lunedì 7 settembre - Aldo Funicelli

Le anticipazioni di Presadiretta – lavorare meglio, lavorare tutti

Questa sera la puntata di Presadiretta sarà dedicata al lavoro, partendo da come le persone e le aziende hanno dovuto adattare il lavoro in questi mesi col coronavirus.

Abbiamo scoperto come ci siano lavori, molto poco considerati, da cui non possiamo prescindere: da chi lavora nei supermercati a chi lavora negli ospedali.

Abbiamo anche scoperto che si può lavorare da casa, con lo smart working, lo hanno fatto 4 milioni italiani: si tratta di un modello di lavoro con i suoi vantaggi e svantaggi, che però ha consentito però di tenere aperte aziende in quei settori dove non è necessaria la presenza fisica in ufficio (o nelle aree di produzione).

Non tutte le aziende italiane erano pronte, in Europa eravamo in fondo alla classifica come ore lavorate in modalità “smart”: anche l'assenza di una rete internet veloce in tutte le zone del paese ha aiutato a diffondersi di questa pratica.

I giornalisti di Presadiretta racconteranno queste storie: le aziende che già lavoravano da casa e quelle dove, addirittura, hanno ridotto le ore lavorative.

Meno ore, per lavorare meglio: un cambio di paradigma forte rispetto a quello per cui il bravo lavoratore è quello che passa l'intera giornata in ufficio, sacrificando la propria vita personale (e magari spendendo molte ore nello spostamento), facendo tante ore di straordinario.

 

Lungo la via Emilia si incontra la “motorvalley italiana”, dove hanno la sede aziende come la Ducati: qui la settimana lavorativa è di 30 ore, compresi sabati e domeniche, con tre giorni lavorativi e due di riposo.

Si lavora 30 ore pagate quaranta: gli impianti sono saturati, come produzione, come se fossimo in Cina – racconta alla giornalista Teresa Paoli il direttore delle risorse umane - “ma mantenendo tutti gli standard di welfare e di rispetto delle regolamentazioni della parte europea.”

 

Poco oltre, troviamo gli stabilimento della Lamborghini, altro marchio di eccellenza nelle auto supersportive di lusso: “nel contratto integrativo abbiamo dato alle persone la possibilità di completare il loro percorso di studi indipendentemente dalla relazione con l'attività dell'azienda e riconosciamo un elemento di retribuzione in più, fino a 900 euro, per una persona che completa il suo percorso di studi.”

Così in Lamborghini incontri operai come Alberto Cocchi, che sono anche delegati Fiom, che hanno iniziato come verniciatori e si sono laureati, continuando a lavorare. “Noi abbiamo la convinzione che una persona più qualificata abbia una forma mentis più aperta ed è un valore aggiunto quello che fa quotidianamente”.

Se crediamo nell'innovazione tecnologica, dobbiamo anche credere nell'innovazione sociale – conclude l'intervista il responsabile del personale Umberto Tossini.

Presadiretta è andata a Milano, la città che maggiormente si è spopolata a seguito dello smart working (con tutte le polemiche per il calo del commercio e dei consumi, nei bar e nei ristoranti vicino alle sedi delle grandi aziende, come in City Life).

A Milano aziende come Fastweb fanno lo smart working dal 2015, per quattro giorni al mese, con un modello “lavora dove vuoi con chi vuoi”, ovvero nella nuova sede nessuno ha un ufficio personale, ma sono presenti stanze dove chiunque può prenotare o condividere.

“E' proprio cambiata l'idea di azienda” racconta l'AD di Fastweb: siamo passati da una leadership gerarchica e verticale ad una leadership digitale e orizzontale.

Un modello apprezzato anche dai dipendenti, quelli intervistati, per la libertà che concede, perché consente un miglior bilanciamento tra la propria vita privata e il lavoro, poter stare più tempo coi figli.

 

 

 

Uno studio del Politecnico di Milano dice che la produttività col lavoro agile aumenta del 15%, mentre secondo un'indagine della società Variazioni SRL, su 10mila lavoratori smart nel settore privato, l'86% dei dipendenti e l'80% dei responsabili vorrebbe continuare a lavorare in smart working anche nel futuro.

Come “prospettiva di libertà”, ovvero come una possibilità per spezzare la settimana lavorativa classica.

Investire nella formazione, dare maggiore flessibilità nell'orario di lavoro, premiare chi studia, migliorando la propria condizione.

Si deve dar fiducia alle persone, renderle responsabili di ciò che fanno: il modello fantozziano, del capo che gira per i corridoi controllando quello che fanno le sue persone, è un'idea del passato.

Ma per lavorare da casa (o dove si vuole), serve la banda larga: immaginatevi se tutto il paese, compresi anche i piccoli paesini sui monti, fossero raggiunti da questo servizio?

Fermeremmo il loro spopolamento, daremmo nuova linfa a questi territori: l'accentramento delle persone e del lavoro nei grandi centri (e di conseguenza dell'indotto collegato) è un modello non sostenibile.

Perché porta traffico, inquinamento, nelle metropoli, trasformando i paesi dell'hinterland in piccoli dormitori.

In Italia abbiamo troppe “aree bianche”, aree senza connessione, dal nord al sud: un esempio è Nembro, una delle punte di diamante dell'industria italiana (che non si è fermata nemmeno durante le prime settimane dell'emergenza), alcune sue frazioni è come se non avessero la connessione internet.

In certo zone, racconta il vicesindaco, lavorare da casa è impossibile.

Sul sito del Fatto Quotidiano trovate un'altra anticipazione: si tratta della storia della società neozelandese Perpetual Guardian, i cui 250 dipendenti lavorano già 4 giorni a settimana, a stipendio pieno. Il CEO si chiama Andrew Barnes ed è il fondatore del movimento “4 Day Week Global”: “i dipendenti scelgono come lavorare, alcuni si prendono un giorno libero, altri due mezze giornate, altri arriveranno in ritardo cinque giorni alla settimana, o torneranno a casa presto. Ciò che conta è che cosa li fa lavorare meglio.”

Per quanto riguarda la produttività? “La nostra produttività è aumentata del 35 per cento, l'altro giorno la stavo confrontando col nostro concorrente in Nuova Zelanda, stesso mercato, stessi affari e siamo due volte più produttivi di loro”.

Come si spiega questo? “Ci sono studi che dimostrano come le persone siano produttive tre ore al giorno, la maggior parte del tempo fanno cose, ma non necessariamente producono valore. Anche il livello di stress è sceso del 15%, ma soprattutto le persone hanno detto che riescono a fare meglio il loro lavoro in quattro giorni anziché in cinque.”

Secondo Barnes, non c'è industria dove non si possa applicare questo metodo.

Ma in Italia abbiamo in divario digitale da colmare, anche nel settore pubblico: Presadiretta racconterà dei problemi che hanno dovuto affrontare avvocati e giudici nel mondo della giustizia.

Ogni Tribunale ha deciso la sua modalità operativa – spiega l'avvocato Rubeo del foro di Roma – e questo rallenta un sistema che di suo era già molto lento e molto fermo.

Nei tribunali è la carta che la fa ancora da padrone, anche in uno all'avanguardia come quello di Torino: qui un intero piano dell'edificio è stato dedicato all'archivio degli atti, ma nemmeno è bastato, hanno dovuto affittare da un privato un capannone fuori Torino per conservare migliaia e migliaia di fascicoli, alcuni risalenti agli anni settanta.

Atti che dovrebbero essere conservati dall'Archivio di Stato e non dal Tribunale: ma l'Archivio di Stato non ha spazio sufficiente e così, siccome sono fascicoli che non si possono buttare, sono conservati lì.

Informatizzare la macchina della giustizia – commenta il giornalista - è ormai una drammatica urgenza: il problema è che questa macchina della giustizia dovrebbe funzionare in modo digitale sin dall'inizio, il parere del presidente del Tribunale Massimo Terzi, abolendo la materialità degli atti.

Cosa ostacola questo cambiamento in Italia? L'idea di lavorare meno e lavorare meglio non riscuote consenso da tutti, in queste settimane sono in discussione i rinnovi di contratti di diverse categorie di lavoratori.

Ad agosto Confindustria aveva disconosciuto il rinnovo nel settore alimentare (firmato da azienda come Barilla) in cui si riconosceva un aumento salariale: l'idea “rivoluzionaria” di Bonomi è slegare salari e orari di lavoro, legandoli alla produttività, quella di chi lavora (oltre allo sblocco dei licenziamenti, la fine del reddito di cittadinanza).

Quanti pezzi hai lavorato, quante telefonate hai gestito, quanti ticket hai risolto .. E' questa l'idea che hanno in mente?

Se queste sono le premesse, dove non si parla di riduzione di orari, di smart working, difficile che se ne esca fuori.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.




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