giovedì 15 ottobre - Giovanni Greto

La rinascita del Ciclo dei Miracoli della Vera Croce

Presentati alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, i primi tre teleri restaurati del monumentale ciclo pittorico

Si è concluso dopo sei anni il restauro dei primi tre capolavori appartenenti al monumentale Ciclo dei Miracoli della Vera Croce, dopo un intenso e minuzioso lavoro durato sei anni.

In una delle sale più iconiche delle Gallerie, secondo le parole del Direttore Giulio Manieri Elia, la sala XX, gli addetti ai lavori hanno potuto ammirare oltre ai tre grandi Teleri restaurati, anche gli altri cinque sopravvissuti – l’unico scomparso è quello di Pietro Perugino – secondo un progetto coordinato da Gentile Bellini (1429 ? – 1507).

I Teleri del ciclo ornavano le pareti di una sala, nella scuola di san Giovanni Evangelista, in cui si conservava una importante reliquia della Santa Croce, un tempo posseduta dal patriarca di Costantinopoli, che era stata donata alla scuola nel 1369 da Filippo de Mezières, gran cancelliere del regno di Cipro.

Il ciclo fu realizzato, nell’arco di circa un decennio a partire dalla metà degli anni Novanta del Quattrocento, da un gruppo di artisti – Lazzaro Bastiani, Vittore Carpaccio, Giovanni Mansueti, Benedetto Diana – coordinati da Gentile Bellini, autore di tre tele, riconosciuto il più importante pittore narrativo del tempo. Gli episodi che illustrano i miracoli compiuti dalla reliquia della croce sono stati decifrati grazie al supporto offerto da un opuscolo sui Miracoli della Croce Santissima scritto nel 1590 dal Guardian grande della scuola, Giacomo de Melzi, che consente di conoscere gli autori, i fatti narrati e le date di esecuzione dei teleri.

Il dato maggiormente caratterizzante il ciclo è l’ambientazione dei miracoli nel contesto di luoghi cittadini molto rappresentativi (piazza San Marco, il ponte di Rialto) o attinenti alla sede della scuola secondo un’efficace strategia di comunicazione volta a rendere più credibile il reale svolgimento dei miracoli attraverso una precisa e accurata illustrazione dei luoghi in cui essi hanno luogo.

L’intervento, guidato dal Direttore delle Gallerie Giulio Manieri Elia, con la direzione tecnica di Maria Chiara Maida e Cristiana Sburlino, è stato eseguito dalla cooperativa CBC (Conservazione Beni Culturali), sotto il coordinamento di Caterina Barnaba, grazie al fondamentale sostegno di Save Venice Inc., intervenuta alla presentazione nella persona del Chairman Frederick Ilchman.

Manieri Elia ha sottolineato che l’intervento conservativo condotto presso i Laboratori della Misericordia «si è configurato come un processo critico e conoscitivo capace di comprendere le diverse fasi della vita dei dipinti, supportando i restauratori e lo staff della direzione dei lavori nelle scelte operative». Le indagini diagnostiche non invasive preliminari (fluorescenza UV, riflettografia IR e XRF) hanno guidato una pulitura differenziata, che ha inteso conservare i rifacimenti storici dovuti alle decurtazioni pittoriche per l’apertura di antiche porte nella sala originaria, e un’integrazione pittorica accurata ma rispettosa.

La rimozione delle vernici ingiallite dal tempo, alterate e pigmentate ha eliminato quell’effetto di appiattimento, restituendo alle opere la reale profondità spaziale e prospettica. Dalla materia pittorica riemergono così i dettagli di una Venezia scomparsa che l’occhio contemporaneo non può più cogliere dal vivo, come la straordinaria sequenza di palazzi interamente affrescati lungo i canali.

 

I TRE CAPOLAVORI RESTAURATI (2020–2026)

1. Gentile Bellini, Processione in piazza San Marco (1496)

Il dipinto raffigura il solenne corteo in processione, il 25 aprile 1444, al quale partecipa anche il mercante bresciano Jacopo de’ Salis, l’unico genuflesso dell’intera composizione, per implorare la guarigione del figlio, che avverrà immediatamente al passaggio della reliquia. Il recupero dei toni originali restituisce la maestosa fuga prospettica della piazza. Le analisi diagnostiche hanno svelato i numerosi “pentimenti” di Bellini e l’uso di pigmenti preziosi come il lapislazzuli. Per l’artista, la rigorosa fedeltà fotografica nel ritrarre la città e le persone che l’abitano non era mero decoro, ma la garanzia visiva e ideologica della veridicità stessa dell’evento prodigioso: più è oggettiva la visione più è attendibile il miracolo.

2. Gentile Bellini, Miracolo della reliquia della Croce al ponte di San Lorenzo (1500)

Il dipinto rievoca l’episodio sacro del recupero della reliquia, caduta nelle acque del canale, a causa dell’irruenza della folla, ma rimasta miracolosamente a galla durante la processione per la festa del Corpus Christi alla chiesa di San Lorenzo. e salvata per mano del Guardian grande Andrea Vendramin. La rimozione delle vernici alterate ha risvegliato la nitidezza cromatica e la profondità spaziale degli edifici affrescati lungo le rive. Da segnalare una moltitudine multietnica : africani, ebrei, turchi, mamalucchi. L’opera si conferma un’imponente cronaca visiva animata dei personaggi illustri dell'epoca, tra cui Caterina Cornaro, regina di Cipro (a destra con il suo corteo di dame), e, per taluni, i familiari del pittore (in ginocchio in primo piano). Anche in questa scena l’interesse prevalente è quello di ritrarre una animata scena urbana.

3. Vittore Carpaccio, Miracolo della reliquia della Croce al ponte di Rialto (1496)

Le indagini in riflettografia infrarossa hanno svelato l’esatta griglia prospettica e il punto di fuga impostato dall’artista. Liberata dalle patine scure, la composizione riacquista l’illusione di sfondamento spaziale: lo sguardo viene condotto dalla loggia a sinistra — dove si compie il prodigio della guarigione dell’ossesso da parte del patriarca di Grado Francesco Querini— verso l’ampio scorcio del Canal Grande, dominato dall’antico ponte di Rialto in legno, ricostruito dopo un incendio nel 1458, con una parte mobile al centro per consentire il passaggio delle imbarcazioni .

I TEMPI DELL’INTERVENTO E LA PROSECUZIONE A “CANTIERE APERTO”

Il processo conservativo, sui primi tre teleri, si è articolato in diverse fasi conoscitive ed operative. È stato avviato nel febbraio 2020 sul capolavoro di Carpaccio e proseguito dal 2022 sulle due opere di Bellini. Il restauro ha richiesto il trasferimento temporaneo presso i laboratori della Misericordia dove si è svolto l’intervento.

A partire dalla primavera del 2027, il restauro dei rimanenti cinque teleri avverrà direttamente all’interno della Sala XX in un cantiere aperto al pubblico.

Le Cinque opere oggetto del prossimo restauro

 Gentile Bellini, Miracolosa guarigione di Pietro de’ Ludovici (1501)

In questa tela entro un tempietto, Pietro de’ Ludovici prega dinanzi ad un altare e ottiene la guarigione dalla febbre grazie al contatto con una candela che era a sua volta entrata a contatto con la sacra reliquia. Diversamente dalla maggior parte delle altre scene, lo svolgimento del miracolo avviene in un ambiente ecclesiastico minutamente descritto ispirato ai disegni di architettura del padre Jacopo Bellini.

Giovanni Mansueti, Miracolo della reliquia della Croce in campo San Lio (ca.1496)

In questa tela realizzata da Mansueti viene raffigurato un miracolo occorso nell’occasione del funerale di un confratello dissoluto e poco devoto, avvenuto tra il 1372 e 1380: la reliquia della Santa Croce si rifiuta di accompagnare il defunto, divenendo molto pesante e quasi intrasportabile, fintantoché non sopraggiunge il parroco di San Lio a reggerla. Il cartiglio tenuto in mano da un astante sulla sinistra, riconosciuto come un autoritratto, recita “bellini disc[i]p[u]li” a sancire la prestigiosa discendenza artistica di Mansueti, ben riconoscibile nell’organizzazione spaziale della scena, caratterizzata da un corteo che sfila entro uno spazio cittadino delimitato da quinte architettoniche attentamente descritte.

 Giovanni Mansueti, Miracolosa guarigione della figlia di Benvegnudo da San Polo (ca.1506)

La tela illustra la miracolosa guarigione della figlia di Benvegnudo, inferma dalla nascita, avvenuta al tocco di tre candele accostate dal padre alla reliquia della croce. La scena del miracolo si svolge all’interno del palazzo, descritto con una ricchezza di notazioni ambientali simili a quelle adottate da Carpaccio nel ciclo di Sant’Orsola. A guidare lo sguardo dello spettatore alla scoperta del miracolo è il percorso compiuto dalla folla che si snoda entro una chiara successione di piani spaziali: l’approdo sulla riva, l’ascesa lungo la scala monumentale e la sala monumentale introdotta da ampie arcate.

Lazzaro Bastiani, Offerta della reliquia della Croce ai confratelli della Scuola Grande di San Giovanni Evangelista (ca.1495)

Nel fondo, ambientato all’interno della chiesa di San Giovanni Evangelista, è rappresentato l’episodio dell’offerta della miracolosa reliquia ai confratelli della scuola da parte di Filippo de Meziéres. L’ampia scena appare alquanto dispersiva e manca di una concezione unitaria, ma ha un indubbio valore documentario in quanto testimonia l’originaria configurazione di un contesto architettonico e urbano, poi trasformato profondamente nei secoli successivi. Indicativo della datazione del telero è il fatto che nell’edificio della scuola sulla sinistra compare già l’innalzamento della sala grande avvenuta nel 1495.

Benedetto Rusconi detto Diana, Miracolo della reliquia della Santa Croce (1505-1510)

L’episodio qui illustrato ricorda la guarigione miracolosa del figlio di “ser Alvise Finetti scrivan alla Camera degli imprestidi” avvenuta il 10 marzo 1480 grazie al frammento della croce di Cristo custodito dalla Scuola. Ai piedi della scala un piccolo gruppo di persone si raccoglie attorno ad una donna inginocchiata che tiene fra le braccia il bambino, ancora in fin di vita. L’architettura ricorda il cortile interno di un palazzo veneziano, dominato dall’imponente scala di accesso che collega i piani superiori, aperti da loggiati ad arcate, allo spazio aperto al pianterreno. La precisa definizione degli ambienti, costruiti rispettando rigorosamente le regole prospettiche, permette di individuare il punto di fuga sull’asse verticale centrale, espediente che conferisce solidità strutturale al dipinto e che smentirebbe le ipotesi di riduzione del formato originale, avanzate da alcuni critici. La scelta da parte dell’importante Scuola di rivolgersi a un pittore oggi considerato minore rispetto ai grandi nomi degli altri artisti coinvolti è giustificata dalla notorietà di cui Benedetto Diana godeva al suo tempo, di cui oggi si trova traccia nelle numerose testimonianze antiche, quali Vasari, Ridolfi e Boschini.




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