lunedì 14 novembre - Domenico Bilotti

La Calabria contro le mafie non fa al lupo, al lupo

 L’antimafia, purtroppo, è perciò così rimasta un “umore” nella percezione mediatica e un impegno, che fosse associativo o istituzionale, “statico”, molto legato alle proclamazioni, alla rappresentanza, talora persino alle cariche. 

Anche la sempre più frequente dicitura giornalistica e giudiziaria di “massomafie” ci sembra che meriti qualche chiarimento per potere davvero essere utilizzata e intendersi su quanto di cui si stia parlando. Se ci limitiamo a dire che in più frangenti logge e cosche abbiano avuto e potuto avere interessi convergenti, allora è senz’altro termine appropriato. Se invece pensiamo di indicarci tutto e il contrario di tutto, stiamo facendo approssimazione e confusione. Anche la ricorrente dicitura di “massomafie”, insomma, rischia di trasmetterci una lente deformante, una forma di “umore” di comodo, perché unisce, se mal usata, due sentimenti di rifiuto che le assicurano grande popolarità, ma assenza di proposte solutive chiare e concrete. Il primo rifiuto, ovviamente, è quello cartolare della mafia in quanto tale, che ha interessi, scopi, obiettivi e forme, però, che meno comprendiamo e meno efficacemente sappiamo contrastare. Il secondo grandissimo rifiuto, soprattutto nella odierna società meridionale, è quello dei poteri “percepiti” – talvolta, va detto, non solo percepiti ma anche spietatamente reali – che includono errori istituzionali, pratiche commerciali predatorie, sperpero di denaro pubblico: la disonorata società dei grandi amici degli amici degli amici. Ho la sensazione tuttavia che persino questo genuino senso di sdegno, peraltro non ancora così davvero in grado di rappresentare tutto l’effettivo malcontento sociale, non abbia la forza di combattere il problema e che anzi finisca per alimentarlo. Se qualcosa va male (un disservizio sanitario, una gestione opportunistica delle grandi opere, l’aumento della violenza e della desolazione) ci induce ad additare un generico fantasma massomafioso che non dice di responsabilità personali, di sensibilità e solidarietà sociale, di alternative pratiche immediatamente percorribili. La legalità costituzionale è un percorso di fatica, cimento intellettuale, fantasia collettiva, strade comuni, tempi di lotta e tempi di studio, strumenti d’analisi e voglia di lavorare. 
Ci sono ricette diverse, meno immediate nella titolistica, ma capaci di darci risposte più efficaci, meditate, produttive. Il primo impatto nella rappresentazione comune della sicurezza è offerto innanzitutto dalla microcriminalità. A questa si è risposto con un aumento – e non con una logica di riduzione – del diritto penale bagatellare: quello che colpisce condotte di bassa offensività, che cerca di imbrigliarle con una massa di procedimenti che ingolfa più che proteggere. Per la vivibilità dei quartieri, per la loro messa in sicurezza sociale, non ci sono alternative alla illuminazione, ai ritrovi, alle attività ludiche e non, alla garanzia di servizi soddisfacenti che rimuovano il pericolo, l’intermediazione parassitaria e interessata di criminalità e voto di scambio. Sulle peggiori ipotesi di illecito, al contrario, la pesca a strascico serve pochino: serve piuttosto maturare una capacità di prevenzione che deve tenere insieme tante cose. Deve tutelare per prima cosa il lavoro: lo sfruttamento di stagionali, precari, extracomunitari, non è un fenomeno occasionale; ha una consistenza numerica che spesso ci sfugge. Quella stessa capacità di prevenzione deve poi sapere dare voce alle istanze democratiche e popolari che hanno bisogno del voto, della partecipazione, della presa di coscienza, non della surroga, della sostituzione, del controllo eterodiretto. Una comunità sempre in emergenza commissariale è una comunità incapace di occuparsi di sé, è una comunità che finisce per disprezzare la possibilità di vivere secondo criteri di trasparenza, buon andamento, razionalità, condivisione. La prevenzione antimafia passa (e non poco) pure dagli strumenti di regolazione penitenziaria: i percorsi trattamentali sono importanti, perché è la dinamica di ripensamento e di riflessione che induce una pena costituzionale a proteggere realmente la comunità, a prosciugare le mafie della carne velenosa con cui hanno davvero buon gioco a nutrirsi. Ingrandendosi per mangiare altri. 

Foto Wikimedia




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