L’omaggio a Franco Battiato della Biennale di Venezia
Nell’ampio spazio del Teatro alle Tese la prima uscita di Arcipelago Battiato
Due serate affollate di pubblico per ascoltare un breve omaggio – una decina di canzoni in equilibrio tra strumentali e vocali, per una durata di poco superiore ai 60 minuti – al cantautore siciliano Franco Battiato (12 marzo 1945 – 18 maggio 2021), che proprio quest’anno avrebbe compiuto ottant’anni.
Essendo autore di un repertorio immenso ci è voluto molto tempo al musicista e compositore Michele Tadini (Milano, 1964) assieme al collega Leonardo Marino (Milano, 1992), pianista tra i musicisti dell’Ensemble, per selezionare poche tracce, ma che risultassero significative, per descrivere la complessità e il carattere dell’artista Battiato.
Un’unica riflessione mi esce di getto : ma si può godere una buona musica in condizioni disagiate? Eh, sì, perché l’ampio spazio ingabbiava il pubblico, a stretto contatto fisico, in un enorme cerchio, sempre in piedi e talvolta costretto a passeggiare più o meno velocemente se voleva raggiungere una visuale migliore delle quattro pedane-isole dell’Arcipelago.
Non mi sono accodato, preferendo accomodarmi in una delle poche sedie da regista, che non mi hanno consentito di vedere, concedendomi, d’altro canto, un buon ascolto.
Le pedane sono state occupate da un ensemble professionale. Malika Ayane, italo-marocchina dal vasto curriculum, è stata scelta per interpretare i testi delle canzoni ; il già citato Leonardo Marino, al pianoforte e alle tastiere ; il palermitano Flavio Virzi, alla chitarra acustica ed elettrica, autore di interessanti solo con quest’ultima, riportandoci indietro nel tempo, a sonorità Rock, distorte e non ; Simone Benvenuti, apprezzabile percussionista, in grado di alternare congas, batteria e marimba con cognizione di causa, conferendo colore all’insieme e protagonista di un lungo assolo ; il fiatista lombardo, indicato nella locandina come polistrumentista, Diego Ronzio (1967), autore di pregevoli solo, specialmente al sax soprano ; le musiciste scelte per le sonorità degli archi : la violoncellista siciliana Elide Sulsenti (1999) e Silvia Mandolini (Montreal, 1970) al violino ; Antonello Pocetti e Antonino Viola, responsabili della regia e dell’allestimento scenico, mentre Thierry Coduys assieme a Michele Tadini sono i responsabili della tessitura elettronica (ormai indicata anglofonicamente con il termine live electronics) e della proiezione del suono ; le luci sono di Tommaso Zappon.
Soprattutto all’inizio è comparsa una nebbia causata dai consueti fumi, che contraddistinguono i concerti non classici o Jazz, familiari, ahimè, nei luoghi enormi quali stadi o palasport.
Non mi è perciò chiaro il motivo per cui anche in Arcipelago Battiato si sia ricorso a simili banali scelte.
Il concerto è iniziato strumentalmente con Sequenze e Frequenze, in parte anche cantata da Malika, con effetti di eco. Il brano è contenuto nel 33 giri Sulle corde di Aries (1973).
Poi, il breve testo di Le voci si faranno presenze, che si trova in due LP : in coda a Invito al viaggio, che chiude Fleurs (1999) e in Joe Patti’s Experimental Group (2014), il 29-esimo album del cantautore, assai vicino all’elettronica. Oltre a Battiato l’autore del brano è Pino Pischetola, in arte “Pinaxa”, anche produttore e ingegnere del suono.
La scaletta prosegue con Stati di gioia (2007), tratto da Il vuoto ; L’ombra della luce (1991) è cantata dapprima in italiano e poi, verso la fine del set, in arabo. E’ tratta da Come un cammello in una grondaia. Il testo contiene il pensiero religioso, la summa filosofica di Battiato.
Seguono due brani strumentali : Ermeneutica, tratto da Dieci stratagemmi (2004) e Fornicazione (1995), contenuto in L’ombrello e la macchina da cucire, che avvia la collaborazione con il filosofo siciliano Manlio Sgalambro (1924 – 2014).
Ma il brano, forse, più conosciuto è Povera patria (1991), triste, accorato attacco alla mala società italiana, che non smette di essere attuale. Lo si trova in Come un cammello in una grondaia.
Pollution (1972) è riarrangiata solo strumentalmente e ci conduce di nuovo a L’ombra della luce, riproposta in arabo e a Le voci si faranno presenze, mentre ‘U cuntu, in siciliano, conclude la breve serata. Applausi, che non mancano mai negli appuntamenti della Biennale, a braccetto con gridolini e vere e proprie urla.
Il ciclo dei “progetti speciali dell’Archivio storico della Biennale di Venezia” si è concluso con Coro, per quaranta voci e strumenti, il capolavoro composto da Luciano Berio (Imperia, 1925 – Roma, 2003) tra il 1974 e il 1976, eseguito in prima italiana alla Biennale Teatro e Musica diretta da Luca Ronconi nel 1976.
Coro è stato presentato il 6 e 7 dicembre al Teatro La Fenice in una nuova veste scenica con le coreografie originali di Wayne McGregor. Un omaggio che la Biennale di Venezia ha dedicato al grande compositore nel centenario della nascita, in collaborazione con la Fondazione Teatro La Fenice e con il contributo del Ministero della Cultura.
Non avendolo visto, riporto quanto scritto nel sito della Biennale di Venezia.
“Da tempo – ha dichiarato Wayne McGregor - sogno di confrontarmi con la straordinaria sfida di coreografare l’incredibile e complessa musica di Luciano Berio. Il repertorio di Berio offre una vasta gamma di composizioni sofisticate e misteriosamente belle. Scegliere un solo capolavoro da coreografare, comunque, è stato facile: Coro.
Questa composizione equilibra grande umanità e superba scrittura orchestrale e corale, creando un’esperienza viscerale, quasi fisica, perfetta per la danza”.
Accanto alle quaranta voci soliste del Coro della Cattedrale di Siena “Guido Chigi Saracini”, accoppiate per affinità di registro a quaranta elementi dell’Orchestra del Teatro La Fenice, c'erano venti danzatori della Company Wayne McGregor - Rebecca Bassett-Graham, Salvatore De Simone, Chia-Yu Hsu, Jayla O’Connell, Jasiah Marshall, Mariano Zamora González, Kevin Beyer, Izzac Carroll, Julia Costa, Po-Lin Tunge – insieme ai danzatori scelti fra i migliori cresciuti alla scuola degli ultimi cinque anni di Biennale College Danza, sotto l’egida dello stesso Wayne McGregor – Cathy Grealish, Asja Marabotti, Francesco Catalfamo, Stella Perniceni, Kannen Glanz, Alice Del Frate, Ivan Merino Gaspar, Luca Cappai, Angelo Zizzi, Ming-Chin Hsieh.
Maestro del Coro il compositore, direttore e violinista Lorenzo Donati; direttore d'Orchestra Koen Kessels, direttore musicale del Dutch National Ballet e del Royal Ballet. Disegno luci a cura dell’artista visiva Theresa Baumgartner.
Considerato centrale nella vasta produzione di Berio, Coro è un compendio del suo magistero, di quella capacità di creare nuove forme da un’infinita eterogeneità di materiali. Affascinato dal folklore, che ritorna in tanti suoi lavori, Berio attinge per Coro non soltanto ai testi di Pablo Neruda, da Residencia en la tierra, ma proprio ai canti popolari delle aree più disparate della terra - Perù, Polinesia, Persia, Croazia, Cile, oltre che delle regioni italiane – e dà voce a un “coro” pluriculturale che è anche “un’antologia di modi diversi di ‘mettere in musica’, da ascoltarsi come un progetto aperto che potrebbe continuare a generare situazioni e rapporti sempre diversi” (Luciano Berio).
