venerdì 22 maggio - Camillo Pignata

Le contraddizioni di Confindustria nella prima relazione del presidente

Confindustria ha avviato un'offensiva politico/mediatica che certamente provocherà una svolta nella politica governativa, nella gestione dell’epidemia, e porrà fine alla ripartenza graduale dell’economia, alle distanze necessarie tra le attività. 

Lo ha fatto con un un intervento del suo presidente Bonomi, che chiede di “ribaltare la macchina legislativa, quella burocratica, ridisegnare il sistema fiscale, creare nuove forme contrattuali". Insomma Confindustria vuole una rivoluzione di sistema, e neppure gli passa per il cervello di scegliere tra salute e sviluppo economico, che oggi é la condizione di ogni mutamento.

Non lo fa, perché antepone il profitto alla salute delle persone. Non capisce e non vuole capire, che l'unica rivoluzione possibile è quella che pone al centro del sistema la persona al posto del capitale. E d'altra parte la scelta è fondamentale, per individuare i settori da promuovere, quelli da conservare e quelli da eliminare, per ridisegnare la mappa dei settori strategici del nostro paese. 

Certamente si resta basiti quando il presidente inizia il suo intervento con un grande tributo allo Statuto dei lavoratori, nel cinquantesimo anniversario della sua approvazione, dimenticando le critiche e le lotte passate presenti di confindustria contro lo statuto

Quando si chiede come si misura il lavoro? a ore o risultato? e non si accorge che l'unica via per conciliare sicurezza sanitaria redditività e occupazione è ridurre l'orario di lavoro: lavorare meno per lavorare tutti, per maggiore sicurezza sanitaria e più produttività come in Germania dove lavorano il 20 per cento in meno ma producono il 20 per cento in più. Il fatto è che se in italia c’è meno produttività, la colpa è dei manager degli amici di Bonomi.
 

Ne si preoccupa Bonomi di giustificare le sue scelte, di corredare ogni richiesta con una previsione dei contagi e dei morti che produce. Non lo fa perché non vuole assumersi la responsabilità delle sue scelte. Chiusa nel suo guscio, in preda all'assillo del profitto ad ogni costo, ad una visione miope della società e dell'economia, l’organizzazione degli industriali dice no all'intervento dello Stato nell'economia, e non si accorge, che di esso non si può fare a meno, imposto com'è dal processo di globalizzazione dei mercati che rende necessaria una capitalizzazione adeguata delle imprese e una competizione sistemica che coinvolge politica economia, lavoratori, e per questo non sostenibile dalle singole imprese private. 

Ripropone una vecchia richiesta di Confindustria, la contrattazione decentrata per polverizzare la forza contrattuale dei lavoratori. Evidentemente ai padroni non basta la forza del capitale globale e la debolezza dei diritti nazionali dei lavoratori.

Chiede esenzioni fiscali, incentivi riduzione delle distanza tra le attivita senza alcuna riflessione sugli effetti che producono, sull’andamento dell’epidemia, sul numero dei contagi, sull'affollamento dei reparti di terapia intensiva, sul numero dei morti.

La Confindustria ha la struttura l'organizzazione le capacità i mezzi per quantificare gli effetti delle sue proposte, eppure non lo fa, perché? Non lo fa, perché non vuole assumersi responsabilità delle sue iniziative. Il fatto è che l'industria se ne fotte, se le sue proposte accelerano la diffusione del virus.

E allora via di corsa verso l’allentamento dei vincoli per la sicurezza sanitaria, verso incentivi a pioggia utili solo per il profitto delle imprese ma non per la salute dei cittadini. Niente sviluppo e qualificazione della vita produttiva per scongiurare la decrescita. Il futuro, in attesa del vaccino, è una precipitosa corsa verso la riapertura.

In sostanza la Confindustria vuole un ritorno alla normalità, come se il mondo disuguale e insostenibile da cui veniamo, fosse l’unico possibile, frutto di un accidente e non del mercato.

Foto: Blackcat/Wikipedia




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