giovedì 30 ottobre 2025 - Mario Barbato

L’ombra della mafia albanese dietro l’attentato a Ranucci

Ci sarebbe la mano della mafia albanese dietro l’attentato dinamitardo contro il giornalista Sigfrido Ranucci, avvenuto giovedì scorso a Pomezia, vicino Roma. Niente complotto politico, come vox populi aveva sussurrato, ma un’azione criminale di un gruppo mafioso che si contende il territorio abitato anche dal conduttore di Report. 

A dirlo sono le indagini condotte da polizia e carabinieri, secondo cui dietro alla bomba fatta esplodere sotto casa di Ranucci e che ha disintegrato la sua automobile si nasconderebbe la mano della mafia albanese, in particolare del boss Altin Sinomati, recentemente catturato ad Abu Dhabi dalla polizia degli Emirati Arabi Uniti dopo essere sfuggito a una retata della Dia che aveva smantellato un traffico di cocaina a Roma. Una città in cui sta emergendo un quadro di intrecci criminali legati a interessi malavitosi che agitano anche le parti abitate dal conduttore della Rai.

L’attentato contro Ranucci non ha alcun collegamento con entità politiche, come aveva ventilato anche Elly Schlein. Una versione rigettata dallo stesso Ranucci, il quale ha chiarito di non credere a connessioni politiche, ma a un gesto della criminalità organizzata che ha voluto intimidire lui e inibire le sue inchieste. Ranucci ha sottolineato come l’ordigno rudimentale, anche se potente, non aveva l’intento di uccidere-anche se poteva farlo se qualcuno fosse passato da quelle parti- ma di segnalare il controllo della criminalità organizzata su tutto il territorio romano e sulle persone che indagano su di essa, come stava facendo il programma di Report. 

Le parole di Ranucci demoliscono quindi le accuse complottistiche dei detrattori della politica “bombarola”, dimostrando una posizione di equilibrio e la capacità di attenersi ai fatti concreti e alle indagini investigative e non alle accuse ideologiche. Questa vicenda rappresenta una pagina di cronaca importante per comprendere la realtà della criminalità che condiziona intere aree del Paese. Una realtà resa ancora più complessa dall’ingresso della malavita straniera che si è connessa a quella italiana. Non è un caso che una delle basi operative della mafia albanese si trovasse proprio vicina all’abitazione di Ranucci, come non è un caso che la mafia albanese, con i suoi intrecci di traffici di droga, sia al centro delle indagini della magistratura. 

Il lavoro degli inquirenti sta facendo emergere una realtà delicata, confermando che l’attentato a un giornalista che con le sue inchieste televisive sta scoperchiano i vasi di Pandora su corruzione e malaffare non è riconducibile a partiti politici o servizi segreti, bensì a un’azione criminale che cerca di intimidire i giornalisti che accendono i riflettori sugli affari mafiosi a Roma e provincia. Un avvertimento “rumoroso” che richiama l’attenzione sull’azione mafiosa nel nostro Paese, ma al contempo è anche un segnale della necessità di attenersi ai fatti e non alla chiacchere. 




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