venerdì 5 febbraio - UAAR - A ragion veduta

La resistenza polacca contro l’attacco al diritto di abortire

La società civile polacca si sta organizzando per resistere al pesante attacco al diritto all’aborto in atto nel paese, dove, in seguito alla pubblicazione della contestatissima sentenza della Corte Costituzionale del 22 ottobre 2020, avvenuta il 27 gennaio di quest’anno, è ora di fatto vietata la pratica dell’interruzione di gravidanza se non nei casi in cui essa sia dovuta a stupro o incesto.

In realtà, afferma FederaPL (Federazione per le donne e la pianificazione familiare, un’organizzazione non profit che si batte per la salute e i diritti riproduttivi) i medici possono comunque dichiarare che la gravidanza mette a rischio la salute fisica o psicologica della madre: per questo motivo il loro appello è a una sorta di obiezione di coscienza inversa rispetto a quella che è prevista dalla legge italiana. Si chiede infatti ai medici di trovare una soluzione all’esigenza delle donne che vogliono abortire, facendo presente che il portare avanti una gravidanza anche in caso di gravi malformazioni del feto (e quando il nascituro è destinato ad una morte precoce) equivale ad una vera e propria forma di tortura. I medici sono quindi invitati a praticare comunque l’aborto: andranno forse incontro a conseguenze giuridiche nel farlo, ma il movimento delle donne offre loro ampio supporto legale, così come intende supportare quei giudici che saranno chiamati a pronunciarsi su vicende di aborto.

Il movimento delle donne offre anche supporto alle donne che intendono recarsi all’estero per praticare l’aborto. In Svezia si sta lavorando per renderlo gratuito per le donne polacche che vi si recheranno (è curioso notare che avverrebbe così un rovesciamento della situazione di decenni fa, quando nel paese scandinavo l’aborto era illegale e molte donne svedesi andavano nella Polonia comunista per poterlo praticare). FederaPL ha poi predisposto una brochure sull’aborto farmacologico, nella quale vengono offerte informazioni sia sull’uso sia sulle modalità di ottenimento dei farmaci abortivi.

La Polonia, anche prima della sentenza da poco pubblicata, aveva già una delle leggi più restrittive al mondo in materia di aborto. Tra i casi in cui era possibile praticarlo, vi era quello di gravi e irreversibili malformazioni del feto e di malattie incurabili. Circa il 98% dei casi di aborto praticato rientravano in queste categorie. Jarosław Kaczyński, presidente del partito governativo Diritto e Giustizia e attuale vice-premier, nel 2016 dichiarò «Ci adopereremo affinché anche i casi di gravidanze molto difficili, quando il bambino è condannato alla morte o è gravemente deformato, finiscano con il parto, in modo che il bambino possa essere battezzato, seppellito e abbia un nome.» Un proposito che ora è compiuto senza un intervento legislativo ma con una sentenza del tribunale costituzionale basata su un’interpretazione integralista dell’art. 38 della costituzione polacca, che recita «La Repubblica di Polonia fornisce ad ogni essere umano la tutela giuridica della vita.» Non è naturalmente mancato chi, come Jerzy Kwaśniewski, dell’organizzazione fondamentalista Ordo Iuris, ha festeggiato tirando in ballo l’eugenetica, affermando che finalmente essa è stata rimossa dall’ordinamento polacco.

Il movimento dello sciopero delle donne, di cui abbiamo già parlato, è in questi giorni di nuovo nelle piazze di decine di città polacche, nonostante il freddo e la pandemia, per protestare contro la deriva clericale e reazionaria voluta dai politici al governo e malvista dalla maggioranza della società (sette polacchi su dieci appoggiano la protesta, stando ai risultati di un recente sondaggio). In molti credono che le proteste avranno un risultato positivo, e per quanto ci riguarda non possiamo che augurarci che abbiano ragione.

Loris Tissino e Ika Puszczykowska

 




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