venerdì 12 febbraio - UAAR - A ragion veduta

La libertà di espressione è a rischio di estinzione?

Il primo amministratore delegato della Rai fu un frate trappista, Filiberto Guala, un estremista apertamente contrariato dall’eccessivo numero di «pederasti» presente negli studi. È il vizio d’origine della nostra tv pubblica, di cui fatica enormemente a liberarsi: ancora oggi, è rarissimo che abbia il coraggio di trasmettere opinioni diverse da quella morale cattolica dominante (anche perché si rischia il posto). 

Quando, nel 2014, l’Agcom respinse l’esposto Uaar stabilendo che è giusto e doveroso che quello cattolico sia pressoché l’unico pensiero ascoltabile in materia di religione, in fondo si limitò soltanto a ribadire la storia del piccolo schermo in Italia. «No, non è la Bbc, questa è la Rai, la Rai-TV», si cantava (tra il serio e il faceto) qualche decennio orsono. Il problema è semmai che oggi anche la Bbc comincia sinistramente a somigliare alla Rai.

Fino a non molto tempo fa, in edicola potevamo scegliere tra quotidiani assai diversi. Ora, complice la crisi dell’editoria, la scelta si è ristretta, e quelli rimasti si distinguono quasi solamente per il loro orientamento politico. Anche dal punto di vista della religione, al di là di essere pro-Ratzinger o pro-Bergoglio, non troverete critiche alla confessione cattolica. Al massimo all’islam – ma solo su quelli di destra, e solo per fini non esattamente laici. MicroMega, che criticava l’islam da una prospettiva di sinistra illuminista, a fine anno è stato chiuso dal gruppo Gedi (Agnelli-Repubblica). A parole, tutti i quotidiani fanno professione di laicità: a leggerli, però, si direbbe che la loro è una semplice fotocopia del concetto cattolico di «sana laicità». Anche in questo caso, purtroppo, non sembra che nel resto del mondo democratico le cose vadano in modo sensibilmente migliore.

Molti però pensano che tv e giornali siano rottami del secolo scorso, e che oggi si debba seguire i canali streaming e i social network. Sarà: quantomeno in Italia, il panorama non è esattamente questo. Ma è vero che, mentre RaiUno continua a propinarci fiction apologetiche, un pubblico sempre più vasto si rivolge ai nuovi imprenditori dei media. Anch’essi rischiano però di sfracellarsi contro la religione: Netflix, il più noto, ha dovuto fare i conti con una petizione contro The Good Omens (perché narra dell’alleanza tra un angelo e un diavolo), in India ha scatenato una mezza rivolta per un bacio indù-musulmano, e in Brasile è stato ‘bombardato’ per aver presentato un Gesù gay.

Anche internet, all’inizio, rappresentò una ventata di novità. Col tempo, la rete è però diventata soprattutto un (banale?) canale di appoggio per piattaforme, shopping e social network. Questi ultimi hanno effettivamente ampliato la libertà di espressione, visto che oggi ci si trova di tutto – e proprio di tutto. Anche i punti di vista laico-razionalisti, quindi, che tutto sommato ci fanno anche una bella figura. Tuttavia, la fanno quasi soltanto con chi, a sua volta, ha già un pensiero laico-razionalista. Arrivare a chi ne ha uno opposto, e convincerlo a cambiarlo, è un’impresa titanica per chiunque. Siamo subissati da ammonimenti sul dilagare di bolle e fake news, ma non riceviamo altrettanti inviti ad adottare il pensiero critico per vagliare consapevolmente le nostre fonti d’informazione. Avviarsi su questa strada, a cominciare dalla scuola, dovrebbe costituire un obiettivo centrale per le istituzioni, ma quasi nessun governo si è sinora impegnato seriamente sull’argomento.

La situazione volge del resto al peggio anche fuori dagli ambiti seguiti dall’Uaar. La cronaca ci propone ormai quotidianamente anche notizie di giornalisti detenuti o massacrati. L’assassinio di Jamal Khashoggi è noto a tutti, ma è la punta dell’iceberg: cinquanta giornalisti sono stati uccisi nel solo 2020. Il governo cinese condanna a lunghe pene detentive chi diffonde opinioni dissenzienti, ma anche in India la libertà di stampa è così malmessa che il paese democratico più grande al mondo si colloca nell’ultimo quarto del World Press Freedom Index di Reporter senza frontiere. Negli ultimi anni si sono registrate vittime anche nell’Unione Europea, dalla maltese Daphne Caruana Galizia allo slovacco Ján Kuciak. Non sembra che il mondo progredisca. Anzi, sembra proprio disincentivare le opinioni dissenzienti.

Come se non bastasse, si fa strada un nuovo atteggiamento che, sebbene per ragioni diametralmente opposte, finisce comunque a sua volta per negare la libertà di parola. Ne abbiamo scritto nel numero 1 di Nessun Dogma: è particolarmente diffuso nei paesi anglosassoni, Bbc in testa, è in fase espansiva ovunque, e anch’esso colpisce pesantemente chi critica la religione. Un malinteso senso di correttezza politica porta a voler “cancellare” gli autori che si permettono di formulare pensieri ritenuti offensivi da qualcuno. Non si tratta di apprezzare la diffamazione gratuita o l’insulto becero, ma di evitare che, per reagire a essi, si finisca per anestetizzare anche i contenuti critici. Che è esattamente quanto sta accadendo.

Sul punto Salman Rushdie, uno che di persecuzioni se ne intende parecchio, ci mette in guardia da diversi anni. Ma anche i Monty Python, che furono censurati per il loro Gesù di Nazareth, pensano che oggi non solo sarebbe ancora più difficile girare un film del genere, ma che la sua variante “islamica” sarebbe assolutamente improponibile. E dire che, nel 1976, la Corte europea dei diritti dell’uomo, pronunciandosi sul caso Handyside, stabilì che la libertà di espressione comprende il diritto di «sconvolgere, turbare e offendere». Altri tempi, altro millennio – per la stessa Corte di Strasburgo, che negli ultimi decenni ha distillato diverse controverse sentenze. E altri tempi persino in Francia, dove l’adolescente Mila è costretta a una vita sotto scorta per aver usato qualche parola di troppo. Senza alcuna ragionevole possibilità che la sua condizione di reclusa forzata possa un giorno migliorare.

Sfortunatamente, molto è cambiato in seguito al caso delle vignette danesi su Maometto e alla strage al Charlie Hebdo (che le aveva ripubblicate). Per, quanto, negli ultimi sei anni, il reato di blasfemia sia stato abolito in otto paesi, è tuttora vigente in altri 68. Sono soprattutto paesi islamici, ma non mancano numerosi paesi “cristiani” – tra cui l’Italia. Ad aprile, grazie a un’iniziativa giuridica Uaar, la Cassazione ha stabilito che siamo liberi di dire che viviamo bene senza dio. Una vittoria che non cancella l’assurda realtà che si è dovuto attendere l’anno domini 2020 per veder proclamato un elementare principio democratico. E chissà quanto tempo dovremo ancora attendere per l’abolizione del reato di vilipendio, per il quale due anni fa è stato condannato Oliviero Toscani.

Possiamo consolarci constatando che ci sono nazioni ancora più arretrate della nostra, in cui chi è accusato di blasfemia rischia tuttora la pena di morte. Tutte le religioni hanno i loro autorevoli sostenitori, e trovano istituzioni disponibili ad applicare le loro richieste più liberticide. Ma la grande novità del terzo millennio è che adesso riescono nel loro intento sia quando sono in maggioranza, sia quando sono in minoranza.

E dire che la libertà di espressione è sempre stata considerata un muro maestro della democrazia, perché il pensiero unico è caratteristico delle dittature. Dovrebbe essere pacificamente assodato che qualunque affermazione è priva di valore, se viene impedito a chiunque di contraddirla. Ma non sembra che oggi rappresenti una preoccupazione condivisa. Tra killer, censori e autocensori, vien dunque da domandarsi: la libertà di espressione è ormai soltanto un bel ricordo del passato?

Raffaele Carcano

 




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