La Kremerata Baltica alla Fenice
Gidon Kremer e il suo Ensemble hanno dato vita ad un concerto entusiasmante

Centoundici minuti di buona musica, che ti fa dire “finalmente un bel concerto”, meritevole di essere ascoltato, e “ce ne fossero tanti così!”.
Un’orchestra giovane composta da un po’ più di venti musicisti e un celebre e giustamente apprezzato solista, ancora in gamba nel suonare uno strumento difficile quale il violino, capace di comunicare la propria gioia nell’espressione musicale e finanche, forse, il proprio carattere e grado di spiritualità.
Nel primo tempo – più breve e con un programma completamente mutato rispetto a quanto riportato nel consueto volume di approfondimento della stagione di musica da camera del Teatro La Fenice – Gidon Kremer (Riga, 27 febbraio 1947), Gidons Kremers nella lingua lettone, non ha partecipato, entrando in scena nel più lungo secondo tempo.
Il primo si è aperto con Lignum, una deliziosa composizione per orchestra d’archi, svilpauneki, uno strumento lettone che ricorda l’ocarina, e percussioni – glockenspiel e campanelle diatoniche, costituite da tubicini in alluminio anodizzato, messe in vibrazione con le mani, uno strumento, quest’ultimo, immancabile nel set di molti percussionisti di musica pop o latina .
Il compositore, Jekabs Jancevskis (Riga, 18 aprile 1992), uno dei più promettenti della sua generazione, così spiega l’origine del brano, che dura poco più di dodici minuti e conclude “Songs of Fate”, uno splendido CD della ECM Records : qualche tempo fa ho trovato per caso un libro in cui l’autore incoraggia a cercare un linguaggio comune con gli alberi, a chiedere loro consiglio, a imparare ad acquisire informazioni e soprattutto a sostenerli e preservarli. Lignum è il mio dialogo con gli alberi. Non è tanto una comunicazione verbale, quanto piuttosto il desiderio di ascoltare, capire, svelare, tanto più che a mio parere la musica è uno strumento meraviglioso per scoprire qualcosa di ignoto. Questa composizione è contemplazione : contemplazione di come i grandi alberi gettino le ombre, di come comunichino e respirino, di come stiano eretti, tranquilli.
E’ un’immersione nei fantasmi della natura, con sensazioni di angoscia, all’ascolto. Ma ci sono anche pizzicati che evocano cinguettii di uccelli. Dopo un inizio arioso il brano aumenta di volume, quasi a disegnare uno stormo di uccelli che volano velocissimi, finché verso la fine entra lo Svilpaunieki che circolarmente, in maniera ossessiva, ripete un semplice giro armonico di otto note, finché nel finale lo strumento zittisce e si sente, pianissimo ma limpido, il respiro degli archetti, come se il vento accarezzasse le fronde degli alberi.
La prima parte si è conclusa con il Concerto per pianoforte n. 2 in Fa minore, op.21 di Fryderik Chopin (1810 – 1849), nella versione del compositore moscovita Yevgeniy Sharlat (1977) per pianoforte e orchestra d’archi (2010). Ha bene impressionato il giovane solista lettone Georgijs Osokins (Riga, 25 aprile 1995), che si era già posto all’attenzione internazionale grazie alla partecipazione, a soli 19 anni, al XVII° Concorso Pianistico Internazionale Chopin del 2015, diventando uno dei musicisti preferiti del pubblico, mentre la critica definiva le sue interpretazioni rivoluzionarie, eccezionali, imprevedibili.
Composto tra la fine del 1829 e l'inizio del 1830 – dunque precedente di qualche mese quello che è indicato come Concerto n. 1, op. 11 – fu presentato a Varsavia il 17 marzo 1830 da Chopin stesso, che lo scelse anche per il suo esordio parigino, il 26 febbraio 1832. È dedicato alla contessa Delphine Potocka, ma probabilmente la vera musa ispiratrice di questo brano fu Konstancja Gladkowska, studentessa di canto al conservatorio di Varsavia, da lui amata in segreto.
Nel concerto – suddiviso nei movimenti maestoso – larghetto – allegro vivace – domina un tono elegante, malinconico, sognante, intimo, ad eccezione della parte centrale del larghetto, dove Chopin si abbandona a toni melodrammatici ardenti.
Applausi scroscianti con parecchi richiami a gran voce hanno ottenuto un bis, le Variations sur le Carnaval de Venise di Franz Liszt (1811 - 1886), ispirate da Introduzione e Variazioni sul Carnevale di Venezia di Niccolò Paganini (1782 – 1840).
Dopo oltre 20 minuti d’intervallo, Gidon Kremer si è posizionato al centro del palcoscenico per eseguire Eine (andere) Winterreise, “un altro Winterreise”, un ciclo in tre parti per violino e orchestra d’archi, in omaggio a Franz Schubert, da lui creato nel 2022 per celebrare il 25-esimo anniversario della Kremerata Baltica : Winternacht, “notte d’inverno”, della compositrice e pianista lituana, neoromantico-minimalista Raminta Serksnyte (Kaunas, 16 maggio 1975) ; Fruhlingstraum, “sogno di primavera” di Victor Kissine (S.Pietroburgo, 15 marzo 1953), compositore di origine russa, trasferitosi in Belgio nel 1990, dove è professore di analisi musicale e orchestrazione al Conservatorio Reale di Mons, e insegna anche all'INSAS, una scuola di specializzazione in cinema, teatro e arti radiotelevisive di Bruxelles ; Auf dem Flusse, “sul fiume” del succitato Georgijs Osokins.
La composizione trae ispirazione dal ciclo di Lieder Winterreise, di Schubert, ma non è né una parafrasi, né un’imitazione stilistica. Offre invece una riflessione contemporanea su un altro Winterreise, in cui la malinconia del Romanticismo incontra il pensiero musicale moderno. I tre brani contemporanei, contrastanti per linguaggio sonoro, emozioni suscitate e percezione del tempo, dialogano con frammenti della musica di Schubert, ampliando lo spazio semantico dell’originale Winterreise e conferendogli una molteplice risonanza.
E finalmente arriva il momento del brano più appassionante della serata, Las Cuatro Estaciones Portenas, “le quattro Stagioni di Buenos Aires” di Astor Piazzolla (11 marzo 1921 – 4 luglio 1992), nell’arrangiamento per violino solista e orchestra d’archi del compositore ucraino, anche di colonne sonore, Leonyd Desyatnikov (Kharkiv, 16 ottobre 1955), realizzata verso la fine degli anni ‘90 (1996 – 1998) su commissione di Kremer per la sua Kremerata.
In origine, le Estaciones sono una raccolta particolare di tanghi, composta dall’Autore per il suo piccolo ensemble, costituito da violino, pianoforte, chitarra elettrica, contrabbasso e bandoneon.
L’arrangiamento di Desyatnikov non è una semplice trascrizione della musica di Piazzolla ; aggiunge citazioni dalle stagioni di Vivaldi, cadenze per il violino solista e per il primo violoncello, fornisce anche indicazioni specifiche per mantenere alcuni effetti speciali, ideati da Piazzolla per compensare la mancanza di percussioni come, ad esempio, percuotere la parte posteriore del contrabbasso o strofinare il ponticello del violino per imitare il suono del Guiro, strumento ligneo a raschiamento, latino-americano, di origine africana. Inoltre, per tener conto della posizione di Buenos Aires nell’emisfero opposto rispetto a Venezia, muta l’ordine di esecuzione – Verano porteno ; Otono porteno ; Invierno porteno ; Primavera portena – e inverte i riferimenti stagionali : cita l’inverno di Vivaldi nell’estate di Piazzolla e viceversa con l’estate e in modo simile scambia autunno e primavera. Si ascoltano, nella rielaborazione di Desyatnikov, effetti per archi, armonie e frammenti melodici dei tanghi tradizionali degli anni ‘30, sincopi e dissonanze, con una citazione del Canone in Re maggiore di Johann Pachelbel (1653 – 1706), a conclusione dell’Inverno, che si può riconoscere anche in “Rain and Tears”, degli Aphrodite’s Child.
Ventisei minuti di ottima musica, interpretata da ottimi musicisti. I giovani, senza dubbio stimolati dalla bravura e dal carisma di Kremer, hanno dato il meglio di sé, sorridenti e felici di esibirsi nell’Ensemble.
Gidon Kremer ha suonato splendidamente il suo violino “Nicola Amati” del 1641, soprannominato Hambourg, dimostrando che gli anni non passano mai, quando si interpreta una buona musica.
Sonorità intense, limpide e dinamiche perfette penetrano in chi ascolta fino a desiderare che il concerto non abbia mai fine. Ma ogni cosa ha la sua durata, anche se la Kremerata regala due bis :
una breve, scatenata, danza, forse irlandese e poi, prima di iniziare il secondo, Kremer ricorda che sono 29 gli anni trascorsi dal primo concerto dell’Ensemble e allora cinque minuti di “tanti auguri a te” con scatenate e stilisticamente varie improvvisazioni sul tema, durante le quali musicisti e pubblico si divertono in un simbolico abbraccio finale.
