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Le Tigri del Baltico - AgoraVox Italia
mercoledì 17 settembre 2025 - Gerardo Lisco

Le Tigri del Baltico

Il 5, 6 e 7 settembre ho partecipato alla scuola di politica organizzata dall’associazione “Patria e Costituzione” fondata e presieduta dall’economista Stefano Fassina. Tema della tre giorni “L’Occidente relativo, l’UE possibile”. Questa edizione ha visto la collaborazione della Scuola politica del M5S, ben rappresentata dall’economista Pasquale Tridico, de La Fionda, Fuori collana e il contributo di The Left – Sinistra Europa.

Tra i relatori Wolfgang Streeck, Carlo Galli, Geminello Preterossi, Massimo Borghesi, Antonio Cantaro, solo per citarne alcuni, scusandomi con gli altri. Tra gli intervenuti i rappresentanti del gruppo al Parlamento europeo The Left – Sinistra Europea: Manon Aubry di France Insoumise, Martin Schirdewan della Linke, Jussi Saramo dell’Alleanza di Sinistra – Finlandia. Questa mia riflessione trae spunto dalla Lectio Magistralis tenuta dal prof. Carlo Galli e dall’intervento di Jussi Saramo, rappresentante al Parlamento UE dell’Alleanza di Sinistra – Finlandia.

L’area baltica e la sicurezza europea

L’intervento dell’esponente finlandese è risultato particolarmente stimolante per comprendere l’area baltica della quale fanno parte: Lettonia, Estonia, Lituania e Finlandia. Il Mar Baltico non bagna le coste solo di questi Stati ma anche Polonia, Germania, Danimarca, Svezia e Russia. Allora perché soffermarmi solo sui primi quattro? La ragione è dovuta all’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, l’estone Kaja Kallas.

Non serve nasconderlo: nell’opinione pubblica la Kallas non gode di grandi favori. Le sue dichiarazioni belliciste, le foto che la ritraggono mentre imbraccia un bazooka o una mitragliatrice pesante, provano ampiamente il suo essere una guerrafondaia. La Kallas è estone, Saramo finlandese, eppure ad ascoltarlo e a leggere la biografia della Kallas si comprendono meglio le esternazioni belliciste dell’Alto Commissario UE, il che non equivale a condividerle.

Nel suo intervento Jussi Saramo a un certo punto ricorda la vicenda del nonno, dicendo di come fosse stato costretto a fuggire di fronte all’avanzata delle truppe sovietiche, della casa distrutta e di come, nonostante questa esperienza familiare, comunque si sentisse spinto ad auspicare una soluzione diplomatica e pacifica rispetto al potente vicino. Approfondendo la linea politica del partito di appartenenza dell’esponente politico finlandese, Alleanza di Sinistra, nata dalla fusione tra il Partito Comunista Finlandese e la Lega Democratica Popolare Finlandese, partito di ispirazione socialista, si comprende meglio la posizione politica dell’esponente finlandese e più in generale quella degli esponenti politici degli Stati baltici.

Leader dell’Alleanza di Sinistra è Li Andersson. Alle ultime elezioni europee l’Alleanza di Sinistra ha ottenuto il 17% dei voti, segnando un notevole salto in avanti ed eleggendo tre rappresentanti, tra i quali la stessa Andersson, al Parlamento UE. Intervistata dalla rivista Jacobin il 14 giugno 2024, in merito al conflitto tra Ucraina e Russia dichiarava:

«Per gli abitanti della Finlandia la guerra e la pace non sono qualcosa di teorico. La guerra è qualcosa che le persone di tutte le famiglie hanno vissuto concretamente solo poche generazioni fa. Abbiamo anche un esercito di leva, il che significa che i cittadini comuni prestano il servizio militare. Sanno che se ci fosse una guerra, coinvolgerebbe tutti. Non è come negli Stati Uniti, dove di solito è solo la classe operaia a pagarne il prezzo. Per questi motivi, la politica di sicurezza è qualcosa che coinvolge un’ampia fascia di elettori finlandesi. Lo si può vedere nel modo in cui la Finlandia è stata dalla parte dell’Ucraina: molti finlandesi si identificano con la loro situazione sulla scorta delle nostre esperienze storiche. Lo si può vedere anche nel modo in cui è cambiato l’atteggiamento nei confronti dell’adesione alla NATO. Per i finlandesi è stato davvero un fulmine a ciel sereno che il nostro vicino fosse disposto a lanciare un’invasione su larga scala di un altro paese indipendente. L’opinione condivisa era che dobbiamo far parte di qualcosa che è più grande di noi, per ridurre la probabilità che ciò accada al nostro paese. È stato questo a spingere molti elettori di sinistra a cambiare atteggiamento sull’adesione alla NATO. (…)»

Questo passo dell’intervista chiarisce il sentire comune di quelle società e la presenza di esponenti politici che, seppure su posizioni politiche alternative e con soluzioni diverse, pongono con forza il tema della sicurezza e dell’indipendenza nazionale. Il richiamo alla storia che fa la Andersson aiuta a capire ancora meglio quelle realtà.

Contesto storico della Finlandia e degli Stati baltici

La Finlandia, come Estonia, Lettonia e Lituania, sono paesi che hanno conquistato la loro indipendenza solo di recente. Tra questi solo la Finlandia ha conquistato la propria indipendenza da poco più di un secolo. Gli altri tre Paesi, a parte il breve arco di tempo rappresentato dagli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, sono diventati indipendenti all’indomani del crollo dell’URSS.

La Finlandia per secoli è stata unita alla Svezia. Nel 1809 la Russia conquista la Finlandia; da quella data fino al 1917 è stata parte dell’Impero russo, pur mantenendo con alterne vicende un minimo di autonomia. L’800, tanto per la Finlandia quanto per gli altri Stati Baltici – anch’essi, a partire dalla fine del ’600, divenuti a diverso titolo parti integranti dell’Impero russo – è il secolo che vede il sorgere dell’identità nazionale sull’onda di quanto stava succedendo nel resto dell’Europa.

Il “risveglio nazionale” a partire dal XIX secolo, tanto in Finlandia quanto negli altri Stati, ha avuto inizio dalla valorizzazione della lingua nazionale. In Finlandia è avvenuto in contrapposizione all’utilizzo della lingua svedese; in Lituania, Estonia e Lettonia in contrapposizione al tedesco e al russo.

La Finlandia per secoli ha fatto parte dell’Impero svedese, dal 1809, come detto, con l’assenso di Napoleone Bonaparte venne conquistata dalla Russia e trasformata in Granducato. La Finlandia ha fatto parte dell’Impero zarista fino al 1917, quando, a seguito della sconfitta della Russia ad opera degli imperi centrali e la sottoscrizione del Trattato di Brest-Litovsk, entra a far parte per un periodo limitato nell’orbita dell’Impero tedesco diventando un regno con a capo un principe tedesco. A seguito della sconfitta tedesca del 1918, la Finlandia, dichiarata indipendente e trasformata da Regno in Repubblica, divenne campo di battaglia tra le armate bianche e le armate rosse. Reazionari e conservatori contro comunisti e socialisti, che tentavano, con l’appoggio della neonata URSS, di instaurare una Repubblica socialista. Grazie all’abilità del generale Carl Gustav Mannerheim, la Finlandia divenne indipendente passando dall’iniziale orbita tedesca a quella britannica.

La storia dei Paesi Baltici

Estonia e Lettonia hanno fatto parte, per lungo tempo, dell’Impero svedese. A partire dai primi anni del ’700, dopo una serie di guerre tra Russia e Svezia, entrarono a far parte dell’Impero zarista. La Lituania, insieme alla Polonia, diede vita alla Confederazione polacco-lituana, che si estendeva sui territori oggi riconducibili a Bielorussia e Ucraina, rappresentando una delle entità politiche più rilevanti d’Europa tra ’600 e ’700.

Per secoli, la storia di quest’area fu segnata da conflitti tra il Granducato di Mosca (diventato Impero nella metà del ’500 sotto Ivan IV “il Terribile”, idealmente erede dell’Impero Bizantino), lo Stato lituano prima e la Confederazione polacco-lituana poi, la Svezia e l’Ordine dei Cavalieri Teutonici. Alla fine del ’700, lo Stato polacco-lituano venne spartito tra gli Asburgo d’Austria, il Regno di Prussia e l’Impero zarista.

A partire dai primi dell’800 e fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, l’area godette di un assetto sostanzialmente stabile. I tre grandi imperi – russo, austro-ungarico e tedesco – garantivano pace per oltre un secolo, mentre i conflitti si spostavano dalle coste del Baltico a quelle del Mar Nero e dell’Egeo, ai confini dell’Impero Ottomano in crisi. Le nascenti rivendicazioni nazionaliste delle popolazioni slave del Sud furono la scintilla che portò allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Dalla Seconda Guerra Mondiale alle Tigri del Baltico

Le istanze etno-nazionaliste all’interno dei tre grandi imperi europei hanno determinato la fine degli equilibri geopolitici consolidatisi nel XIX secolo. La rivoluzione bolscevica, la caduta dell’Impero zarista, la sconfitta della duplice monarchia asburgica e del Reich tedesco lasciarono un vuoto geopolitico nel quale emersero nuovi Stati nazionali, frutto delle rivendicazioni etno-nazionaliste. Il principio della nazionalità, sostenuto da Thomas Woodrow Wilson e dagli Stati Uniti, contribuì da un lato alla frammentazione dell’area e dall’altro alla ridefinizione dei confini nazionali, spesso con enormi minoranze interne.

La rinascita della Polonia, a oltre un secolo dalla perdita dell’indipendenza, non riuscì a stabilizzare l’area. Pur occupando parte dei territori dell’antica Confederazione polacco-lituana, la Polonia presentava consistenti minoranze (ucraini, russi, tedeschi ed ebrei, circa il 30% della popolazione) e una struttura economica frammentaria. Di fatto, si configurava come uno Stato debole, incapace di competere con Germania e URSS, come dimostreranno gli eventi successivi.

Le rivendicazioni nazionaliste degli Stati Baltici si inseriscono in questo quadro storico. La spartizione della Polonia tra Germania nazista e URSS, il conflitto tra URSS e Finlandia e l’annessione delle Repubbliche baltiche all’URSS fanno parte del Patto Molotov–Ribbentrop. Nei venti anni tra la fine della Prima Guerra Mondiale e la Seconda Guerra Mondiale, quasi tutti gli Stati nati in quel periodo, eccezion fatta per la Cecoslovacchia, adottarono regimi autoritari, a dimostrazione che il vuoto politico creatosi non fu colmato dalla liberal-democrazia, ma dal nazional-liberalismo. Queste istanze si riproporranno negli Stati nati dalla dissoluzione dell’URSS.

La Seconda Guerra Mondiale, con la sconfitta della Germania nazista e il nuovo ordine scaturito dagli accordi di Yalta tra URSS, USA e Gran Bretagna, sancì un nuovo equilibrio in Europa, dividendo il continente tra Est e Ovest e garantendo circa mezzo secolo di pace. Il crollo dell’URSS, con la nascita di Stati nazionali come Lettonia, Estonia e Lituania, e la riunificazione della Germania, ruppero gli equilibri geopolitici postbellici. L’orologio della storia sembrava tornato agli anni ’20.

La nascita dell’UE, con l’allargamento a Est, si proponeva come soluzione al problema, ma è diventata essa stessa fonte di instabilità. L’allargamento, guidato da un apparato sovranazionale dominato da tecnocrazia e classi politiche neoliberali, ha prodotto tensioni sociali ed economiche negli Stati occidentali e ha favorito il ritorno di istanze etno-nazionaliste nei Paesi ex-sovietici, fenomeno definito da alcuni come un “revival etnico”, radicato in una storia di conflitti e rivendicazioni identitarie rispetto alla Russia.

Finlandia e Stati Baltici sono emblematici di questo nuovo corso. La Finlandia, uscita sconfitta dalla Seconda Guerra Mondiale, ha goduto per decenni di uno status internazionale favorevole; Helsinki è diventata sede di importanti accordi internazionali, come gli Accordi di Helsinki, base per la creazione dell’OSCE. Le Repubbliche baltiche, divenute indipendenti, hanno rafforzato la propria autonomia etno-nazionalista.

In Estonia e Lettonia, la minoranza russa rappresenta il 30% della popolazione, in Lituania poco meno. La limitazione dell’uso della lingua russa e il recupero della lingua nazionale sono stati strumenti principali del “risveglio nazionale”. Le dichiarazioni di Kallas rientrano in questo quadro di riaffermazione identitaria. La sua biografia – il nonno fondatore della Repubblica di Estonia e capo della polizia negli anni ’20, la nonna e la madre deportate in Siberia nel 1941, il padre primo ministro dell’Estonia e Commissario Europeo – rende coerente la sua nomina ad Alto Rappresentante dell’UE, come parte di un disegno volto alla difesa dei confini orientali dell’Unione.

L’economia delle “Tigri del Baltico"

L’indipendenza e l’ingresso nell’UE hanno determinato un notevole recupero economico per le tre Repubbliche baltiche, spesso definite le “Tigri del Baltico”, in analogia con le “Tigri asiatiche” (Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Singapore) e la “Tigre celtica” (Irlanda). Dal 2000, il PIL è cresciuto mediamente tra il 5% e il 10% annuo, e il PIL pro capite si è triplicato. Tra i tre Paesi, l’Estonia, patria di Kallas, è la più ricca.

Le condizioni economiche e sociali al momento dell’indipendenza erano particolarmente favorevoli agli investimenti: una mano d’opera qualificata e salari bassi, uniti a una forte identità nazional-liberale, hanno creato il terreno ideale per attrarre capitali esterni. In questi anni si sono consolidate classi dirigenti strettamente legate alla Germania e al mondo anglo-americano. La rielezione di Ursula von der Leyen, insieme alla nomina di commissari come Kallas, segnala chiaramente l’orientamento strategico delle istituzioni europee.

L’allargamento a Est può essere interpretato come un’operazione neo-coloniale, motivata dalla necessità di individuare nuovi mercati ricchi di risorse, come dimostra il dibattito sull’adesione dell’Ucraina all’UE e alla NATO. I suoi effetti economici – tra cui dumping sociale, delocalizzazione produttiva e instabilità interna negli Stati originari dell’UE – sono stati strumenti utilizzati dalla tecnocrazia e dalle oligarchie europee per imporre il modello neoliberale, trasformando un’intera area in un vasto mercato.

Oggi, con la governance europea incapace di risolvere le contraddizioni strutturali del sistema di mercato – contraddizioni rese più acute dal conflitto militare contro la Russia promosso dagli Stati Uniti – tecnocrazia e oligarchie cercano di sfruttare l’emergenza rappresentata dalla guerra russo-ucraina per imporre, attraverso politiche di riarmo, una sorta di “gabbia” volta a mantenere coeso il sistema.

Ciò che accade in Francia costituisce solo un segnale di possibili sviluppi analoghi negli altri Stati fondatori dell’UE. Gli Stati del Baltico rispondono pienamente alle logiche di integrazione economica e politica promosse dall’UE, mostrando una forte convergenza con le strategie delle istituzioni europee e una crescente apertura agli investimenti esterni, presentandosi così come fedeli alleati della tecnocrazia e delle oligarchie europee. Commissari come Kallas e Kubilius rappresentano un tentativo estremo dell’UE di preservare la propria unità. Per quanto riguarda la Finlandia, la sua storia nazionale, il crollo dell’URSS e il ritorno della Russia rendono inevitabile un adeguamento al nuovo corso geopolitico.

 

 




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