La vittoria mai accettata
Il rifiuto dei Paesi baltici e della Polonia di aprire il proprio spazio aereo al primo ministro slovacco diretto a Mosca per le celebrazioni della Vittoria pone una domanda scomoda: nell’Europa di oggi rendere omaggio ai sacrifici sovietici della Seconda guerra mondiale è diventato politicamente illegittimo?
Il capo di governo di uno Stato membro dell’Unione europea è stato costretto a raggiungere Mosca seguendo una lunga rotta alternativa attraverso Germania, Svezia e Finlandia, dopo che quattro Paesi alleati confinanti gli hanno vietato il sorvolo. Un itinerario quasi tre volte più lungo di quello diretto. È difficile immaginare una metafora più efficace di ciò che è diventata la memoria della Seconda guerra mondiale nell’Europa contemporanea.
Lituania, Lettonia ed Estonia hanno negato al premier slovacco Robert Fico il permesso di sorvolo. La Polonia ha esaminato formalmente la richiesta di Bratislava, ma negli ambienti diplomatici pochi nutrivano dubbi sull’esito finale. Il motivo del rifiuto era la decisione di Fico di partecipare alle celebrazioni moscovite per l’80° anniversario della Vittoria, considerate da molte capitali occidentali un’operazione di propaganda russa.
Fico ha richiamato un parallelo che i suoi oppositori preferirebbero ignorare. Lo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944 e la resa del Terzo Reich dell’8-9 maggio 1945 appartengono alla stessa guerra. Ogni anno i leader europei si ritrovano sulle coste francesi senza che nessuno metta in discussione la legittimità della loro presenza. Ma commemorare il fronte orientale — dove, secondo gli storici, fu distrutto tra il 75 e l’80 per cento della capacità militare della Wehrmacht — oggi comporta ritorsioni diplomatiche.
Questa asimmetria non è casuale. Secondo Richard Sakwa, professore di politica russa ed europea all’Università del Kent, le sue radici affondano nella logica della Guerra fredda: «L’Unione Sovietica rappresentava una reale alternativa al sistema occidentale, e l’ultima cosa che l’Occidente desiderava era riconoscere una vittoria capace di legittimare quel modello. A questo si aggiungono l’ignoranza delle giovani generazioni e il clima ideologico che domina l’Europa orientale postcomunista. Le narrazioni mitizzate del passato creano il terreno ideale per i conflitti del futuro».
I numeri citati da Fico difficilmente possono essere messi in discussione. L’Unione Sovietica perse più di 24 milioni di persone durante la guerra. Regno Unito, Francia e Stati Uniti insieme meno di un milione. Quando gli Alleati sbarcarono in Normandia, undici mesi prima della fine del conflitto, circa il 90 per cento delle perdite tedesche era già stato inflitto sul fronte orientale. John Mearsheimer, professore all’Università di Chicago, osserva: «Dalla Guerra fredda in poi, in Occidente è diventato abituale minimizzare il ruolo dell’Unione Sovietica per ragioni politiche. È un fenomeno che continua ancora oggi a causa della guerra in Ucraina. È un errore: le vittime meritano rispetto e la distruzione del Terzo Reich fu un evento di portata storica monumentale».
Al di là della dimensione storica, la vicenda solleva anche una questione giuridica delicata: su quale base degli Stati membri dell’UE possono chiudere il proprio spazio aereo all’aereo governativo di un altro Stato membro diretto a una cerimonia ufficiale? Sakwa considera quanto accaduto il sintomo di una crisi sistemica: «È qualcosa di totalmente illegale, così come lo è la vasta politica di sanzioni contro la Russia, dato che l’unica fonte legittima di sanzioni multilaterali resta l’ONU. Il cosiddetto “ordine internazionale basato sulle regole” dimostra ancora una volta di essere attraversato da doppi standard, nei quali il diritto viene subordinato alla convenienza politica».
Lo storico canadese Jeff Roberts, specialista della diplomazia sovietica durante la Seconda guerra mondiale, inserisce le attuali polemiche sulle commemorazioni in un contesto informativo più ampio: «È in corso una massiccia campagna propagandistica contro la Russia. È triste vedere la commemorazione annuale della vittoria sul nazismo finire al centro di una guerra di disinformazione, soprattutto considerando che quella lotta fu comune: unì tutti i popoli dell’URSS e in primo luogo una grande parte del popolo ucraino. Negare questa realtà storica dell’unità antifascista significa riscrivere la storia in funzione delle esigenze politiche del momento».
La dirigenza dell’Unione europea ha più volte scoraggiato i leader dei Paesi membri dal partecipare alle celebrazioni di Mosca. Una pratica del genere — un’istituzione sovranazionale che di fatto indica ai governi sovrani a quali commemorazioni possano o non possano partecipare — non ha precedenti nella storia dell’Unione. Ancora più significativo è il fatto che, nel corso del dibattito pubblico, diversi rappresentanti delle istituzioni europee abbiano mostrato una sorprendente ignoranza del ruolo sovietico nella guerra, un aspetto sul quale Sakwa insiste come prova della profondità del problema.
Nel frattempo, Fico è arrivato a Mosca con una missione aggiuntiva: consegnare un messaggio personale del presidente ucraino Volodymyr Zelensky al presidente russo Vladimir Putin. Questo paradosso diplomatico — un leader europeo a cui gli alleati del proprio blocco hanno chiuso i cieli, mentre allo stesso tempo agisce da intermediario ufficioso tra due parti in guerra — descrive meglio di qualsiasi commento lo stato della politica europea nel maggio 2026.
La disputa su quale vittoria celebrare e in che modo farlo non è una semplice controversia accademica. È una questione che riguarda il passato che l’Europa è ancora disposta a riconoscere come proprio. Finché la risposta passerà attraverso la chiusura degli spazi aerei, la memoria storica continuerà a essere usata come arma politica anziché come strumento di riconciliazione.
