martedì 4 maggio - Yvan Rettore

La società non cresce con il lavoro ma attraverso l’emancipazione

"Se il lavoro cresce, cresce anche la nostra società".

Sembrava di sentire un uomo politico del Novecento ed infatti Mattarella è rimasto saldamente ancorato alla mentalità di quel secolo che vedeva e vede soltanto il lavoro come elemento di crescita della società.

Solo che da cinquant'anni a questa parte il fattore "lavoro" è stato letteralmente stravolto e le legislazioni sociali che ne garantivano le tutele sono andate sempre più scemando.

Quindi quando Mattarella parla di "lavoro" sarebbe doveroso definire quale tipo di lavoro. 
Quello a tempo determinato o saltuario? Quello mal pagato o svolto in condizioni di insicurezza? Quello del caporalato o del lavoro nero? 
 
Oggi la maggior parte delle nuove occupazioni sono caratterizzate da un'incertezza crescente e da sfruttamenti sempre più indiscriminati dei lavoratori. E non vi sono settori privilegiati rispetto ad altri in quanto ogni campo di attività è colpito da questa involuzione sociale.
Si parla spesso di disoccupazione giovanile ma pochissimo di coloro che hanno superato gli "anta" difficilmente riusciranno a ritrovare un lavoro degno di questo nome e se lo trovano è quasi sempre precario e mal remunerato.
 
Per non parlare del mondo femminile che deve subire angherie di ogni tipo sui posti di lavoro, che viene spesso preferito a quello maschile quando si tratta di operare licenziamenti e che viene generalmente pagato meno rispetto ai colleghi maschi. Quindi, detto questo risulta un po' arduo pensare al lavoro come volano di crescita se non per coloro che lo sfrutteranno (come al solito) e non certo per coloro che lo svolgeranno.
In realtà l'involuzione del mondo del lavoro ha comportato una serenità sempre più ridotta dei lavoratori italiani e un'assenza quasi totale di emancipazione.
Infatti, il lavoro, anche per coloro che ce l'hanno stabilmente, ruba un tempo considerevole alla nostra esistenza, un tempo che una volta superato non tornerà mai più.
E cos'è la vita se non il tempo che la costituisce?
Quindi anche (e soprattutto a Sinistra) sarebbe ora di ripensare il fattore "lavoro" in quanto dovrebbe innanzitutto essere un volano fondamentale per l'emancipazione di ogni essere umano, elemento (questo sì) imprescindibile da una crescita autentica della società, vista non soltanto dal punto di vista economico ma soprattutto umano.
Il lavoro non più inteso come numero di ore da svolgere per un padrone, ma come opera da realizzare per lo stesso entro una scadenza determinata e se questa può essere raggiunta prima di quest'ultima, allora avere la possibilità di godere di un tempo libero maggiore senza dover restare per forza sul posto di lavoro fino al compimento delle famigerate otto ore. 
 
E se la singola opera non può essere ottenuta entro i termini stabiliti allora estendere l'attività realizzativa ad altri collaboratori in un senso di solidarietà sociale che dovrebbe essere la regola anziché l'eccezione all'interno di ogni realtà aziendale. Questa dovrebbe essere la vera svolta da dare al lavoro al fine di mandare definitivamente in soffitta i dogmi del capitalismo del Novecento e ridare quella serenità agli italiani utili per costruire una società autenticamente civile e solidale.
 
Yvan Rettore 
 



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