venerdì 25 ottobre - Giovanni Greto

La Familia Lopez-Nussa al Blue Note di Tokyo

Avevo visto il pianista Harold Lopez-Nussa (L’Avana, 1983) giusto un anno fa al Cotton Club, alla testa del suo trio e mi aveva favorevolmente impressionato. Lo riascolto al Blue Note, quale membro di un sestetto di ottimi musicisti – La Familia Lopez-Nussa - , quattro dei quali sono uniti da legami familiari : Ruy Lopez-Nussa Lekszycki (Città del Messico, 1957), il padre, batterista; il fratello, lo zio per gli altri due, Ernan Lopez-Nussa (L’Avana, 1958), pianista; Harold, al pianoforte e tastiera e Ruy Adrian (L’Avana, 1986), suo fratello, batterista e percussionista. Senza legami di parentela, Julio Cesar Gonzalez Ochoa al basso elettrico e Mayquel Gonzalez alla tromba.

L’orchestra propone un repertorio quasi tutto di brani originali spaziando dalla musica popolare, all’afrocubana, dal jazz latino alla musica classica. Il risultato è una musica fresca, superritmica, con invenzioni intelligenti che spiazzano, ma nello stesso tempo, trovano l’approvazione del pubblico.

Il primo pezzo, ballabile, scritto da Harold, si intitola “Guajira”, con riferimento al genere musicale cubano. E’un piacere visivo, oltre che auditivo, ammirare il felice interscambio tra i pianisti e i batteristi, animati da un rispetto e una stima reciproci, di modo che nessuno si permette di sovrastare l’altro. C’è spazio per tutti. I volumi sono regolati a puntino e la musica si espande con un senso di rilassatezza, pur nelle felici tensioni ritmiche che ogni brano nasconde.

Un pezzo decisamente jazzistico, il cui metronomo è chiamato dall’esperto Ruy con le bacchette, è lo swingante “Dinga, Dunga, Dongo". E’ scritto dal padre, il quale dimostra un’eccellente indipendenza : segna il ritmo della claves, fondamentale nella musica cubana, con il doppio pedale della grancassa e contemporaneamente alimenta un 4/4 di accompagnamento. Lui al drum set e Adrian alla conga e ai bongos, poi, danno vita ad entusiasmanti e fantasiosi breaks di quattro misure.

Il brano più piacevole, non soltanto perché è il più conosciuto, essendo diventato uno standard internazionale, è “Blue Bossa” del trombettista Kenny Dorham. La Familia lo armonizza in maniera originale e lo indirizza verso un “Son” cubano, allorchè inserisce una frase cantata coralmente, ripetuta, per lanciare i fraseggi strumentali di ogni musicista:

Mama ya la rumba sono

bailar como yo tuve

assim tuve como yo

Un classico tumbao, molto ritmico, sostenuto con sapienza e calore da Adrian alla conga, è alla base di “Capullito de Alelì”, composto da tutta la famiglia. Il primo solo di pianoforte è di Ernan. Dura finché Harold abbandona il piano elettrico e si posiziona sullo strumento acustico completando il solo in maniera dinamica, sofisticata e con momenti vibranti di virtuosismo.

“Isla”, di Ernan, è un brano più lento rispetto agli altri, intensamente melodico. Inizia con un semplice pedale sottovoce di Harold sulle note basse del piano, mentre Adrian agita una coppia di ovetti-shakers. La tromba si inserisce con bravura, limpida e malinconica per eseguire il tema. I pianisti si alternano nelle improvvisazioni, la percussione cresce con discrezione, acquistando a tratti un accompagnamento vicino al Samba : Ruy, infatti, ne esegue la caratteristica figurazione del Surdo brasiliano colpendo con il pedale il Bass drum. La tromba sembra gemere negli interventi successivi, mentre il pedale costante sulle note basse da parte di Harold conferisce un alone di mistero che si dissolve nel finale quando ad uno ad uno i musicisti si tolgono, con l’eccezione di Harold e di Adrian, impegnato, come all’inizio, a scuotere gli ovetti sonori.

“Momo”, un simpatico motivetto di Ernan, con il ritornello che ciclicamente si ripete, è eseguito soltanto dai due pianisti a quattromani sulla medesima tastiera acustica : si scambiano di posizione, suonano in piedi, a dimostrazione di un’innata abilità tecnica.

“Para dos”, il brano successivo, mette a confronto due generazioni di batteristi : quella matura di Ruy e quella giovane di Adrian. E’ proprio lui ad iniziare il suo solo con perfetti, rapidi colpi singoli sui tamburi, seguiti da una sequenza mozzafiato di figurazioni, con un controllo perfetto delle dinamiche sonore. Una lunga rullata è ripresa da Ruy che inizia a dar vita ad un preciso assolo di latin-jazz, utile didatticamente per capire come la percussione cubana si incontra con il Jazz, ma meno frizzante di quello di Adrian. Ad un suo cenno, rientrano gli altri, per dar vita ad una originale “Conga lopeznussistica”, mentre sopra una base percussiva, Harold presenta l’orchestra. Uno squillo di tromba chiama la ripresa del brano, finché ad un certo punto ognuno, tranne i due batteristi, prende uno strumento a percussione (il bassista colpirà un timpano, come se fosse un Surdo) e in fila indiana tutti si dirigono verso l’ingresso.

Meritati applausi provocano l’immediato ritorno sul palco per eseguire “Esto no tiene nombre”, probabilmente un pezzo ancora in fieri, in cui sembra che “La Familia” si appoggi sulle armonie di “So What” di Miles Davis, abbracciandole con i propri ritmi tradizionali, dando vita ad un nuovo interessante arrangiamento.

Foto: Takuo Sato

 




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