mercoledì 5 ottobre - La bottega del Barbieri

La Spezia: quelle operatrici sanitarie prima eroine e poi licenziate

È accaduto a 120 lavoratrici di La Spezia, attualmente a casa. Vengono reinternalizzate, combattono il virus, poi arriva un concorso e risultano non idonee. Lombardo, Fp: “Vicenda ingiusta e paradossale, la Regione può sbloccarla se c’è la volontà”. Lo spiraglio dell’emendamento

Hanno lavorato in prima linea contro il Covid, hanno assistito i pazienti in difficoltà, molte di loro si sono contagiate. Le chiamavano eroi ed eroine. E poi sono state mandate a casa. Attualmente in cassa integrazione, in attesa di conoscere il loro destino. È una vicenda paradossale quella delle 120 operatrici sanitarie di La Spezia, che indichiamo al femminile perché sono in stragrande maggioranza donne, con pochi lavoratori uomini. Una storia che nasce qualche anno fa e attraversa l’emergenza virus, ma ancora non trova una soluzione. Così rischia di essere l’ennesima parabola sulla “ingratitudine” italiana verso chi ha combattuto il Covid a viso aperto. Oppure, più semplicemente, una storia di diritti violati tra cui quello fondamentale, il diritto al lavoro.

Il nodo del concorso
A parlare con Collettiva è Daniele Lombardo, segretario generale della Fp Cgil di La Spezia, che segue la vertenza. La vicenda prende corpo nel 2018-19, quando la giunta regionale della Liguria guidata da Giovanni Toti decide di reinternalizzare il servizio degli operatori socio-sanitari (i cosidetti OSS), ossia 150 persone che lavoravano in appalto gestito da una cooperativa sociale. Una scelta in teoria auspicabile perché, come spesso dice il sindacato, i servizi esternalizzati sono più rischiosi dal punto di vista occupazionale. “Il problema – spiega Lombardo – è che si decide che queste persone, dipendenti di un privato, dovevano superare un concorso. Si tratta soprattutto di donne con una certa età, in media sopra i 55 anni, solitamente con diploma di operatori e spesso provenienti da un passato di servizi di pulizia. Abbiamo subito ravvisato un pericolo: era impossibile e ingiusto metterle in concorrenza con tutti attraverso una prova pubblica, perché questo non garantisce la continuità dell’occupazione e le espone allo scarto. Infatti è andata così”. Immaginate di fare lo stesso lavoro da vent’anni e all’improvviso dover superare un concorso per continuare a lavorare: è ciò che è successo a queste lavoratrici.

Le richieste del sindacato
“Abbiamo provato a percorrere strade alternative – prosegue Daniele Lombardo -. Si è arrivati all’ipotesi di costituire una società in house di emanazione della Regione Liguria che con altri mezzi, come un colloquio, potesse mantenere il personale al lavoro”. La Regione di fatto ha creato la società attraverso una legge ad hoc, che però conteneva presunte illegittimità tanto che il governo l’ha impugnata. La giunta non ha atteso l’esito del ricorso e ha subito emanato il concorso. Poi, a bando già uscito, ha perfino vinto il ricorso quindi la legge regionale sarebbe attualmente vigente, ridotta a scatola vuota. Che significa? “La Regione ha costituito la società in house, come da nostra richiesta, ma l’ha fatto senza crederci fino in fondo”.

Arriva il licenziamento
Il concorso quindi si fa. “Una volta subìto questo processo – riprende il sindacalista -, abbiamo cercato di concordare con la Regione delle tutele e salvaguardie per le lavoratrici. Abbiamo chiesto di non fare una preselezione a quiz, in apparenza ci è stata accordato. Nel punteggio si doveva quindi valutare con peso maggiore il curriculum, ovvero l’anzianità di servizio che avrebbe portato all’occupazione dei ‘nostri’ lavoratori. Ma poi la valutazione dei titoli è stata fatta in modo discrezionale, e addirittura la prova pratica è stata un quiz, quello che dovevamo evitare. Peraltro nella prova sono emerse presunte irregolarità e c’è un ricorso in atto. Insomma, ci sono state varie fughe rispetto agli accordi presi”. Il 1° maggio si comincia ad assumere i vincitori, le 120 unità che non hanno superato il concorso restano a casa, tra l’altro con ritardi nell’erogazione della cassa integrazione, andata a regime solo a metà agosto.

Lo spiraglio dell’emendamento
A quel punto interviene una norma nella legge di stabilità 2022, ossia l’emendamento Rossomando: è la svolta che potrebbe sbloccare la situazione, se ci fosse la volontà di farlo. Così Lombardo: “La norma introduce la possibilità delle Asl territoriali di stabilizzare il personale dipendenti di società private il cui servizio fosse stato internalizzato, a patto che avessero lavorato nel periodo del Covid. È proprio il nostro caso. Il testo indica però dei paletti: il 50% del fabbisogno triennale di assunzioni dell’azienda. La Liguria si è decisa ad applicarlo, ma finora non c’è accordo sui numeri. La Regione vuole applicare il 50% sulle nuove assunzioni, ma in realtà hanno già immesso persone dal concorso, che non è corretto scorporare dal conteggio. Quindi noi chiediamo di assumere tutte le 120 lavoratrici“. Si tratta di un dubbio interpretativo, che però diventa decisivo: se l’emendamento viene interpretato correttamente c’è posto per tutte.

Ora serve la svolta 
“Siamo a un bivio – conclude Lombardo -: ricordiamo che si tratta di donne che hanno lottato duramente contro il Covid, a fianco di medici e infermieri. Basta ascoltare i loro racconti: hanno visto molti decessi, fornivano i propri cellulari ai pazienti anziani per chiamare i parenti, dimostrando un’umanità straordinaria. Dopo tutto questo non passano un concorso, non sono idonee e vanno a casa. Una vicenda allucinante. Da sbloccare al più presto: l’emendamento sembrava l’ancora di salvezza, ma da dicembre non è stato applicato. Non c’è stata la volontà, la Regione ancora non convoca il tavolo. Bisogna agire subito”.

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