venerdì 6 maggio - Eleonora Poli

La guerra in Ucraina e le bombe sui social

Perdite umane, città distrutte, decisioni politiche contrastanti: ogni evento o azione di queste difficili settimane passa al vaglio del popolo della rete, che tutto sa e si permette di dire. Commenti e giudizi nella “bolla” raccontano, attraverso questa guerra, differenze di pensiero che dividono da sempre

Sono passati più di due mesi dal 24 febbraio, dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina. Due mesi di massima attenzione e di priorità assoluta da parte dei media, certo, ma anche di coinvolgimento dell’opinione pubblica, tra solidarietà e scetticismo, indignazione e giustificazionismo più o meno velato. Davanti alla situazione drammatica e probabilmente lontana da un qualunque spiraglio, l’unanimità di vedute non esiste, nemmeno in teoria, nemmeno su ciò che sembrerebbe scontato e incontrovertibile. Nel mondo impalpabile dei social, aperto a tutti per definizione, si rispecchiano quanto mai le distanze, si riflette virtualmente, ma con forza reale, la stessa violenza che anima questo conflitto. Non c’è bisogno di avere ucraini o russi tra i contatti, il livello della polemica è comunque altissimo, le posizioni irremovibili, i giudizi insindacabili, spesso pronti a inasprirsi ulteriormente.

La guerra divide, almeno quanto la speranza che finisca al più presto unisce. Come nei momenti peggiori della pandemia, come negli insanabili confronti tra vax e no-vax dei periodi più caldi, nei commenti si legge l’impensabile, quello che in faccia non ci si era mai detti, e probabilmente non si avrebbe il coraggio di dire neanche ora. Sui social dei giorni di guerra si conosce “l’altro” come mai prima, si scoprono rancori che davanti a una pizza tra amici o una chiacchierata al bar non erano mai emersi. Ci si spinge oltre. Sarà questa l'autenticità degli individui, oppure quella di prima? Poco importa, perché anche le parole scritte alla tastiera hanno un peso. Quest’agorà immensa e impalpabile che secondo Umberto Eco “ha dato voce a legioni di imbecilli”... La frase celebre, pronunciata anzitempo quando la situazione non era ancora altrettanto evidente e multiforme, andrebbe ripensata e riveduta con ulteriori dettagli alla luce dei fatti attuali. Perché dire imbecilli sarebbe fin troppo semplice.
Il mainstream, questo mostro che tutto ingoia, stavolta condanna Putin e l’invasione, distingue tra aggressori e aggrediti come discriminante invalicabile e lo stesso fanno i capi di Stato europei? Benissimo. Allora, in modo del tutto trasversale, politicamente e culturalmente, chi si sente eternamente all’opposizione di tutto, alternativo, sfodera argomenti contrari, non importa a quale prezzo, da quali fonti, con quale obiettivo finale e quali proposte.

Non si era forse mai vista in una guerra recente una così grande partecipazione emotiva, ma neppure tanta acredine e diffidenza da parte di una cerchia ampia e sfaccettata di persone. Apri la bacheca di Facebook o di Instagram e ti domandi se chi scrive l'hai mai conosciuto davvero, se ha mai avuto qualcosa a che fare con te, dei punti in comune, dei valori condivisi. È successo a tanti frequentatori assidui della rete, ultimamente, di restare sbalorditi di fronte a questo fenomeno: è la guerra in Ucraina a portata di social, corredata di citazioni scovate in qualche angolo oscuro del web, fake news per avvalorare tesi di complotti, espressioni di certezze (“ecco, sono sicuro che in realtà è andata proprio così, che la verità è altra da quanto ci raccontano”). Lo scetticismo sulle vittime civili a Mariupol e Bucha, le accuse a Zelensky, la condanne della NATO e di ogni decisione presa dall’Unione Europea trovano nei commenti il conforto di presunte informazioni da scoop, quelle cui i giornalisti non hanno accesso o che con faziosità decidono di ignorare o nascondere. Guest star sono invece gli opinionisti "censurati" dal servizio pubblico, gli pseudo filosofi, i blogger e i presunti controcorrente, eroi di un nulla sparato a caratteri maiuscoli.

Si distinguono diverse categorie di commentatori indignati. Ci sono i pessimisti-catastrofisti (se l’Ucraina e l’Europa continuano a tirare la corda, si arriverà alla guerra nucleare e moriremo tutti), i pacifisti a ogni costo (Putin non si fermerà, che Zelensky gli dia subito quello che chiede), i complottisti (praticamente è tutto un film girato dagli USA, a uso e consumo di chi lo vuole credere vero), gli esperti che hanno letto un milioni di libri e avevano già previsto tutto. Poi ci sono gli amanti dei confronti rancorosi: ci siamo mai dati tanto da fare per lo Yemen, l’Angola, la Siria, la Palestina? Ci sono dunque profughi di serie A e di serie B? Infine gli ignoranti puri, quelli meritano un discorso a parte; i divulgatori di opinioni copiate e incollate, di frasi estrapolate dal contesto, appartengano esse al Papa o a Biden. Destra o sinistra non importa, perché in questi casi si toccano, quando non si riescono più a vedere differenze tra democrazia e dittatura, si inneggia senza un minimo di coognizione a un improbabile mondo ideale e pacifista, contrapposto all’Occidente corrotto e guerrafondaio. Salvo dimenticarsi di essere tutti - sempre e comunque, fin nel profondo - proprio quest’Occidente. Ci sono vecchi militanti della sinistra estrema che fanno davvero fatica a esprimersi in modo univoco contro Putin, preferiscono giocare d’anticipo e aggirare l’ostacolo di dover parlare proprio del leader russo; preferiscono girare la questione, fare diversione, invertire i piani; li si legge tra slogan e richiami storici buttati lì a caso e si prova per loro quasi tenerezza, perché non sono gli ultimi arrivati, sanno, hanno vissuto. Eppure sull’Ucraina si gettano fuori strada, accecati dall’antiamericanismo e dalla nostalgia dell’Urss.

Alzi la mano chi non ha cambiato opinione su un amico o un conoscente dopo lo scoppio di questa guerra, chi non ha oscurato un profilo o evitato, mordendosi le mani, di rispondere a un post per non ricadere nella polemica senza via d’uscita. Ci sono però anche sorprese non sperate, come la bandiera dell’Ucraina che spunta da un giorno all’altro nella foto del profilo di uno che proprio no, non te lo immaginavi.

Uno degli aspetti più stupefacenti è che l’aggressività dei pacifisti tout court - non filoputiniani, per carità! - supera di gran lunga quella di chi si schiera dalla parte degli aggrediti, magari con qualche dose di ingenuità e semplificazione. La rabbia degli scettico-complottisti-politologi è più intensa. Rabbia verso l’Europa che invia le armi, l’Italia che non prende le distanze, Draghi che decide a nome di tutti: chissà a che titolo, neanche fosse primo ministro! Mentre Zelensky, considerato fin dal primo giorno un interlocutore privilegiato e degno di rispetto da Macron, Draghi, Scholz, il Papa e tutti i leader del mondo libero, diventa al tribunale dei social un burattino, l’ex comico, il bersaglio di vignette, come sempre pescate in rete, condivise di seconda, terza o centesima mano. In queste parole e immagini gettate in libertà nel mare del web, rinasce davvero il desiderio di andare a comprare un giornale, di leggere un articolo o un’intervista per intero anziché mezze frasi prese da chi sa dove e spacciate per proprie dal blogger di turno.

Restano comunque in tanti a non credere a ciò che leggono. Si salvano ai loro occhi soltanto i giornalisti che affermano il contrario degli altri. Sussiste un equivoco di fondo: in troppi confondono la libertà di espressione con la superficialità e la presunzione di doversi esprimere per forza, e anche di credersi in fondo migliori di chi informa per professione. Allora non ci sono più civili uccisi, né fosse comuni, non c’è una resistenza ucraina, né un presidente eletto, solo nazisti; e in fondo Putin sta facendo un favore al Paese nell’eliminarli: ecco, ci si convince che questa è la verità. Chi rivendica il diritto di pensare con la propria testa spesso ha meno strumenti di chi invece crede alla realtà più semplice (less in more): la Russia di Putin sta invadendo da più di due mesi un Paese indipendente da trent’anni che pericolosamente si era avvicinato all’Europa.

 

Eleonora Poli

 

 

 

 




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