mercoledì 27 gennaio - UAAR - A ragion veduta

La regressione confessionalista della scuola (e della sinistra) belga

In Francia i segni “ostentatori” di matrice religiosa sono stati vietati a scuola già dal 2004, dopo l’approfondito (e profetico) lavoro dell’autorevole commissione Stasi che aveva messo in guardia dalle spinte centrifughe dei gruppi integralisti e dalle divisioni causate nelle classi.

Nel vicino Belgio invece, con la riapertura delle scuole, in molti istituti superiori sarà consentito portarli. Un passo indietro in termini di laicità e di contenimento dell’integralismo che di fatto asseconda le componenti isolazioniste e identitarie, ma viene spacciato come prova di inclusione sociale. E che spacca, anche lì come in Francia, le componenti progressiste. Il Belgio è storicamente un paese più aperto al comunitarismo religioso, dove alle confessioni di fede come alle organizzazioni laico-umaniste vengono riconosciute uguali prerogative, oltre a sostanziosi finanziamenti pubblici. Una laïcité diversa da quella francese, più vulnerabile alle infiltrazioni confessionali.

Dal prossimo settembre infatti, nelle scuole superiori e in quelle di promozione sociale (assimilabili alle nostre serali) che fanno capo a Wallonie-Bruxelles Enseignement saranno sdoganati i simboli religiosi. Una istituzione che gestisce circa 500 scuole ed educa 210mila allievi di lingua francese. La decisione è stata presa da Julien Nicaise, già collaboratore del ministro socialista nel governo vallone Jean-Claude Marcourt, per convogliare nuovi iscritti – soprattutto nuove iscritte in scuole di promozione sociale. L’iniziativa sta suscitando un vivo dibattito, specie tra i politici del centro sinistra e mostrandone le divergenze di campo. Dal canto suo Georges-Louis Bouchez, presidente del partito liberal-democratico Mouvement réformateur, si è detto contrario. Polemizzando sui social con la deputata ecologista e di sinistra Margaux De Ré, che a sua volta favorevole parla di un modo per promuovere i diritti delle donne.

Come si è arrivati a questo punto? Nel giugno scorso la Corte costituzionale, chiamata in causa da studenti musulmani integralisti che si sentivano discriminati, ha espresso il parere secondo cui il divieto dei simboli relativi a “convinzioni” – religiose ma anche in senso lato politiche – non è illegittimo ma uno dei modi per perseguire la neutralità sancita dalla Costituzione. D’altra parte però questa ambiguità lasciava a ogni scuola la possibilità di definire regole proprie: in questo spiraglio si sono quindi infilati i promotori della supposta “inclusività”, di fatto aprendo la strada ai segni confessionali. Ma la questione è una: il velo islamico, poiché non risultano analoghe pretese da altre comunità religiose. Quello su cui si focalizzano i titoli dei giornali e che genera trigger con scontri reciproci tra candidi paladini della “libertà” e barbari trogloditi razzisti.

È diventato quindi di moda in Belgio il mantra della “istruzione inclusiva”, promosso in maniera melliflua da musulmani identitaristi con il beneplacito dei benpensanti progressisti. Il ministro al Parlamento di Bruxelles Rudi Vervoort, socialista anch’egli, l’ha fatto proprio sollecitato dal deputato del suo partito Jamal Ikazban – una di quelle figure musulmane “moderate”, che trovano spazio in ambienti di sinistra, in bilico tra condanna formale del terrorismo islamista, imbarazzanti uscite anti-occidentali e simpatie per gruppi integralisti come i Fratelli musulmani. A Molenbeek-Saint-Jean, comune noto per la forte presenza musulmana e per la ghettizzazione islamista che matura nel disagio sociale, si mette nero su bianco che le donne con il velo potranno essere assunte nell’amministrazione: sebbene non fosse previsto alcun divieto.

Il Centre d’Action Laïque, ramificata organizzazione laico-umanista belga, ha parlato senza mezzi termini di decisione “sorprendente” e di “regressione”. Perché la principale giustificazione addotta è facilitare l’emancipazione delle donne, “come se passasse attraverso il rispetto di qualsiasi dettame religioso”. Ma, sottilmente, si intende di fatto indebolire la laicità, con l’eufemismo di “far evolvere il principio di neutralità per renderlo più inclusivo”. Una china che fa il paio con la “laicità positiva” proclamata all’epoca da Benedetto XVI. La lodevole necessità di rendere più accessibile l’istruzione a certe categorie, consentendo di uscire dall’isolamento familiare e sociale, finisce per ammettere pratiche che minano la dignità, in particolare delle donne, e regalano legittimità e spazi a componenti fondamentaliste.

Interviene anche l’Observatoire des Fondamentalismes di Bruxelles nel denunciare l’andazzo, che porta a “normalizzare e avallare un simbolo sessista e retrogrado”. Perché la retorica di “accogliere ogni studente, quali che siano le sue caratteristiche e differenze”, proclamata da Nicaise, si presta a una china quanto meno grottesca. “Si accoglierebbero con tanto entusiasmo degli studenti adamiti, che aspirano a ritrovare l’innocenza perduta di Adamo rifiutando di portare i vestiti? Si aprirebbero le porte a una studentessa del primo anno di medicina con indosso sulla maglietta la scritta ‘No all’IVG’” – ossia contro l’interruzione volontaria di gravidanza – “o uno studente di diritto che mostra visibilmente un simbolo raeliano?”. Mentre le lobby musulmane, spesso in nome della lotta all’islamofobia e vicine a gruppi fondamentalisti, guadagnano terreno e credibilità istituzionale. La decisione sulle scuole è stata infatti caldeggiata da attivisti del Collectif Contre l’Islamophobie en Belgique, della Ligue de Musulmans de Belgique, del Mouvement contre le Racisme, l’Antisémitisme et la Xénophobie. Gruppi che dietro il paravento della lotta al razzismo e all’islamofobia somigliano alla riproposizione musulmana, con le dovute proporzioni, di quegli integralisti cristiani che hanno sostenuto ad esempio il Congresso mondiale delle famiglie a Verona.

Quella che viene percepita come una odiosa discriminazione nei confronti delle donne musulmane che indossano il velo rischia di diventare un pretesto per integraliste (e integralisti) che caldeggiano, se non impongono, in famiglia e in comunità un abbigliamento “modesto” perché ritenuto più consono rispetto a quello delle “svergognate”. Oltre a una serie di valori regressivi sul fronte dei diritti e delle libertà, con derive culturali e sociali che possiamo ben figurarci – e temere – se aspiriamo a una società laica, libera e democratica. Una pretesa e non obbligo di fede, che per giunta non rappresenta la variegata comunità islamica ma punta ad appiattirla nel nome dell’identitarismo comunitarista. E che vuole vedere riconosciuto un privilegio religioso in quanto tale, quindi più meritevole rispetto ad altri gusti e convinzioni personali.

Tutto questo sembra essere minimizzato purtroppo da quei postmoderni “compagni di strada” che, ingenuamente, si focalizzano sulla libertà di indossare sempre, comunque e ovunque un banale “pezzo di stoffa” sulla base di una pur benemerita e auspicabile concezione progressista, inclusiva, antirazzista e intersezionale. Non è nuovo il tema della sinistra “regressiva”, come l’ha chiamata già nel 2007 attirandosene gli strali l’attivista musulmano liberale (ed ex islamista) Maajid Nawaz, co-autore con il “new atheist” Sam Harris di un libro pubblicato proprio da Nessun Dogma. Una impostazione infatti abilmente strumentalizzata da chi promuove una ideologia identitaria islamica. Abobakre Bouhjar, consigliere comunale di Schaerbeek – altra area problematica, ad alta concentrazione musulmana e con derive islamiste – da una parte è tra i promotori del ricorso contro la decisione in oggetto della Corte costituzionale, dall’altra ci tiene a dire che il velo è solo un “pezzo di stoffa” per ironizzare sulla bagarre. Pezzo di stoffa a cui tiene però tantissimo, se insiste per vederlo nelle scuole. Pezzo di stoffa così innocuo, svuotato del suo significato religioso, che somiglia così al simbolo “passivo” del crocifisso imposto nelle scuole italiane, sigillo del confessionalismo cattolico nostrano. Mentre la destra xenofoba, che promuove simili identitarismi conditi di confessionalismo però autoctoni, ha buon gioco ad alimentare l’ostilità contro tutti i musulmani e i migranti. Quando, da un punto di vista laico e progressista potrebbe avere senso astenersi dall’indossare un certo capo in un certo ambiente, specie se si ricopre un incarico in settori pubblici, e continuare a farlo altrove. Avrebbe senso che un impiegato pubblico indossasse una maglietta dell’Uaar sul posto di lavoro? Spoiler: no. Quando va per i fatti suoi sarà libero di farlo.

Il disagio dei laici in Belgio, di fronte a questa mutazione silenziosa della laicità in “neutralità inclusiva”, è palpabile. Anche perché sullo sfondo aizza la baldanza, se non l’aggressività, dei militanti, specie sui social. Lo testimonia bene Nadia Geerts, docente di filosofia, scrittrice, attivista femminista schiettamente laica. Una che, ci tiene a precisare, di “intersezionalità” e di discriminazioni che si rafforzano tra loro se ne intende: è donna, osa esprimere le sue convinzioni e “somiglia all’idea che l’omofobo tipo si fa di una lesbica”. Per la sua denuncia delle derive islamiste nella società belga, in particolare dall’assassinio di Samuel Paty, è oggetto di pesanti insulti, intensificati enormemente quando si è permessa di contestare lo sdoganamento del velo nelle scuole. Mentre manca una presa di posizione da chi si schiera spesso – a sproposito – per difendere fisime identitariste con il pretesto dell’antirazzismo. Conclude ironica: “Non dubito che solo per una distrazione nessuna associazione intersezionale ha finora preso coraggiosamente le mie difese e non mancherò di informarvi dei numerosi comitati di sostegno che, ne sono certa, fioriranno presto”. Purtroppo, nessuno pare essere intervenuto: sulla questione è calato un eloquente velo pietoso.

Valentino Salvatore

Foto: Ikhlasul Amal/Flickr




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