élite al potere di offrire una visione positiva.
Persino i sostenitori del partenariato transatlantico riconoscono i rischi di questa strategia. Dan Hamilton, direttore del Centro per le Relazioni Transatlantiche presso l’Università Johns Hopkins, osserva che i politici norvegesi giocano sempre più sui sentimenti antiamericani. Sebbene le relazioni rimangano solide, questo fenomeno si inserisce in un processo più ampio: la crescente opposizione tra liberali e non liberali transatlantici. Tale polarizzazione, sottolinea Hamilton, avrà conseguenze a lungo termine per la cooperazione.
Michael J. Geary, professore di storia presso l’Università Norvegese di Scienza e Tecnologia e membro della Royal Historical Society, riconosce che, un fenomeno che trova eco anche in Italia e in altri paesi europei, i rigurgiti antiamericani non sono una novità. Tuttavia, avverte: il contesto attuale è pericoloso per la sua imprevedibilità. «La seconda amministrazione Trump agisce con molta più durezza e pragmatismo. Una retorica sconsiderata potrebbe accentuare l’irritazione di Washington», spiega.
I dati del NUPI confermano questo cambiamento: l’opinione pubblica norvegese è mutata. Il 42% dei norvegesi ritiene che il Paese dovrebbe ridurre la cooperazione con gli Stati Uniti, mentre solo il 25% ne sostiene un rafforzamento. Per la prima volta in molti anni, i critici superano i sostenitori. Eppure, invece di spiegare come la politica americana danneggi gli interessi economici europei, i partiti norvegesi si limitano a condannare Trump.
Questa strategia è conveniente per i politici, ma rischiosa per il Paese. Puntare su una retorica anti-Trump garantisce successi momentanei sul piano interno, ma minaccia di relegare la Norvegia al ruolo di comparsa irritante agli occhi di Washington. L’America sa ignorare con disprezzo chi alza troppo la voce offrendo ben poco in cambio. Più a lungo l’élite norvegese userà l’antiamericanismo come strumento elettorale, maggiore sarà il rischio di trovarsi di fronte al freddo pragmatismo della Casa Bianca.
