giovedì 5 novembre - Phastidio

La Cina sta vincendo

Dopo il fallimento, prevedibile e previsto, della guerra commerciale di Trump, la Cina appare più forte sulla scena globale. Anche il prossimo inquilino della Casa Bianca, in caso fosse Biden, dovrà tenerne conto

Alla vigilia delle elezioni presidenziali statunitensi, è opportuno analizzare la situazione dei rapporti di forza geopolitici ed economici tra le due grandi potenze, per valutare cosa è cambiato durante la presidenza Trump e cosa potrà accadere durante una eventuale Amministrazione Biden. Per ora è forte la sensazione che il tentativo americano di dare una robusta spallata a Pechino, per ridimensionare i cinesi, non solo sia andato a vuoto ma abbia prodotto l’effetto opposto.

Prendiamo spunto da un editoriale di John Plender sul Financial Times, che prende atto di quello che al momento è un dato di fatto: la Cina è tornata a crescere, post pandemia. Il Fondo Monetario internazionale prevede una crescita del Pil cinese di 1,9% quest’anno e di 8,2% il prossimo. A differenza di quanto accaduto durante la Grande Crisi Finanziaria di un decennio addietro, questa volta pare che l’economia americana non beneficerà della spinta cinese, visto che nel 2020 Pechino ha importato dagli Stati Uniti meno che nel 2017, mentre l’opposto sta accadendo col resto del mondo.

Anche il famoso “accordo di fase 1” sbandierato da Trump come trofeo è in forte ritardo rispetto agli obiettivi, pur tenendo conto della situazione pandemica.

China US Trade Oct 2020

Non che non fosse chiaro da subito che il tentativo americano di riequilibrare la propria bilancia commerciale con la Cina sarebbe miseramente fallito. Diciamo che era chiaro a chiunque avesse un minimo di dimestichezza con alcune grandezze economiche fondamentali, quali risparmio e investimenti.

Altra fallacia ampiamente pompata dall’ignoranza economica è quella secondo cui, se hai un deficit commerciale bilaterale con un paese, allora hai una leva negoziale verso quel paese. Questa è la stessa fallacia sventolata da alcuni anni dai Brexiter e supportata dai confusi no-euro di casa nostra. Dati e studi hanno sin qui mostrato che la rappresaglia tariffaria cinese, pur applicata a uno stock di beni e servizi più contenuto rispetto a quello che gli americani hanno potuto colpire, ha danneggiato le imprese statunitensi mentre i consumatori hanno pagato dazio -letteralmente- per le tariffe di Trump contro Pechino.

Nel frattempo, la Cina ha preso atto di dover contenere le proprie vulnerabilità. Ad esempio, oltre al necessario irrobustimento dell’enorme mercato domestico, l’esigenza di rendersi autonoma nella produzione di microprocessori, per reagire al tentativo americano di distruggere Huawei. Cosa che sta puntualmente avvenendo. Alla Cina non mancano problemi, sia chiaro. La Belt and Road Initiative, la nuova via della seta, spesso si è scontrata con il sovraindebitamento dei paesi “beneficiari” e l’opacità degli accordi di finanziamento sta intralciando le azioni di mitigazione del debito a beneficio dei paesi emergenti più poveri da parte delle organizzazioni multilaterali.

Nei mesi scorsi, Trump si era spinto a ipotizzare l’espulsione delle aziende cinesi dai mercati finanziari americani. Sarebbe stato evento epocale e gravido di pesanti contraccolpi per l’economia ma l’ipotesi pare essere stata accantonata, forse anche per la pressione delle grandi banche ed intermediari finanziari americani.

E questo è proprio il punto enfatizzato da Plender nel suo editoriale: gli attriti, nelle relazioni finanziarie sino-americane, sono stati pressoché assenti. La Cina ha proseguito nella sua strategia di liberalizzazione finanziaria a piccoli ma importanti passi, e ora il numero di quote di controllo detenute da banche americane in istituzioni finanziarie cinesi è in continuo aumento. Superfluo ricordare che questa circostanza aumenterà le resistenze domestiche americane ad iniziative di guerra commerciale verso Pechino.

Allo stesso tempo, cresce la quota di investitori globali nel mercato finanziario cinese. Le obbligazioni di Pechino sono ormai uniche ad avere un rendimento reale positivo, cioè al netto dell’inflazione, mentre i fondi passivi globali aumentano in automatico la quota nell’economia cinese.

La Cina concorre a pagare le pensioni occidentali, in sostanza, grazie all’attrattività dei suoi mercati finanziari. Ecco perché sarà sempre più difficile, per chiunque in Occidente, rispondere ritorsivamente, ad esempio sul tema dei diritti umani ma anche per contenere l’assertività geopolitica cinese verso la regione asiatica. Si tratti della fine della dottrina “un paese, due sistemi”, che dopo la caduta di Hong Kong potrebbe volgersi verso Taiwan, anche per le sopracitate esigenze di sicurezza di approvvigionamento di semiconduttori, o si tratti dell’aggressivo atteggiamento cinese sulle questioni di diritto marittimo nel Mar Cinese Meridionale.

Questo quadro prescinde dall’inquilino pro tempore della Casa Bianca. La Cina, con un mix di accomodamento, mercantilismo, protezione del mercato domestico, liberalizzazione opportunistica, assertività di politica estera, sta rapidamente diventando quello che gli americani chiamerebbero “il gorilla da 800 libbre” sul palcoscenico del mondo.

Non si tratta di accettare un’immagine ed una impressione di invincibilità della Cina, sia chiaro. Molte cose potrebbero ancora andar storte nella strategia avvolgente di Xi Jinping. Ma di certo non è l’Occidente ad avere la mano forte di carte, al momento. A nulla serviranno cospirazionismi autoconsolatori sulla Cina produttrice di virus per mettere in ginocchio l’Occidente.

 

Foto: Pixabay




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