Le “mani sulla città” che hanno devastato i Campi Flegrei
I Campi Flegrei, ardenti come un vulcano in ebollizione, sono una realtà in cui natura e storia si uniscono a delineare un ambiente dal paesaggio di multiforme bellezza: tale è quella illustrata nelle tavole XVII e XXXI tratte da i Campi Phlaegrei di William Hamilton (1764) “prese” dal convento dei Camaldoli di Napoli e dal Monte Epomeo a Ischia che mostrano un paesaggio di eccezionale bellezza integro nelle sue componenti naturali.
di Ugo Leone

Aumentata la vulnerabilità dell’intera area
di Ugo Leone (*)
Naturalmente non era ipotizzabile che nei trecento anni successivi rimanesse inalterato e, infatti, è stato modificato dagli eventi: primo fra tutti la crescita demografica e la conseguente urbanizzazione dell’area. Urbanizzazione avvenuta non solo per la propensione alla natalità nell’area, ma anche per l’inurbamento da Napoli che dal secondo dopoguerra ha interessato le aree vesuviana e flegrea. Aree, peraltro, conosciute tra le più pericolose della Terra per il rischio vulcanico che ne caratterizza la natura.
Inurbamento e urbanizzazione non necessariamente impattano negativamente sul paesaggio, ma nel caso sul quale sto riflettendo lo hanno fatto. Con particolare riguardo all’area vesuviana, meno per quella flegrea. Ma in questo caso in tempi più vicini a noi.
Mi confortano in questa impressione le pagine che Amedeo Maiuri ha dedicato alla vita puteolana nella relazione tenuta il 19 marzo 1961 in occasione del V Corso Cristologico (La Campania al tempo dell’approdo di San Paolo) e, successivamente, nel prezioso “I Campi Flegrei” del 1963 dove scrive del “pittoresco abitato di Bacoli”. Se nel descrivere i celebratissimi luoghi Dal sepolcro di Virgilio all’antro di Cuma, Maiuri non nota l’esistenza di elementi perturbatori dell’ambiente, ciò vuol dire che questi ancora non erano visibili o vistosi. Anche se in altra parte, non manca di sottolineare che pochi avanzi delle Stufe di Nerone “sono stati rispettati dal taglio della strada moderna e delle cave di pozzolana, di quel pulvis puteolanus che se già per gli antichi costruttori rappresentava, a detta di Plinio e di Vitruvio, la miglior malta cementizia per costruzioni idrauliche, costituisce oggi, con il disordinato sfruttamento che se ne fa, il più grave pericolo che incombe sulla bellezza dei luoghi”.
Tutto questo per dire che la datazione dello “scempio” paesaggistico nei Campi Flegrei è coeva alle “mani sulla città” che hanno irrimediabilmente compromesso grandi aree della città di Napoli. E così nel 1971, in una “Guida alla natura d’Italia”, Franco Tassi scriveva che “una regione di eccezionale importanza naturalistica, unica al mondo e ricchissima dei fenomeni e delle attrattive più diverse come i Campi Flegrei, sarebbe stata in un altro Paese conservata civilmente nel modo più rigoroso” al contrario “nel prezioso comprensorio è avvenuto invece il più barbaro scempio che l’uomo abbia commesso”.
Stando alla datazione che tento di ricostruire, dunque, i tempi del disastro sono vicini e sono stati acceleratissimi; né si sono arrestati al 1971 pur avendo avuto significative appendici almeno nei periodi bradisismici del 1972 e del 1982-84. Il risultato è stato che dal 1951 la popolazione nei quattro comuni flegrei (Bacoli, Monte di Procida, Pozzuoli e Quarto) è più che raddoppiata rispetto agli iniziali 71.216 residenti; con Pozzuoli passata da 41.457 a 75.000.
In termini di rischio che cosa dicono questi numeri? Dicono che è aumentata la vulnerabilità dell’area. E tale è soprattutto da quando l’evento bradisismico, ripreso nel 2005, ha dato frequenti manifestazioni della sua presenza con terremoti frequenti e di magnitudo elevata destando panico e, soprattutto, problemi nella popolazione.
La scossa del 31 luglio di magnitudo 4.7 è stata non solo la più forte da quando si parla di bradisismo, ma anche quella che nell’abitato di Pozzuoli ha provocato più danni: nell’edilizia e nei costoni montagnosi.
Tutto questo mi porta e mi invita a una riflessione. È questa: 4.7 è una scossa di magnitudo elevata, ma niente a che fare con le magnitudo catastrofiche. Allora se una rilevante parte del patrimonio edilizio ne ha risentito tanto da costringere quasi 400 cittadini a lasciare le proprie abitazioni (in aggiunta a quanti già lo avevano dovuto fare in precedenti circostanze) quelle case come sono state costruite? E se dai costoni cadono massi che miracolosamente non hanno ucciso nessuno, quando vanno messi in sicurezza?
Il ministro Musumeci ripete che i soldi ci sono. Dopo quale altro sciame si tirano fuori per interventi di protezione? Si ricordi che “non è il terremoto che uccide, sono le case che crollano” e crollano perché costruite male. E male perché costruite in fretta e furia per rispondere alla lucrosa domanda di residenze per l’inurbamento e l’urbanizzazione.
(*) Testo e foto ripresi da Striscia Rossa del 4 agosto 2026
