La bellezza della musica di Bach e Vivaldi allo Squero
Mario Brunello, il Quartetto di Cremona e l’Arte dell’Arco hanno trasmesso la dolcezza della musica barocca
Cala il sipario sulla X^ stagione dei concerti allo Squero, organizzata da Asolo Musica.
Tra gli ultimi in cartellone, seguiti da chi scrive, in ordine cronologico si inizia con il recital in solitudine di Mario Brunello, che ormai e ancor più facilmente in sale non particolarmente capienti, è una garanzia, per chi organizza, di tutto esaurito.
E’ stato un bel concerto, fatto di sola musica. L’artista, che ha più volte manifestato il suo amore per il silenzio, si è limitato a rivelare solamente i titoli e gli autori dei bis.
78 minuti trascorsi senza guardare l’orologio, con partenza e arrivo nel nome di Bach, del quale il musicista ha eseguito la Suite n. 2 in Re maggiore per violoncello solo, BWV 1008 e la Suite n. 3 in Do maggiore per violoncello solo, BWV 1009.
Pur avendole registrate in CD due volte, ogni nuovo ascolto fa scoprire particolari diversi.
Entrambe in sei movimenti, la n.2 propone nel quinto due Minuetti, la n.3 due Bourrée.
Tra le Suite, Brunello ha eseguito la Suite per violoncello solo in Re minore (1926) del catalano Gaspar Cassadò (Barcellona, 1897 – Madrid, 1966) e la Sonata per violoncello solo, op.25, n. 3 (1922) di Paul Hindemith (Hanau, 1895 – Francoforte, 1963).
Come si può vedere, si tratta di due musicisti quasi coetanei, che hanno vissuto per un medesimo numero di anni.
Leggendo le note stilate dalla violinista Luisa Bassetto – punto di forza della Magical Mystery Orchestra, che recentemente ha dedicato un concerto-evento “Give peace a chance! – John Lennon per la pace” al Teatro Corso di Mestre (Ve) – apprendiamo che la Suite in Re minore gli fu ispirata dalle esecuzioni delle Suite di Bach da parte di Pablo Casals, che fu il suo maestro.
E’ suddivisa in tre movimenti. Il primo, Preludio – Fantasia. Andante, è lento e solenne in forma di Sarabanda. Il secondo, Sardana. Allegro giusto, è il nome di una danza tradizionale catalana, caratterizzata da un ritmo alternato veloce/lento ed eseguita in cerchio tenendosi per mano.
La conclusione – Intermezzo e danza finale. Lento ma non troppo - Allegro marcato – è una danza vivacissima e inebriante, la Jota aragonesa, che racchiude nella sua etimologia l’imperativo di saltare, cui deve ubbidire anche l’archetto del violoncellista sulle corde. Ciò che mi ha particolarmente colpito sono stati i frequenti momenti di soli armonici.
La Sonata di Hindemith venne composta nell’estate 1922 a Donauschingen, una piccola cittadina nella Foresta Nera. Sembra sia stata scritta di getto in una sola notte, dedicata a Maurits Frank, il violoncellista del quartetto in cui Hindemith suonava la viola.
E’ divisa in cinque movimenti, per una durata di poco superiore ai dieci minuti. Il primo, Lebhaft, sehr markiert (vivace, molto marcato) ; il secondo, Massig schnell, Gemachlich (moderatamente veloce, comodo) ; il terzo, fulcro espressivo, Langsam – Ruhig (lento - tranquillo, silenzioso); il quarto, Lebhaft Viertel (quarti vivaci) ; il quinto, Massig schnell (moderatamente veloce).
Durante l’esecuzione si è sentito dall’esterno nitidamente il suono della risacca, provocato dalle onde causate dai motoscafi.
Due i bis scelti per l’occasione. Per stendere metaforicamente un sudario bianco, in memoria dei civili morti a Gaza, Brunello ha eseguito il celebre 4’ 33” (quattro minuti trentatre secondi) di John Cage, sperando che questi 4 minuti e 33 possano servire a qualcosa.
Il secondo, Travel Travel fa parte di una Suite di Blues raccolti nelle prigioni dell’Alabama dalla compositrice scozzese Judy Weir (Cambridge, 11 maggio 1954).
Il Quartetto di Cremona, per festeggiare il primo quarto di secolo dalla fondazione (2000) ha proposto uno dei vertici più alti della polifonia contrappuntistica nella storia della musica, Die Kunst der Fuge, BWV 1080, “l’arte della fuga”di J.S.Bach, una delle sue ultime composizioni, rimasta incompiuta a causa dell’età e del peggioramento delle condizioni di salute. Come scrive il Quartetto nel programma di sala, composta tra il 1749 e il 1750, l’Arte della Fuga è un compendio di tutte le conoscenze acquisite nell’arco di una vita a proposito dell’utilizzo del contrappunto e della fuga concepito, forse, non tanto per l’esecuzione quanto per lo studio approfondito delle stesse. L’opera comprende 15 fughe e 4 canoni, tutti segnati con l’indicazione originale di contrappunti. Il lavoro è scritto in partitura aperta per quattro voci astratte, Soprano (S), Contralto (A), Tenore (T) e Basso (B). La scelta della combinazione strumentale impiegata in una determinata esecuzione può variare dunque di volta in volta, influenzata dal punto di vista degli esecutori e dall’organico disponibile. L’Arte della fuga è stata infatti trascritta per quasi tutte le combinazioni possibili, da un solo strumento a tastiera alla grande orchestra.
Dunque un’esecuzione di un’opera incompleta, che venne pubblicata negli anni successivi grazie alla curatela del fratello.
Molto bravi e abili nell’alternanza degli strumenti tutti i musicisti del Quartetto : Cristiano Gualco, violino ; Paolo Andreoli, violino e viola ; Simone Gramaglia, viola, viola tenore e flauto dolce ; Giovanni Scaglione, violoncello.
E’ stata utile, questa volta, l’introduzione da parte di uno dei musicisti, atta a spiegare la storia dell’opera. Applausi e sorrisi hanno ottenuto come bis la riproposizione del Contrapunctus n. 1 per violino I, violino II, viola I, violoncello.
Un gradito ritorno, quello de L’Arte dell’Arco, compagine che si dedica alla riscoperta e rivalutazione del variegato repertorio barocco, interpretato attraverso un organico variabile per dimensioni e spessore timbrico, che nel 2024 ha raggiunto il traguardo dei 30 anni dalla fondazione, per volontà di Giovanni e Federico Guglielmo (Padova, 1968), violino principale. Accanto a lui, Giampiero Zanocco e Alessia Battaglia, violini ; Mario Paladin, viola (è anche il membro più recente dello storico Quartetto di Venezia) ; Francesco Galligioni, violoncello ; Paolo Zuccheri, violone (nome antico del contrabbasso) , Roberto Loreggian, clavicembalo, da sempre gradita presenza nei cartelloni di Asolo Musica.
Il concerto si è aperto con Canone e Giga in Re maggiore per tre violini e continuo, P. 37 (1680 circa) di Johann Pachelbel (Norimberga, 1653 – 1706). A seguire, il Passacaglio a 4 o a 3 da Per ogni sorte di stromenti, op. 22, Venezia, 1655, di Biagio Marini (Brascia, 1594 – Venezia, 1663). E’ un brano intenso e intimo allo stesso tempo, tutto giocato sulle sue continue tensioni che si stemperano giusto il tempo necessario per riproporsi modificate e ampliate.
Si prosegue con il Concerto per violino in Re minore, n. 4, op. 1 (1713) nei tempi Allegro – Largo – Allegro di Giacomo Facco (Marsango, PD, 1676 – Madrid, 1753), considerato oggi una figura centrale nell’influenza che lo stile italiano esercitò in Spagna e più in generale nel mondo iberico a partire dal XVIII secolo.
Assai coinvolgente, La Follia, tratta da “Sonate a Quattro per due violini, viola e continuo” di Domenico Gallo (Venezia, 1730 circa – 1768), un autore noto soprattutto nella cerchia degli addetti ai lavori, diventato famoso in tempi moderni perché una sua Triosonata è stata copiata da Igor Stravinsky per il suo Pulcinella.
Il finale ha proposto Le stagioni di Antonio Vivaldi (Venezia, 1678 – Vienna, 1741), tratte da “Il cimento dell’Armonia e dell’Inventione, op.8 “, una raccolta di 12 concerti che si apre, appunto, con Le stagioni e che fu pubblicata per la prima volta nel 1725 dall’editore Le Cene di Amsterdam.
Un pomeriggio particolarmente gradevole, in cui il violino solista ha confermato la bellezza del suono e la capacità tecnica. Merito anche dei suoi compagni, con i quali c’è un’intesa felice, rafforzatasi nel corso degli anni.
Appuntamento alla prossima primavera, per seguire un’altra interessante stagione
