mercoledì 10 giugno - Vincenzo Musacchio

La lotta alle mafie è una cosa seria

Un governo che ha quasi il sessanta per cento dei consensi dovrebbe, senza se e senza ma, considerare lotta alla criminalità organizzata una priorità assoluta. Sembra, invece, che questa politica non voglia assumersi la responsabilità di considerarla tale.

 Come elettore, la considero un fallimento del M5S che sulla carta aveva promesso cambiamenti epocali nella lotta alle mafie e in realtà non ravviso un progetto omogeneo e sviluppabile nel tempo. Si sottovaluta l’estrema pericolosità di questo tipo di criminalità perché manca il coraggio da parte della politica di intraprendere efficaci azioni repressive adeguate alle continue metamorfosi mafiose. Dire che le mafie in questo momento sono in ginocchio in Italia è una grande bugia. Un dato è assodato: a oggi restano irrisolti e mai affrontati problemi essenziali che riguardano i rapporti mafia-politica che si sono determinati nello scenario politico-istituzionale italiano. Le mafie oggi concorrono alla produzione della politica agendo all’interno della cd. società civile in vari modi: uso politico della violenza, formazione delle rappresentanze nelle istituzioni politiche ed economiche, controllo sull’attività politico-amministrativa. Il ruolo delle mafie nelle campagne elettorali, il controllo del voto, la partecipazione diretta di membri delle organizzazioni mafiose o di soggetti a essa legati alle competizioni elettorali e alle assemblee elettive, sono tutti problemi che i Governi che si sono succeduti non hanno mai voluto affrontare seriamente. Le mafie ormai sono dentro e con lo Stato in piena simbiosi d’intenti soprattutto quando quest’ultimo rinuncia al monopolio della repressione, legittimando l’azione mafiosa attraverso l’impunità, tutte le volte in cui alla mafia sono concessi pezzi di territorio dello Stato senza minimamente opporsi. Il Governo non s’interessa di mafie, mentre, le mafie s’interessano del Governo e delle sue azioni politiche. Affrontare le mafie in maniera superficiale equivale a non combatterle e significa mentire ai cittadini. Il 21 marzo, in piena pandemia da covid-19, c’è stata una circolare del Ministero della Giustizia che ha imposto ai giudici di sorveglianza di valutare le ipotesi di scarcerazioni per motivi di salute. E’ vero che i giudici decidono in piena autonomia e indipendenza ma sono tenuti all’osservanza delle leggi. Se c’è una circolare inviata a tutti i direttori delle carceri con obbligo di comunicare alla magistratura di sorveglianza le condizioni di salute dei detenuti a rischio, è chiaro che così com’era scritta potesse "innescare" le scarcerazioni soprattutto se a monte non ci fosse stato pronto un piano operativo per collocare i boss mafiosi in strutture ospedaliere carcerarie. La politica non deve soltanto essere onesta, ma anche apparire tale. Quando non si sceglie Nino Di Matteo al Dap e non si spiega il perché, i cittadini liberi sono autorizzati a pensare anche alle peggiori ipotesi possibili. Le leggi possono operare sul piano giudiziario, consentendo di perseguire e punire reati e colpevoli, con tutte le dovute garanzie per gli imputati, che non possono essere condannati sulla base di sospetti, la politica, però, deve conoscere e praticare le categorie dell’opportunità, dell’intransigenza, della trasparenza che coinvolgono spesso le sue componenti. La non nomina del dottor Di Matteo, a mio parere, ha determinato un problema gravissimo di competenze e ha consentito scarcerazioni di boss sanguinari macchiatisi di molteplici omicidi e stragi che con lui non sarebbero mai avvenute. Cui prodest? Questo errore imperdonabile dovrebbe essere l’occasione per ripensare la lotta alle mafie. Mi auguro ci siano le condizioni per farlo. Ad oggi manca la volontà e soprattutto la competenza. Le forze politiche di Governo annaspano alla ricerca di un’identità perduta, la società civile è confusa. La lotta alla mafia non può non essere un tema nodale per il nostro Paese ma questo richiede progettazione e una capacità di legare insieme valori che rischiano di svuotarsi sempre di più e bisogni crescenti ma senza adeguata rappresentanza. Se si perde anche quest’occasione per creare una nuova legislazione antimafia simile a quella scritta da Falcone negli anni novanta, il futuro vedrà la sconfitta dello Stato e la totale vittoria delle mafie.

 

Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale, è associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark negli Stati Uniti d’America. E' ricercatore e analista dell'Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra. E’ stato allievo di Giuliano Vassalli e amico e collaboratore di Antonino Caponnetto.




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