sabato 18 giugno 2011 - Alessandro De Caro

La scomparsa di Jorge Semprùn

E' morto Jorge Semprùn, uno dei più grandi scrittori spagnoli del Novecento. La sua opera si lega a doppio nodo con la violenza della guerra e con lo sterminio degli ebrei, ma si trasforma presto in una grande capacità di elaborare i ricordi collettivi e personali, in un'autobiografia di grandezza epica tra le più interessanti mai scritte nel secolo trascorso.

E' abbastanza strano, se non desolante, apprendere della morte dello scrittore spagnolo Jorge Semprùn dalla stampa estera (Le Monde del 9/06/11) piuttosto che da quella italiana, latitante su questa come su altre questioni europee. Questione europea, proprio così, perchè da noi la letteratura non è mai entrata in Europa, con ogni evidenza, e vivacchia più che altro di pettegolezzi sul premio Strega piuttosto che sull'ultimo romanzetto della Mazzantini. Dopo una breve rassegna stampa, mi sono rassegnato all'evidenza: Semprùn è assente dalle pagine dei quotidiani, tranne che per un piccolo "box informativo" (patetico nella sua laconicità) apparso sulle pagine di Repubblica, pur essendo morto soltanto pochi giorni fa, il 7 giugno, nel suo appartamento di Parigi per complicazioni cardiache. Ai morti non si dovrebbe rendere soltanto il silenzio, tanto meno nel caso di uno scrittore di questa levatura sia letteraria che morale. Aveva ottantasette anni, una vita trascorsa tra i campi di prigionia nazisti e la resistenza nel partito comunista spagnolo, infine nell'impegno politico come ministro della cultura per il governo socialista di Felipe Gonzales. Una vita intensa, pubblica e ampiamente riconosciuta all'estero. Jorge Semprùn ha scritto molto ma come trascinato, fino all'ultimo, dai morsi della memoria, quella memoria dei campi di concentramento che definiva, nella sua lingua adottiva, "le passé qui ne passe pas".

Tornato dalla guerra del '44, Semprùn scriverà uno dei suoi libri più famosi e citati: La scrittura o la vita, tradotto in Italia da Guanda (1996). Altri ne seguiranno, sul filo di un'autobiografia, in un certo senso, necessaria che non cede sul proprio bisogno di ricostruire il senso dell'esperienza e non si trasformerà mai in una semplice, accomodante narrativa. In altre parole, leggere i romanzi di Semprùn - La Deuxième Mort de Ramon Mercader (1969), per esempio, oppure Vingt ans et un jour (2004) - non è proprio una passeggiata. Scriverne ancora meno, anche se resta doveroso farlo e molti scrittori tra cui Tahar Ben Jelloun (sul giornale sopra citato) hanno sentito di doverlo fare in questi giorni. E poi c'è l'intensità che lo caratterizza anche nella vita e che ne ha fatto, tra le altre cose, un uomo "esigente e generoso" fino all'estremo e, dunque, fino alla delusione se non alla più profonda malinconia. Una verità che traspare persino dalle sue fotografie, credo.

Delusione? Malinconia? Per quale motivo? Di certo, non tanto per non essere stato ammesso a quella fiera delle vanità che è l'Académie française, per via della sua nazionalità; e neppure per quel mestiere di ministro che gli stava stretto, tutto sommato, e che non ha mai portato avanti con gesti gloriosi né toni apologetici, alla maniera di un Andrè Malraux.

La delusione, forse, cominciava molto tempo prima e si era consumata di fronte al Male assoluto che si era trovato a dover vivere dall'interno. In La scrittura o la vita racconta: "Vedevo il mio corpo, sempre più evanescente, sotto la doccia settimanale. Smagrito ma vivo: il sangue circolava ancora, nulla da temere. Questo corpo esile ma duttile, adatto ad una sognata ma poco probabile sopravvivenza, sarebbe bastato. La prova, del resto, è che sono qui".

L'incipit del romanzo non promette meraviglie che non siano anche il frutto della paura, di qualcosa di nuovo che accade e di fronte al quale non ci si può tirare indietro: "Stanno davanti a me, con gli occhi sbarrati, e d'improvviso io mi vedo nel loro sguardo di terrore: nel loro sgomento. Da due anni vivevo senza volto. Nemmeno uno specchio, a Buchenwald". Noi abbiamo avuto Primo Levi, certo, la Spagna avrà avuto Semprùn. Domani, forse, potremo leggere qualche saggio su queste due grandi figure di cui niente ci ricorda con esattezza che cos'hanno vissuto, ma delle quali sentiamo che possiamo comprendere, almeno in parte, la tristezza e la forza d'animo. Il superamento dell'agonia, in particolar modo, la sua cifra etica e non soltanto estetica.

Sul sito di Le Monde, tra l'altro, si possono leggere le testimonianze di Régis Debray e di Pierre Assouline sul suo blog La republique des livres. Mi ha colpito, in particolar modo, una frase di Debray che cita, in modo ironico, un noto libro di Marguerite Yourcenar: "Le Temps, ton grand sculpteur? Non. C'est toi qui l'auras sculpté, fouillé et mis en forme" ("Il tempo, il tuo grande scultore? No. Sei tu che l'avrai scolpito, indagato e messo in forma", il testo integrale si trova qui). In altre parole, di fronte all'accademica di Francia che giocava a fare la storica, Debray mette in luce la "scultura vivente" di Semprùn, il suo coinvolgimento in prima linea. Non gli si poteva offrire un elogio funebre più eloquente.
 




Lasciare un commento



https://middlepassage.dei.uc.pt/https://privacycolab.dei.uc.pt/https://cmd.dei.uc.pt/https://henrique.dei.uc.pt/
https://merdekakreasi.co.id/buku/pkvgames/https://merdekakreasi.co.id/buku/bandarqq/https://merdekakreasi.co.id/buku/dominoqq/https://merdekakreasi.co.id/tentang-kami/
https://simseam.ft.uns.ac.id/https://sipil.ft.uns.ac.id/slot gacorhttps://aku.ac.id/https://jpl.staiku.ac.id/https://jist.publikasiindonesia.id/slot gacorhttps://akperstg.ac.id/https://fisip.uisu.ac.id/https://web.pn-sidrap.go.id/
https://hormon-osteoporosezentrum.de/judi bolahttps://saopaulodeolivenca.am.gov.br/slot gacor