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La rivolta degli antichi privilegi: oltre il mito della "crisi della mascolinità" - AgoraVox Italia
venerdì 10 luglio - Maddalena Celano

La rivolta degli antichi privilegi: oltre il mito della "crisi della mascolinità"

Il falso mito della crisi: una copertura per il dominio

Nel dibattito pubblico contemporaneo, assistiamo ciclicamente all'emergere di una formula tanto accattivante quanto ingannevole: la cosiddetta «crisi della mascolinità». Ogni volta che un atto di violenza efferata contro le donne scuote le coscienze, si ricorre a questo specchietto per le allodole, tentando di trasformare la ferocia in un dramma esistenziale dell'aggressore. Si parla di disagio, di frustrazione, di un «patriarcato che opprime tutti». È giunto il momento di smascherare questa comoda finzione: non esiste alcuna crisi della mascolinità, né una crisi che giustifichi la violenza. Ciò che stiamo osservando non è il crollo di un'identità, ma la violenta reazione di chi percepisce la messa in discussione di una secolare «patente di nobiltà». 
Come scriveva Pierre Bourdieu: «La forza del mondo maschile si misura dal fatto che esso non ha bisogno di giustificarsi: il visionario è visto, il maschile è il visionante». Per secoli, il corpo maschile ha rappresentato questo titolo di nobiltà garantito, un lasciapassare che autorizzava il possesso del corpo, del tempo e del lavoro delle donne.

 L'aristocrazia del sesso e la reazione reazionaria

La pretesa di superiorità, sancita dal patriarcato, non è mai stata realmente scalfita, eppure l'attuale assalto critico a questo assetto millenario sta scatenando un rancore profondo, un livore che trova espressione nella violenza. Il parallelo storico è illuminante: come l'aristocrazia del Settecento, minacciata dall'ascesa delle nuove classi sociali, reagì con inaudita durezza nel tentativo di difendere i propri privilegi feudali, così oggi una parte del mondo maschile reagisce di fronte all'emancipazione delle donne. Non si tratta di una crisi di identità, ma di un progetto politico reazionario. Questa reazione non è che la manifestazione di un livore verso chiunque tenti di scalfire un dominio che si riteneva immutabile. È il risentimento di chi, abituato a occupare il centro della scena, interpreta ogni concessione di spazio agli «altri» come un'ingiusta espropriazione.

 La scia di sangue: da Montréal agli incel

L'odio verso l'emancipazione femminile non è un evento isolato, ma una traiettoria politica chiara. Dobbiamo rimembrare il massacro dell'École Polytechnique di Montréal del 1989, dove Marc Lépine giustificò l'assassinio di 14 donne gridando di odiare le femministe. Allo stesso modo, dobbiamo guardare alla strage di Isla Vista del 2014, dove Elliot Rodger, celebrato in certi circoli incel come un «eroe», uccise sei persone per punire le donne che gli avevano negato il proprio corpo. Più recentemente, l'attentato a Côte-des-Neiges a Montréal ci ricorda che queste non sono azioni di folli isolati, ma l'attuazione estrema di un progetto politico. Sono atti che trovano proseliti in comunità online dove l'odio verso le donne viene coltivato come un'ideologia strutturata.

L'orrore dei gruppi privati: il caso di Mazan e l'Operazione Medusa

L'abbrutimento digitale ha raggiunto vette di crudeltà inaudite, rivelando una dimensione di possesso che non risparmia nemmeno le mura domestiche. La cronaca recente ci ha consegnato fatti agghiaccianti, come il caso di cronaca emerso l'anno scorso (il processo di Mazan in Francia), in cui un uomo ha per anni drogato la moglie per farla stuprare da sconosciuti reclutati online, documentando tutto in video scambiati con altri uomini. Quest'anno, la violenza è emersa con la stessa brutalità attraverso l'Operazione Medusa, che ha portato alla luce reti in cui migliaia di uomini si organizzavano, spesso tra le mura domestiche, per pianificare e attuare lo stupro delle proprie mogli e compagne, scambiandosi foto e consigli su come umiliarle e annullarle. Immaginiamo, per un solo istante, l'indignazione universale se fossero state le donne a organizzarsi in reti globali per scambiare foto dei propri partner e pianificare il loro stupro sistematico. Non accadrebbe, perché la violenza maschile è, per il sistema, «fisiologica», mentre quella femminile risulterebbe inimmaginabile.

 La psicologizzazione come arma reazionaria di sfruttamento

In questo scenario, la psicologizzazione delle motivazioni degli assassini non è un approccio neutro, bensì un'arma reazionaria affilata, sistematicamente utilizzata per deresponsabilizzare gli aggressori e, al contempo, per sovraccaricare le donne di un ulteriore, gravoso compito: quello della cura e della comprensione verso chi le opprime. Trasformare l'omicidio o la violenza in un problema di «sofferenza psichica» significa imporre alle donne un supplemento di lavoro emotivo. Si chiede alle vittime di farsi carico della gestione della rabbia, della frustrazione e del disagio dei carnefici, come se l'emancipazione femminile dovesse essere accompagnata da una necessaria e pedagogica assistenza verso il dolore maschile. È una forma estrema di pretesa di superiorità: anche nel momento in cui il patriarcato esplode nella sua forma più brutale, il sistema richiede che la donna resti al suo posto, a occuparsi di accudire le ferite del suo aggressore.

Dalla pedagogia della giustificazione alla coscienza politica

Questa pedagogia della giustificazione è l'ultima trincea di un potere che non vuole cedere. Etichettare il violento come un individuo «in crisi» permette di deviare lo sguardo dal carattere sistemico e politico della violenza. Se il problema è la psiche dell'individuo, allora il patriarcato è salvo; se il problema è la struttura di potere, allora il dominio maschile vacilla. La psicologizzazione serve dunque a mantenere intatte le gerarchie, distogliendo l'attenzione dal fatto che le donne, pur vivendo quotidianamente sofferenze e frustrazioni personali, non rispondono organizzandosi in cellule terroristiche o redigendo manifesti d'odio. La differenza è radicale: mentre per le donne la sofferenza è un vissuto individuale, per molti uomini la violenza è un progetto politico, un modo per ribadire, attraverso la forza, il diritto di appropriarsi del tempo e dell'esistenza altrui.

Prendere atto del progetto patriarcale

Le donne devono prendere piena coscienza di questo disegno. Dobbiamo smettere di leggere la violenza come un fallimento comunicativo o come un problema di salute mentale del singolo, e iniziare a vederla per quello che è: una reazione politica violenta alla democratizzazione della società. Il patriarcato non è un destino biologico, è una struttura di potere che sta difendendo la propria rendita di posizione. Il livore maschile non è un sintomo di debolezza, ma la rabbia di chi vede sfumare la propria patente di nobiltà. Prendere coscienza di questo significa rifiutarsi di svolgere il ruolo di assistenti sociali del proprio oppressore e iniziare a chiamare le cose con il loro nome: non crisi, ma dominio. Non disagio, ma progetto.




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