Le famiglie che cambiano l’Italia
La sociologa Chiara Saraceno, tra le più autorevoli voci laiche sul tema delle trasformazioni della famiglia in Italia, analizza cambiamenti sociali, questioni politiche e retaggi religiosi nell’intervista pubblicata sul numero 3/2025 di Nessun Dogma.

L’Italia ha vissuto negli ultimi decenni delle enormi trasformazioni sociali che hanno investito anche la tradizionale idea di famiglia, mettendo in discussione lo storico rapporto di dipendenza e subordinazione delle donne rispetto agli uomini, valorizzando la libertà femminile sulle scelte in campo riproduttivo e sessuale, aprendo nuovi orizzonti su differenti forme di famiglia fuori dai confini del matrimonio e dell’eterosessualità.
Grandi cambiamenti che inevitabilmente hanno avuto anche dei risvolti in ambito religioso, visto lo stretto legame tra l’idea di famiglia “tradizionale” italiana e la dottrina cattolica. La sociologa e filosofa Chiara Saraceno è stata dagli anni sessanta una pioniera nell’indagine accademica di questi fermenti sociali ed è ancora oggi una delle voci laiche più lucide e aperte nell’esplorazione e nella comprensione delle nuove forme di famiglia.
In un libro-intervista pubblicato recentemente da Laterza, dall’emblematico titolo La famiglia naturale non esiste, si confronta con la giornalista Maria Novella De Luca. Abbiamo voluto quindi prendere spunto da questo stimolante dialogo per interpellare Saraceno e approfondire alcune questioni.
In Italia tradizionalmente la famiglia era ritenuta quella “cattolica”, con padre e madre uniti nel sacro vincolo del matrimonio e figli nati da questa unione. Come e perché inizia a incrinarsi questa visione?
Non solo cattolica e non solo in Italia, questo è stato per diversi secoli il modello di famiglia normativo in occidente, certo rafforzato dall’autorità religiosa, cattolica e anche protestante. Anche se nei Paesi protestanti è stato ammesso molto prima che altrove il divorzio, e in alcuni Paesi e gruppi sociali era permesso anche il sesso prematrimoniale come “test” della fecondità.
Questo modello inizia a indebolirsi, in Italia un po’ più tardi e più lentamente che nei Paesi nordici, ma anche in Francia e Germania, a metà degli anni sessanta, con l’aumento dell’instabilità coniugale (che avrebbe portato all’introduzione del divorzio), delle convivenze senza matrimonio e, più tardi, delle nascite fuori dal matrimonio. Questi cambiamenti, che riguardano sia le aspettative nei confronti del matrimonio, sia la sessualità, sia i rapporti di genere, hanno portato non solo all’introduzione del divorzio quindi alla possibilità di ricostituire famiglie coniugali legali senza essere vedovi, ma alla modifica del diritto di famiglia, con il riconoscimento della parità tra i coniugi e la possibilità di riconoscere anche i figli nati fuori dal matrimonio, anche se per la totale equiparazione tra figli naturali e legittimi si è dovuto aspettare il 2012.
Ha affrontato forti resistenze al suo lavoro universitario d’avanguardia nello svecchiamento dell’analisi della famiglia. Dal punto di vista accademico com’era la situazione ieri e com’è oggi in Italia?
Più che altro, quando ho iniziato a occuparmi di famiglia questa non era ritenuto un oggetto di studio particolarmente interessante, perché considerata insieme parte della vita privata e non problematica. Faceva parte delle ovvietà. Ma faceva parte anche dei “valori”, quindi occuparsene esponeva al rischio sia di marginalità accademica sia di essere accusati, se non si aderiva alla narrativa standard, di andare contro i “valori”.
Oggi la situazione dal punto di vista accademico è diversa, almeno dal punto di vista della legittimità dell’oggetto di studio, nei suoi diversi aspetti e dimensioni (se ne occupano anche gli economisti…), anche se sospetto che in ambienti cattolici la questione dei “valori” sia sempre presente nei giudizi di ciò che è legittimo studiare e come.
Aggiungo che il modo assurdo in cui la sociologia è articolata nei vari raggruppamenti concorsuali in Italia (sociologia della famiglia sta insieme a sociologia dei processi culturali e a tecniche delle comunicazioni di massa) può non rendere sempre agevole far riconoscere il proprio lavoro. Succede anche per altri temi, ad esempio per chi si occupa di migrazioni.
Oggi il femminismo è in crisi, attanagliato da divergenze (ad esempio su temi come gestazione per altri, persone trans, migranti), ripiegato su formalismi (schwa tra i casi emblematici), soggetto a forte delegittimazione spesso da parte della cosiddetta “androsfera”. Cosa potrebbe fare per recuperare consensi nella società?
Il femminismo è sempre stato attraversato da divisioniì – tra emancipazioniste e differenzialiste, tra marxiste e non, tra chi voleva la legalizzazione dell’aborto e chi la depenalizzazione e così via. Non deve stupire, perché gli sguardi, i punti di attenzione possono essere diversi a seconda della collocazione sociale, dell’orientamento culturale, politico, anche filosofico, anche se ciò che accomuna è la denuncia delle disuguaglianze basate sull’appartenenza di sesso.
Oggi le faglie divisive toccano questioni complesse, a partire dalla gestazione per altri, su cui credo occorrerebbe aprire una riflessione e un confronto più aperti e reciprocamente rispettosi, che aiuterebbe anche la riflessione e il dibattito nella società più ampia. Mi sembra che il movimento, nelle sue articolazioni, trovi più consensi e unità quando si tratta di contrastare la violenza, mentre non riesce a trovare un terreno comune, e addirittura un’agenda, per quanto riguarda il lavoro, i servizi, che pure sono cose che toccano la vita di tutte e fonte di diseguaglianze non solo tra uomini e donne, ma tra donne. Lo dico con una certa cautela, ma mi sembra che aver abbracciato a parole l’intersezionalismo invece di aiutare ad articolare meglio le analisi e a costruire alleanze, stia diventando un modo per escludere.
Nella sua critica al tradizionalismo su famiglia, parità e libertà sessuale curiosamente ravvisiamo paralleli tra chiesa cattolica e partito comunista. Perché nella sinistra formalmente laica c’è una resistenza al cambiamento così diffusa?
Come ho detto prima, l’idea di famiglia cosiddetta tradizionale e del ruolo ancillare delle donne era profondamente condivisa a prescindere dall’appartenenza religiosa. Le storie delle donne che hanno fatto la resistenza, il sospetto con cui erano guardate anche dai compagni quando prendevano le armi e avevano una vita sessuale libera, ci dicono quanto queste idee fossero profondamente radicate anche tra coloro cui dobbiamo la fine del fascismo e la nascita della repubblica democratica.
Del resto, dobbiamo alle poche donne presenti nella Costituente e a quelle che successivamente hanno avuto ruoli di rilievo in parlamento le leggi a favore delle donne. Aggiungo che perdere il monopolio dell’autorità e del potere non è piacevole e quindi gli uomini, a prescindere dal colore politico, lo hanno sempre difeso strenuamente. La critica che rivolgo alle donne di sinistra è di non essersi organizzate per ribellarsi, per cambiare le cose, vuoi per lealtà, vuoi per timore di perdere il poco che ciascuna aveva ottenuto.
Si parla molto di “inverno demografico” (e si addita la libertà in campo riproduttivo e sessuale): una retorica lugubre diffusa da Chiesa e politici conservatori che spesso unisce dottrina religiosa e preoccupazioni economiche. Davvero siamo in una crisi così profonda e fare tanti figli è la soluzione?
Premetto che l’inverno demografico non è solo l’esito delle scelte riproduttive delle generazioni attualmente in età fertile ma anche e soprattutto delle scelte riproduttive delle generazioni che le hanno precedute, che hanno avuto progressivamente meno figli così che oggi ci troviamo con un forte squilibrio nella struttura per età della popolazione e poche persone in età fertile. Anche se queste avessero più figli, non basterebbe a invertire il trend all’invecchiamento della popolazione.
Occorre anche ricorrere all’immigrazione in modo controllato ma anche pro-attivo, incoraggiandola nei Paesi d’origine, creando canali sicuri, offrendo opportunità di formazione sia nei Paesi d’origine sia qui e modalità di accoglienza tali che chi viene qui possa integrarsi con dignità e non sentirsi un intruso. Ciò detto, senza obbligare nessuno ad avere figli e senza demonizzare chi non ne ha, o ne ha uno solo, bisognerebbe creare condizioni favorevoli perché chi desidera avere figli possa farlo perché ha accesso a una abitazione a prezzi accessibili, ha un reddito da lavoro adeguato e ragionevolmente sicuro, se donna non deve temere di perdere o dover lasciare il lavoro, può contare sul fatto che i suoi figli avranno la possibilità di fruire di servizi educativi di qualità e di vivere in contesti non solo sicuri, ma ricchi di opportunità per crescere bene senza dover contare solo sulle risorse dei genitori. Non basta qualche bonus o qualche decontribuzione.
Negli anni settanta e ottanta egemonizzati dalla Dc sono state approvate leggi su divorzio, aborto, diritto di famiglia. Più di recente invece la politica sembra più miope e condizionata dalla religione, sebbene la società sia più secolarizzata. La legge 40 sulla procreazione assistita e la mancata legge sul fine vita sono esempi emblematici. Cosa è cambiato?
Quegli anni sono stati anche gli anni della ripresa del conflitto sociale e dei movimenti sociali – dal movimento studentesco, all’autunno caldo, al movimento delle donne, all’antipsichiatria e dintorni. C’era una società civile fortemente mobilitata che segnalava che era in atto un cambiamento sia nei comportamenti, sia nella lettura della realtà, di cui, per quanto con resistenze, la politica ha dovuto tenere conto. Purtroppo il terrorismo ha messo una cappa plumbea su tutto questo. Il terremoto politico provocato da mani pulite, lo spostamento a destra dell’elettorato e la successione di governi Berlusconi salvo il breve intermezzo dell’Ulivo, insieme ai cambiamenti intervenuti nel mercato del lavoro hanno cambiato il quadro complessivo.
In diversi Paesi occidentali le adozioni per coppie omogenitoriali, conviventi, persone singole sono realtà. In Italia c’è una forte resistenza e le sole aperture arrivano dai tribunali (come la recente sentenza della Corte costituzione sulle adozioni internazionali per i single). Perché la politica non interviene, se non per frenare?
L’influenza della chiesa cattolica è ancora grande, anche perché i politici sulle questioni che riguardano la famiglia (non sull’immigrazione o il lavoro) le riconoscono un’autorità. Aggiungo che, mentre sul riconoscimento delle coppie dello stesso sesso vi è ormai un ampio consenso anche da parte dell’opinione pubblica, sulle questioni che riguardano chi può avere figli (se non li ha per vie “naturali”) le opinioni sono più divise e controverse.
Ha collaborato con le istituzioni per contribuire ad aggiornare il dibattito pubblico sulle famiglie, ma anche lì ha incontrato resistenze da destra e da sinistra. La politica ha paura ad affrontare questo cambiamento?
Sul tema famiglie e dintorni le divisioni interne alla politica, spesso trasversali ai partiti, sono molte e si teme di inimicarsi parte del proprio elettorato. Ciò che trovo scandaloso è che in nome di proprie, legittime, convinzioni si mettano a rischio i diritti e il benessere dei bambini. E anche che su questo, come su altri temi (fine vita in primis), non si dia neppure seguito alle indicazioni della Corte costituzionale.
L’Italia diventa un Paese multiculturale, cresce in particolare la comunità musulmana che da una parte è oggetti di pregiudizi e dall’altra rischia di scivolare in un comunitarismo identitario fuori da un’idea laica e moderna di società. Quali possono essere i modi per integrare queste persone e disinnescare problematiche quali segregazione, imposizione del velo, autoghettizzazione religiosa?
Anche i mussulmani non sono tutti uguali tra loro e ci sono forti differenze anche tra donne che portano il velo, senza dimenticare che anche in Italia fino agli anni sessanta in alcune aree del Paese le donne dovevano avere sempre il capo coperto quando andavano per strada e tuttora dovrebbero averlo coperto in chiesa, o davanti al papa.
Il rischio di “comunitarismo identitario” non riguarda solo i mussulmani, ma anche molti cattolici che si fanno le proprie istituzioni separate, salvo chiederne il riconoscimento pubblico (vedi le scuole paritarie), o i fautori, leghisti e no, delle piccole patrie locali. Quindi innanzitutto evitiamo di parlare dei mussulmani come di un gruppo omogeneo. In secondo luogo, coinvolgiamo tutte le istituzioni, inclusi gli imam e le moschee, perché spieghino che cosa è legalmente inaccettabile nel nostro Paese e perché favoriscano non solo la legittima salvaguardia di tradizioni, purché nel rispetto della libertà individuale, ma anche la partecipazione alla vita sociale insieme a chi non è mussulmano; e la conoscenza reciproca.
Lei è stata cattolica e ha militato nel movimento giovanile di don Giussani, emancipandosi poi dalla religione. Cosa pensa di aver perso e di aver guadagnato umanamente in questo passaggio alla non credenza?
Più che l’esperienza di Gs, per la mia formazione come essere umano è stato importante avere avuto anche una formazione religiosa, per quell’apertura a dimensioni dell’esperienza e del pensiero che credo non avrei avuto altrimenti e di cui spesso mi capita di cogliere l’assenza, o l’impreparazione quando le scopro, in chi non ha avuto questa formazione. È una questione che mi sono posta, e non ho risolto, nell’educazione delle mie figlie.
Non dico che occorre per forza passare dall’esperienza religiosa, solo che non ho trovato nella cultura laica una cassetta degli attrezzi formativi altrettanto pronta per l’uso. Quanto all’esperienza di Gs, che non rinnego e che è stata importante per una fase della mia vita, non tanto per la dimensione religiosa quanto per essere uno spazio di socialità ed esperienza fuori dall’ambito familiare, credo mi abbia vaccinato contro ogni tentazione di aderire a identità e gruppi totalizzanti e monodimensionali.
Intevista a cura di Valentino Salvatore
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